NEWS   |   Italia / 09/10/2012

Adriano Celentano all'Arena: bello sentir cantare una voce ignorante e umana

Adriano Celentano all'Arena: bello sentir cantare una voce ignorante e umana

Un elicottero sorvola minaccioso l’Arena, mentre in platea impazza il VIP-spotting (“C’è Ezio Greggio... C’è Ramazzotti.... Gigi D’Alessio... Al Bano, Al Bano!”). Si avvìa qualche coro spontaneo e dagli altoparlanti esce l’annuncio: “Rock Economy avrà inizio fra dieci minuti”.
Mancano dieci minuti all’inizio della serata-evento, quella del ritorno sul palcoscenico dei live di Adriano Celentano, che vi mancava - in veste di cantante - da diciotto anni. L’Arena di Verona è affollata, 12.000 gli spettatori seduti. Fa freddino, in Arena, e l’atmosfera è più emozionata che calorosa. Dietro a me, che sono seduto in tribuna laterale, sento parlare una lingua che non capisco - e potrebbe essere russo.
“Rock Economy” avrà inizio fra cinque minuti”. I telefonini flashano, gli iPad s’illuminano, i computer dei colleghi ticchettano. Un applauso ritmato sollecita l’inizio del rito. Sul palcoscenico, fiancheggiato da due megaschermi, sono pronti i musicisti, sulla destra; sulla sinistra, nella semioscurità, un gruppo di persone sedute intorno a un tavolo. Scrivo scomodamente queste righe su un notes, poi mi rendo conto che la cronaca è superflua - c’è la diretta TV - e ripongo il notes. Rock Economy sta per iniziare.

Così Adriano ci ha colti di sorpresa, o quasi. Eravamo pronti a scagliarci contro i monologhi, i silenzi, i sorseggiamenti da bicchieri d’acqua ai quali ci aveva controvoglia assuefatti il Celentano televisivo. E invece il Celebre ci ha presi in contropiede con un’infilata di canzoni cantate e suonate: cantate molto bene, che non significa senza stonature o senza esitazioni nei testi, ma significa interpretate da gigante della canzone italiana, da una voce che diverte e emoziona e non si può confondere con nessun’altra voce (è una voce “ignorante”, come ha chiosato, elogiativa, Ornella Vanoni; è un modo di interpretare “umano”, come ha osservato, ammirato, Paolo Conte). “Svalutation” ha aperto la raffica iniziale, seguita da “Rip it up” (e la prima mossa di fianchi dell’ex Molleggiato ha scatenato le urla dei fan) e da “Si è spento il sole” (e qui già il vecchio cronista stava per commuoversi ricordandosi di quando la ascoltava alle giostre della spiaggia adriatica in cui, nemmeno decenne, passava le vacanze - era il 1962). “La cumbia di chi cambia” ha confermato che il testo di Jovanotti è troppo fitto di parole per essere affrontato da Celentano, mentre la successiva “L’emozione non ha voce” (preceduta da un saluto all’autore Gianni Bella) ha dimostrato di aver raggiunto la statura di evergreen nonostante - o forse proprio grazie a - una melodia che ne orecchia almeno altre due, di canzoni precedenti di altri interpreti. Adriano inciampa sul testo di “Io sono un uomo libero” (l’autore, Ivano Fossati, è segnalato in platea) ma si guadagna la prima standing ovation con un’immensa “Pregherò”. Fine del primo tempo; nell’intervallo si ascolta “Ragazzo del Sud”, al rientro si apre con frammenti di “L’artigiano” e di “Cammino” intervallati da un accenno di predica, poi lo spettacolo si ferma per ragioni non specificate (forse qualche problema tecnico).
Quando Celentano riguadagna il proscenio imbracciando la chitarra e parte l’arpeggio iniziale di “Il ragazzo della via Gluck”, è il tripudio: tutta l’Arena canta con lui (purtroppo canta con lui anche un tizio corpulento alla mia destra: e mi rendo conto che mi dà un enorme fastidio non poter ascoltare Adriano come vorrei).
Qui purtroppo la magia si spegne, e prende avvio una lunga mezz’ora di parole: il pubblico per un po’ ascolta, dopo un po’ si distrae, poi comincia a protestare (educatamente ma con decisione). Ed è Gianni Morandi, che nel frattempo ha raggiunto sul palco l’amico e collega ed ha cantato con lui la sua “Scende la pioggia”, a tradurre in esortazione l’irritazione della gente: “Adriano, è meglio che tu canti”. In realtà cantano in due: una versione poco riuscita di “La mezza luna”, una “Ti penso e cambia il mondo” che rimanda all’analogo duetto dall’ultimo Sanremo, “Ready Teddy” e - sempre in coppia - una versione a due voci di “A woman in love”. Questo segmento del concerto ha assunto modalità troppo televisive; per fortuna prima di chiudere c’è tempo per una gloriosa “Prisencolinensinainciusol” e per un (solo) bis, l’immortale “Rock around the clock”.
Domani si replica, ma - pare - con un repertorio parzialmente diverso. Ve ne riferiremo, ma prima è doveroso esprimere un convinto apprezzamento ai musicisti diretti da Fio Zanotti e alle coriste che hanno surrogato vigorosamente la voce solista del protagonista della serata. Tornerò volentieri domani all’Arena: ci sono ancora molte canzoni che vorrei sentir cantare da Adriano Celentano, con la speranza che anche a lui sia tornata la voglia di cantare (cantare e basta - in quel campo è senza rivali, e vale il viaggio, eccome).
(Franco Zanetti)
 

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