NEWS   |   Industria / 05/10/2012

Un anno senza Steve Jobs: il ricordo di Rockol

Un anno senza Steve Jobs: il ricordo di Rockol

A un anno da quel 5 ottobre che ha segnato l'uscita di scena di Steve Jobs dal mondo che conosciamo, il suo magic touch aleggia ancora sui cieli di Cupertino. Chi si immaginava una Apple allo sbando dopo la traumatica dipartita del guru si sarà sorpreso nel vedere i preordini dell'iPhone 5 infrangere a velocità supersonica il muro dei cinque milioni di pezzi, le azioni della Mela volare oltre i 700 dollari di quotazione al Nasdaq e la capitalizzazione della società, 648 miliardi di dollari, superare il PIL della Svizzera.

Forse è ancora troppo presto, per immaginare il futuro di una Apple vedova del suo cofondatore e uomo simbolo. L'ultimo smartphone prodotto dalla casa reca ancora la sua impronta e tutti gli uomini dell'azienda californiana restano protesi alla realizzazione della sua rivoluzionaria visione: un mondo di informazioni, di musica, di immagini e di relazioni umane che trasmigra dal computer su una rete di terminali mobili e domestici accessibili in ogni dove e in ogni momento. Dopo la sua morte, Apple non ha smesso di innovare e di digrignare i denti. Ha azzannato Samsung sulla questione dei brevetti copiati  con l'intenzione (anche) di tenere a bada Google, rea di averle messo i bastoni tra le ruote con un  sistema operativo, Android, capace di conquistarsi rapidamente la fetta più grande del mercato "mobile" (Jobs voleva scatenare contro Mountain View una "guerra termonucleare". Detto fatto, la versione numero 6 del sistema operativo iOS non prevede la connessione di default a YouTube, e sostituisce  Google Maps con le "mappe" prodotte in casa: mossa infelice che ha obbligato la dirigenza a pubbliche scuse per la palese inefficienza del servizio).  Ha difeso il grosso margine di vantaggio che l'iPad le ha garantito allo start nel comparto dei tablet. Ha arginato con l'inossidabile iTunes (di cui sono imminenti aggiornamenti) l'avanzata di Amazon, di Spotify e dello streaming, mentre prepara sicuramente le contromosse per un futuro prossimo in cui l'accesso e non il possesso sarà la modalità prevalente di consumo della musica digitale (e intanto dà una rinfrescata alla sua gamma di lettori digitali, iPod Touch e iPod Nano).  Ha gli occhi sempre ben puntati sulla configurazione ottimale della Apple TV, uno degli ultimi rebus sui cui Jobs si era arrovellato in cervello. Ed è ancora percepita come "cool" dai rocker più famosi del pianeta, come la presenza dei Foo Fighters all'ultima Convention di San Francisco sta lì a testimoniare.



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Insomma: la Apple del 2012 è una Apple che ancora riflette l'immagine di Steve Jobs, il geniale ex hippie di San Francisco che in quel fatidico - per gli Stati Uniti e per il mondo - 2001, rivoluzionò per sempre con iTunes e iPod l'industria della musica, dopo avere riscritto l'alfabeto dell'home computing e avere tracciata il futuro dei rapporti uomo-macchina. Negli headquarters di Cupertino si sente, eccome, la mancanza del suo carisma trascinatore, ma  determinazione feroce  e spietata lucidità non sono venuti meno. L'amministratore delegato Tim Cook, il direttore marketing Phil Schiller e l'inglese Jonathan Ive, l'immaginifico designer di iBook, iPod, iPhone e iPad, sono figli suoi, e se una lotta fratricida per accaparrarsi il lascito (spirituale e di leadership) del capo è in corso, all'esterno per ora nulla traspare.  Jobs ha lasciato un'eredità preziosa e ingombrante, un brand, un'icona, un'impresa che  continua a identificare uno stile di vita, un sistema di valori, una fede tecnologica. I nuovi padroni della Apple hanno preso in mano il testimone con apparente serenità, e perseguono target aziendali prefissati ai tempi in cui era ancora Steve, il despota illuminato,  irascibile e volubile, a dettare la linea.  Sanno che l'utente tipo della Mela, esigente ma fedelissimo, appartiene a "una razza differente" (Cook lo ha ricordato di recente in un'intervista). E che Apple gode di una tale aura da far passare in secondo piano gli inevitabili flop (il social network Ping, ad esempio, messo silenziosamente in soffitta).

Il blog Computer World scrive che, un anno dopo, la Apple senza Jobs è una società diversa: le mancano il suo carisma, la sua volontà di ferro, la sua incredibile profondità intuitiva e la sua esperienza su ciò che il mercato desidera. Cook non è in grado di ammaliare le folle con i suoi sermoni messianici ("Stay hungry, stay foolish"), né di elaborare claim pubblicitari destinati a passare alla storia. Ci fosse stato ancora Jobs, scriveva a inizio settimana Mike Elgan, "avrebbe affossato i cattivi messaggi pubblicitari, portato Siri alla piena funzionalità e persuaso Cheyer (l'ideatore del sistema di aiuto vocale) a restare". "Senza il suo visionario dittatore e fondatore", sostiene Elgan, "Apple sta rapidamente e inevitabilmente diventando una società più normale, più ordinaria". Forse, anzi probabilmente, è vero. Ma un altro blog, CultofMac (un nome, un programma) traccia del timido e riservato Cook un bilancio più che lusinghiero dopo il primo anno al vertice. Il nuovo ad, scrive il blog, non ha lo charme di Steve e non suscita lo stesso senso di lealtà aziendale, ma a Apple ha donato una "coscienza" civile e una decenza nei rapporti umani notoriamente sconosciuta al suo predecessore senza mollare la presa feroce nei confronti dei rivali (Google, come si diceva). E' cambiato lo stile di direzione, decisamente più soft, più attento alla beneficenza e alle condizioni di lavoro (anche degli operai cinesi sfruttati e sottopagati, come rivelò uno scoop del New York Times: armato di elmetto e tuta, Cook è andato a visitare la Foxconn, la famigerata "fabbrica dei suicidi", per verificare di persona). Ma non l'attenzione amorevole, maniacale, spasmodica, al prodotto. "Solo la Apple", scrive CultofMac, "sa quanta parte della roadmap 2011-2012 sia stata disegnata da Steve Jobs prima di morire, ma una cosa è sicura: nel 2012 Tim Cook non ha fatto cadere la palla che gli era stata passata". Eppure, la sua scelta come successore era stata criticata da chi avrebbe preferito vedere al suo posto Ive, il principe dei creativi e il discepolo che più gli assomigliava: Jobs, con la sua vista lunghissima, ci ha preso anche lì.

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