NEWS   |   Industria / 05/10/2012

Steve Jobs, l’ultima vera rockstar

Steve Jobs, l’ultima vera rockstar

Se dovessimo scegliere un uomo simbolo della musica degli anni zero, sarebbe uno che non ha mai suonato uno strumento. Non uno tradizionale, quantomeno: perché gli strumenti che si è inventato hanno fatto e diffuso musica più di qualunque altra cosa mai prodotta.
Un anno è poco per “storicizzare” una figura, ma abbastanza per allontanarsi dall’onda emotiva che si è alzata inarrestabile quando Steve Jobs è morto. Ed è ancora più chiaro oggi che Jobs è stata l’ultima vera rockstar di questi anni.
Non fraintendeteci: di rockstar ce ne sono (e ce ne saranno) tante. Ma nessuna come il californiano ha incarnato e portato a quei livelli il carisma, la creatività, i vezzi, il pessimo carattere e il divismo.
La lettura della biografia di Walter Isaacson ha rivelato un uomo ben lontano dal mito intoccabile: irascibile, dispotico, volubile. Un po’ come certi musicisti che spaccano i mobili nelle camere d’albergo, lui fracassava le idee altrui come un caterpillar, senza curarsi di chi finiva sotto il suo rullo compressore.
Amava circondarsi di rockstar, Jobs: si sentiva un loro pari. Q è il periodo della retromania, dice il critico Simon Reynolds: le rockstar si guardavano indietro per marcare il territori. Jobs invece guardava avanti. Ha incarnato perfettamente lo spirito di questi anni, quello in cui le idee più interessanti nella musica sono nelle forme, nei modelli, negli strumenti più che nella musica in sé.
Poi, diciamolo, la sua invenzione musicale più importante non era così rivoluzionaria come voleva farci credere. L’iPod è un’evoluzione del lettore MP3, che a sua volta era l’evoluzione del Walkman. Jobs ha saputo rendere divino l’oggetto, infondendogli il suo carisma. Un po’ come certi musicisti trasformano in reliquie da venerare le loro chitarre. Solo che questo strumento era lì, alla portata di tutti. In cambio di qualche (qualche? non proprio) dollaro.
Si diceva che Jobs avesse un “Reality distortion field”: in sua presenza ogni cosa, ogni idea - anche la più futuristica e - sembrava reale e realizzabile, o almeno lui riusciva a convincerti che così fosse.
Oggi, a un anno di distanza, quel campo di distorsione della realtà emana ancora ondate potenti. Certo, ad ogni uscita di un prodotto Apple si levano voci di scherno - in questi giorni sta succedendo con le nuove Mappe di iOS, con blog che si divertono a trovare assurdità e incongruenze: il sottotesto è: “Cosa ne penserebbe Jobs?”. E i media si divertono a riprenderle.
Ma il fatto è che la setta dei fan è sempre più ampia. Quel carisma, che negli anni zero non abbiamo visto così forte in nessun nuovo musicista, aleggia ancora. Sembra un’eresia, ma Jobs ha un posto tra le grandi icone scomparse della musica, tra i Jimi Hendrix e i Kurt Cobain. Non si è ammazzato, non si drogava, non suonava ma il suo impatto è stato altrettanto forte.

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