Un gruppo di indies scrive a Music Week: 'Universal non venda la Coop a PIAS'

Le grandi manovre per la dismissione delle società e dei cataloghi che Universal deve liquidare dopo l'acquisizione della EMI sono già cominciate. E così le polemiche: un gruppo di discografici e manager indipendenti inglesi, europei e americani ha scritto al settimanale britannico Music Week per manifestare pubblicamente il suo dissenso contro la probabile vendita di Coop/Cooperative Music alla belga PIAS.

I firmatari della lettera, Stephen Richards di Lucky Number Music, Jeff Barrett di Heavenly Recordings, Gildas Loaec di Kitsune, Thomas Clapp di Kemado Records/Mexican Summer, Eric Harle di D.E.F. Management, Matthias Leullier di Control Freak, Laurence Muller di Recreation Center, Patrick Votan di Wedge e Cristof Elinghaus di City Slang (tutti affiliati in qualche modo a Cooperative Music), scrivono che "ci risulta che la COOP verrà disinvestita a vantaggio di una società residente in Belgio, la PIAS, e che Universal ha rifiutato di considerare offerte provenienti da altri acquirenti potenziali (incluse quelle di alcune dei firmatari di questa petizione)". L'eventuale vendita a PIAS, sostengono, "non aiuterà il settore indipendente e soprattutto nessuno di noi in Europa, dal momento che il risultato sarebbe semplicemente l'abbattimento di un operatore chiave del mercato musicale da parte di un altro, con il risultato di una restrizione futura della libertà di scelta e di un danno per le imprese interessate".

"La filosofia di COOP", spiega la missiva, "consiste nell'essere una società al servizio di un network compatto di etichette e artisti indipendenti in tutto il mondo, e di investire nelle piccole imprese con cui firma accordi per aiutarle a svilupparsi. E proprio questo è il motivo per cui ci siamo affiliati a lei, mentre in passato ad alcuni di noi era già stata offerta la possibilità alternativa di firmare contratti con PIAS". Il timore delle indies affiliate a Cooperative Music è che "mentre PIAS procederà a integrare al suo interno lo staff esistente di COOP nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Scandinavia in un modo che a noi risulta poco chiaro e preoccupante (dal momento che PIAS è già operativa in tutti questi mercati), COOP, per quanto ci risulta, perderà anche il suo management". I firmatari della petizione sono anche convinti che "PIAS includerà il catalogo musicale esistente nel suo portfolio e non investirà in imprese indipendenti perché non è questo ciò che fa normalmente", e che "ci saranno in futuro meno opzioni a cui rivolgersi, dal momento che PIAS essenzialmente eliminerà un concorrente - caratterizzato da un modello di business molto specifico - dal mercato". Il risultato? "Meno concorrenza, meno opzioni per artisti ed etichette, più concentrazione, con la conseguenza che il nostro business quasi certamente ne soffrirà". Di qui l'invito a Universal di guardare altrove, dal momento che "ci sono certamente molti altri acquirenti potenziali disponibili che potrebbero ulteriormente sviluppare la Coop, il suo modello e la sua filosofia, a maggiore beneficio della comunità degli artisti e delle etichette indipendenti".

    Le grandi manovre per la dismissione delle società e dei cataloghi che Universal deve liquidare dopo l'acquisizione della EMI sono già cominciate. E così le polemiche: un gruppo di discografici e manager indipendenti inglesi, europei e americani ha scritto al settimanale britannico Music Week per manifestare pubblicamente il suo dissenso contro la probabile vendita di Coop/Cooperative Music alla belga PIAS.

    I firmatari della lettera, Stephen Richards di Lucky Number Music, Jeff Barrett di Heavenly Recordings, Gildas Loaec di Kitsune, Thomas Clapp di Kemado Records/Mexican Summer, Eric Harle di D.E.F. Management, Matthias Leullier di Control Freak, Laurence Muller di Recreation Center, Patrick Votan di Wedge e Cristof Elinghaus di City Slang (tutti affiliati in qualche modo a Cooperative Music), scrivono che "ci risulta che la COOP verrà disinvestita a vantaggio di una società residente in Belgio, la PIAS, e che Universal ha rifiutato di considerare offerte provenienti da altri acquirenti potenziali (incluse quelle di alcune dei firmatari di questa petizione)". L'eventuale vendita a PIAS, sostengono, "non aiuterà il settore indipendente e soprattutto nessuno di noi in Europa, dal momento che il risultato sarebbe semplicemente l'abbattimento di un operatore chiave del mercato musicale da parte di un altro, con il risultato di una restrizione futura della libertà di scelta e di un danno per le imprese interessate".

    "La filosofia di COOP", spiega la missiva, "consiste nell'essere una società al servizio di un network compatto di etichette e artisti indipendenti in tutto il mondo, e di investire nelle piccole imprese con cui firma accordi per aiutarle a svilupparsi. E proprio questo è il motivo per cui ci siamo affiliati a lei, mentre in passato ad alcuni di noi era già stata offerta la possibilità alternativa di firmare contratti con PIAS". Il timore delle indies affiliate a Cooperative Music è che "mentre PIAS procederà a integrare al suo interno lo staff esistente di COOP nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Scandinavia in un modo che a noi risulta poco chiaro e preoccupante (dal momento che PIAS è già operativa in tutti questi mercati), COOP, per quanto ci risulta, perderà anche il suo management". I firmatari della petizione sono anche convinti che "PIAS includerà il catalogo musicale esistente nel suo portfolio e non investirà in imprese indipendenti perché non è questo ciò che fa normalmente", e che "ci saranno in futuro meno opzioni a cui rivolgersi, dal momento che PIAS essenzialmente eliminerà un concorrente - caratterizzato da un modello di business molto specifico - dal mercato". Il risultato? "Meno concorrenza, meno opzioni per artisti ed etichette, più concentrazione, con la conseguenza che il nostro business quasi certamente ne soffrirà". Di qui l'invito a Universal di guardare altrove, dal momento che "ci sono certamente molti altri acquirenti potenziali disponibili che potrebbero ulteriormente sviluppare la Coop, il suo modello e la sua filosofia, a maggiore beneficio della comunità degli artisti e delle etichette indipendenti".

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