NEWS   |   Pop/Rock / 26/09/2012

Mumford & Sons: 'Come abbiamo superato la sindrome del secondo album'

Mumford & Sons: 'Come abbiamo superato la sindrome del secondo album'

"Buongiorno, tutto bene?" esordisce al telefono (in italiano) Ben Lovett, tastierista, fisarmonicista, percussionista e corista dei Mumford & Sons, gruppo rivelazione del 2009 con quel primo album, "Sigh no more", che ha sfondato in Inghilterra ma anche oltreoceano (2,4 milioni di copie vendute negli Stati Uniti) raccogliendo premi e lodi ovunque. Il suo fare colloquiale incarna bene lo spirito di un gruppo che ha fatto della semplicità e della grande comunicativa uno dei suoi punti di forza, e che ora si trova di fronte alla prova della verità: "Babel", uscito l'altro ieri (25 settembre) in Italia, era uno dei dischi più attesi dell'anno. E chissà che pressione...."Durante i mesi estivi del 2011, quando abbiamo ricominciato ad andare in studio a registrare, non ci eravamo accorti subito che la pressione tornava a farsi sentire", racconta Ben. "Era come nascosta nel nostro subconscio. Sfortunatamente, eravamo destinati a soffrire della sindrome del secondo album... A essere sinceri, con quei primi tentativi non eravamo andati molto lontano. Avevamo del materiale in mano, una sorta di album, ma era come una matassa aggrovigliata. Non eravamo davvero sicuri di quel che stavamo facendo. L'arrivo del Natale è servito a sgombrare la testa dai pensieri. Ci siamo separati per un po' e io sono stato un paio di settimane a Cuba a veleggiare su una barca. A gennaio ci siamo ritrovati con lo stato d'animo giusto per lavorare al nuovo disco. A quel punto la pressione l'abbiamo dimenticata del tutto. O meglio, è diventata una questione del tutto interiore: ci siamo concentrati per fare il miglior disco possibile senza preoccuparci di come lo avrebbero giudicato gli altri. Fortunatamente abbiamo trovato il tempo per sperimentare cosa funzionava e cosa no. E per arrivare a un risultato di cui siamo orgogliosi".

"Babel" è nato a tappe forzate, in posti diversi e in momenti diversi, complice anche la frenetica attività dal vivo di un gruppo che sul palco dà il meglio di sé e ha iniziato a riscuotere consensi entusiasti. "L'anno scorso, durante i momenti più critici, è andata effettivamente così. Ma quest'anno abbiamo lavorato solo in tre studi, anzi due perché una parte del materiale l'abbiamo registrata a casa dei miei genitori sulla costa del Devon, nel Sud dell'Inghilterra, portandoci dietro un paio di unità mobili di registrazione. Ci siamo messi a suonare nel granaio, registrando lì quasi tutto il disco. Dopo di che ci siamo portati i nastri in un bello studio di campagna ubicato appena a Nord di Londra. Passare tutto quel tempo in tournée non ci aveva aiutato molto, da questo punto di vista. Suonavamo le canzoni di 'Sigh no more' davanti a grandi folle e poi dovevamo tornare a concentrarci sui pezzi di 'Babel'. Per riuscirci davvero abbiamo dovuto smettere di suonare dal vivo".

Siccome Mumford & Sons sono una band democratica in cui ognuno canta e scrive canzoni, Ben, Marcus Mumford, Winston Marshall e Ted Dwane sono arrivati all'appuntamento con qualcosa di pronto. E poi si sono cimentati nel loro gioco preferito, il "ten songs game". Che cos'è? "Un gioco divertente, una sfida", spiega Lovett. "Si tratta di scrivere dieci canzoni a testa in un giorno solo, e di registrare tutto: quaranta pezzi in totale, tutti nuovi. E' un altro espediente che serve a sgombrare la testa dai pensieri, a liberare la creatività. Anche se quel che ne esce non è di gran qualità è come innescare uno stream of consciousness , un flusso di coscienza. E' un po' come quando un giornalista deve scrivere un articolo o un saggio: la cosa migliore da fare è prendere un po' di fogli di carta e cominciare a scriverci sopra, liberare la mente senza starci troppo a pensare. E' un mezzo per esprimere se stessi". E quante di quelle canzoni sono finite sul disco? "Neanche una. Erano quasi tutte orribili! Ma ci è servito per finire alcuni degli altri pezzi su cui stavamo lavorando".

Alcuni non suoneranno nuovissime ai fan, perché già presentati dal vivo. La cosa sorprendente è che il pubblico sembra già avere mandato a memoria i testi: magie di YouTube? "Credo di sì", ride Ben. "Quando abbiamo suonato a Verona e ad Ancona non potevamo credere alle nostre orecchie. L'Italia è la nostra meta preferita per le vacanze ma non abbiamo mai avuto tanto tempo, finora, per venirci a suonare. Ricordo un'atmosfera di allegra follia. A Verona, dopo il concerto in quel bellissimo anfiteatro, un gruppo di una trentina di fan italiani si era trattenuto sul posto e continuava a cantare mentre noi eravamo nel backstage a fare le valigie. Oltre i cancelli li sentivamo cantare pezzi vecchi e canzoni nuove, ancora inedite, perfettamente armonizzate. Per quanto mi riguarda, è uno dei ricordi più belli che conservo da quando suono in questa band".

Il video del singolo "I will wait", intanto, è stato registrato a Red Rocks nei pressi di Morrison, in Colorado. Un altro posto magnifico: sembra che Mumford & Sons traggano ispirazione dall'ambiente, dal fascino dei luoghi... "Quel posto è sempre stato considerato epocale, una venue famosa in cui tutti sognano di poter suonare prima o poi. Ci è sembrato bello celebrare l'occasione con la realizzazione di un video: quando saremo più vecchi, tra vent'anni, potremo mostrarlo alle nostre famiglie e ricordare i tempi in cui eravamo giovani, avevamo una band e suonavamo a Red Rocks..."

E' l'ambientazione perfetta, comunque per un disco dal feeling decisamente live. "A differenza di quel che avevamo fatto con 'Sigh no more' stavolta abbiamo voluto registrare dal vivo", conferma Lovett. "E' stata una nuova sfida, e ci siamo adattati bene. Noi quattro in studio con sei microfoni e i registratori accesi, a fissare su nastro tutte le canzoni in quel modo. Tutto molto naturale, e abbiamo finito per spingerci reciprocamente. Ce la siamo sentita, stavolta, perché abbiamo suonato molto in giro e imparato ancora meglio le dinamiche interne della band. Ed è andata bene, siamo molto contenti di come suona il disco". Molto fedele (sezione di fiati a parte) alla classica strumentazione Mumford & Sons, chitarra acustica, banjo, pianoforte, contrabbasso e percussioni. "E' un mix che funziona, per noi. Non so se cambieremo quando si tratterà di fare un terzo album, ma questa volta sentivamo di dovere proseguire su quella strada. Ora abbiamo a disposizione 24 canzoni e due dischi che, per così dire, dialogano molto bene tra di loro. Ci sono temi comuni, non sono due entità troppo separate. Ed è come se questo fosse il capitolo successivo della storia". A produrre ancora Markus Dravs, un tipo abituato alle megaproduzioni (i Coldplay di "Viva la vida", per dire) ma che con i quattro londinesi sembra tirare il freno a mano. "Ci aiuta a focalizzare le idee, sa come gestire il lavoro altrui. Sostanzialmente lui veglia alle nostre spalle mentre creiamo il suono che desideriamo ottenere. Ci sono già abbastanza cuochi in cucina, con noi quattro. Non abbiamo bisogno di un'altra opinione sulle canzoni o sul sound. Piuttosto ci serve qualcuno che ci aiuti a controllare le dinamiche, a realizzare i nostri sogni. Ne siamo usciti con un disco contemporaneamente più buio e più luminoso. Un album più estremo del precedente: alcuni pezzi sono decisamente più dark e più heavy di quelli che avevamo pubblicato su 'Sigh no more'. Lo stesso accade con i momenti di luce, di sollievo e di speranza. 'Babel' è sicuramente un disco più contrastato, più in bianco e nero". E con una scrittura più evoluta, si direbbe... "Siamo cresciuti, siamo maturati. Suoniamo e scriviamo canzoni da più tempo. Per 'Sigh no more' avevamo scritto probabilmente un centinaio di pezzi... Non sappiamo ancora bene quel che stiamo facendo, non ci vediamo ancora come dei seri professionisti ma sicuramente abbiamo acquisito un po' di esperienza in più".

E quella copertina? Quel titolo? Che idea vogliono trasmettere? "Volevamo dire tutto e niente... Scegliere la copertina di un disco è insidioso, non sapevamo veramente dove andare a parare. Abbiamo pensato che sarebbe stato carino farci ritrarre tutti insieme, crew , amici e famiglie comprese. La foto è stata scattata in un cortile di Londra, la seduta è durata un paio d'ore. Gli altri si gettavano addosso del cibo e si divertivano, noi molto meno perché eravamo in primo piano e dovevamo guardare fisso in camera. Abbiamo scelto di chiamarlo 'Babel', il disco, perché quella parola suggerisce molte cose diverse nello stesso tempo e si presta a molte interpretazioni differenti. E' il titolo perfetto, perché è esattamente ciò che volevamo si provasse ascoltando il disco".

In attesa di sapere come reagiranno critica e pubblico, Mumford & Sons possono godersi i ricordi di questi incredibili ultimi tre anni. Compresi incontri storici con Ray Davies, Bob Dylan, Bruce Springsteen e Paul Simon (che nel nuovo album di Jerry Douglas, "Traveler", ha reinterpretato in loro compagnia "The boxer", ripresa anche nella deluxe edition di "Babel").  "Quando abbiamo registrato nello studio di Ray", rammenta Ben, "dopo tre giorni di lavoro si è avvicinato a noi e ci ha detto: 'Ascoltatemi ragazzi, ricordatevi di aver cura di voi stessi. Badate l'uno all'altro'. E' stato stupefacente sentirselo dire da lui, siamo cresciuti ascoltando i Kinks e conosciamo la loro storia. L'incontro con Dylan è stato strano, caotico e un po' folle. I Grammy sono un grande happening, con tutta quella gente, giornalisti, fotografi. C'era un sacco di adrenalina e di eccitazione nell'aria ma non ci siamo goduti il momento come avremmo voluto. Tutto è successo così in fretta, sarebbe stato bello poter passare un po' più di tempo con lui a porte chiuse, lontano dai Grammy. Non possiamo considerarla una collaborazione artistica, piuttosto una esibizione con Bob Dylan. Un'occasione speciale a cui ci consideriamo fortunati di aver potuto partecipare. Ma non è stato quel che avrebbe potuto essere, un momento davvero mitico".

Scheda artista Tour&Concerti
Testi