Classifiche, dischi d'oro, certificazioni:
la polemica infinita

Finirà davvero in tribunale, come minaccia il direttore generale dell'associazione di categoria, l'ennesima puntata della schermaglia seriale tra FIMI e Marco Marsili, presidente della Confederazione della Musica Italiana? Ad intervalli più o meno regolari lui, il produttore milanese che qualcuno ama dipingere come un Robin Hood della discografia senza santi in paradiso, decide che è giunto il momento di punzecchiare le multinazionali della musica, e richiama l'attenzione dell'antitrust, del governo e delle autorità europee sulle “malefatte” delle major: si tratti dei prezzi di vendita dei dischi come dei metodi di compilazione delle classifiche di vendita. E ogni volta, tirata per la giacchetta, la FIMI finisce per rispondere.
L'ultimo episodio, come abbiamo riferito questa mattina (vedi news), ha nuovamente per oggetto i presunti scandali della “chart” redatta da FIMI e Nielsen, che segnala oltre la ventesima posizione un album, quello di Alexia, cui la casa discografica Epic/Sony ha già assegnato il disco d'oro per le 50 mila copie vendute. Delle due l'una, si è detto Marsili, prima di esternare il suo pensiero alle agenzie di stampa subito affiancato dal Codacons: o la notizia fatta circolare dalla casa discografica (e poi ripresa dai mezzi di informazione) è scorretta, oppure tutti i dischi compresi tra la prima e la 23ma posizione – il che è lapalissianamente impossibile - hanno totalizzato vendite superiori a quella cifra.
Poco importa, sostiene l'agit prop della scena “indie” italiana, che presumibilmente (non abbiamo potuto verificarlo direttamente, oggi, con la casa discografica) i dati comunicati dalla Sony si riferiscano al “sell in”, cioè alla quantità di copie distribuite in prima battuta ai negozianti (magari sulla base di “assegnazioni”, come si chiamano in gergo, o di previsioni troppo ottimistiche di vendita), mentre i dati registrati dalla Nielsen e dalla FIMI riguardano il “sell out”, e cioè il numero di copie che effettivamente, nei punti vendita inclusi nel campione di sondaggio, finiscono in mano ai consumatori dopo essere stati "riconosciuti" dalla penna ottica collegata al computer di cassa. “Il risultato non cambia”, ribadisce Marsili al telefono con Rockol. “Queste sono cose che sanno solo gli addetti ai lavori, e su cui i media, indirizzati dalle case discografiche, contribuiscono a fare confusione. Il ragazzino che compra i dischi non fa distinzioni tra 'sell out' e 'sell in'. Tra classifiche, certificazioni presunte di vendita e comunicati delle case discografiche, quella che arriva al consumatore è una rappresentazione distorta e artificiosa della realtà delle vendite e del mercato. E il paradosso è che una notizia manifestamente falsa si trasforma, complici i mezzi di comunicazione, in un veicolo di promozione per l'artista e la casa discografica: se circola la voce che Alexia ha venduto 50 mila copie (e magari non è vero), i ragazzi sono invogliati a procurarsi un album a cui la consegna del disco d'oro conferisce una sorta di garanzia di qualità. Questo trucchetto non solo condiziona pesantemente i gusti dei consumatori ma finisce per penalizzare anche noi, produttori indipendenti: tutti sanno che autogrill e centri commerciali fanno gli acquisti sulla base delle classifiche FIMI”.
“Ma che c'entra l'attendibilità delle nostre charts, in tutto questo?”, replica Enzo Mazza, direttore generale della FIMI. “Questo episodio, al contrario, mi sembra una prova inconfutabile della oggettività e della trasparenza dei nostri metodi di compilazione. Marsili deve stare attento a quel che dice, non può permettersi di affermare che i nostri dati sono 'falsificati'. E noi, come associazione, non siamo responsabili delle comunicazioni e delle iniziative delle singole case discografiche, né del fatto che queste corrispondano o meno a verità e alla realtà del mercato così come viene testimoniata dalle nostre rilevazioni settimanali”.
Chiunque abbia torto o ragione (e peccato non si sia riusciti, in giornata, a sentire anche il punto di vista della Sony, che speriamo di potervi riferire quanto prima), l'episodio scoperchia ancora una volta il pentolone dei "numeri" svelando la disinvoltura con cui, in questo settore, si continua a giocare con le cifre per perseguire gli scopi più diversi. Un meccanismo serio, rigoroso e super partes di certificazione delle vendite e di assegnazione dei dischi d'oro e di platino (di cui proprio il presidente Sony Franco Cabrini si era fatto promotore, tempo fa, in FIMI) servirebbe magari ad evitare, in futuro, episodi poco edificanti come questo.
(Alfredo Marziano)
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