Costello a Milano: 'Studio ancora da compositore'

Costello a Milano: 'Studio ancora da compositore'
Deve assomigliare un po’ alle tasche senza fondo di Eta Beta, il bizzarro extraterrestre disneyano, la scatola cranica di Elvis Costello. Più ci frughi dentro, più ti metti a grattare sotto la superficie, più ne escono idee, canzoni, progetti visionari che mai ti aspetteresti da un qualunque altro autore di musica “leggera”, si tratti di allestire colonne sonore per balletti su testi shakespeariani o partiture vocali per la Charles Mingus Orchestra.
Per lui, il “workaholic” del pop, la giornata deve essere di quarantott’ore almeno, e non è certo per pigrizia che ci ha messo sette anni a confezionare un nuovo disco a suo nome che oggi, giovedì 21 marzo, presenta alla stampa nella sede milanese della Universal. Ma che album è, questo “When I was cruel”, in uscita il prossimo 12 aprile? Un disco postmoderno, con tutta quella archeologia musicale a base di chitarre in tremolo, sezioni fiati da big band e memorie di vecchi singoli in vinile? “Postmoderno? Non so proprio cosa voglia dire”. Un disco nostalgico? “Neanche per sogno. Mi piace utilizzare scampoli e reperti del passato, ma io vivo nel presente. Quanto al futuro, preferisco non pensarci troppo con i tempi che corrono”. Ma quel “45” che apre il disco, con tutti quei profumi di vinile e di Inghilterra subito dopo la guerra…“Non c’è rimpianto o malinconia, anzi è una celebrazione di come la musica scandisca i momenti importanti della nostra vita. L’ho scritta il giorno del mio compleanno e contiene elementi in cui tutti, credo, possono un po’ riconoscersi”.
Difficile, con Zelig-Costello, bloccare la conversazione sui contenuti del disco nuovo o sui suoi prossimi impegni promozionali (tre piccoli concerti da club in aprile, a Londra, Amsterdam, New York; poi, da metà maggio, un tour vero e proprio in partenza dagli Stati Uniti con probabile approdo in Italia a settembre). E così le domande scivolano presto su argomenti di attualità varia. Qualcuno gli chiede se non è un problema, per lui, non essere più al centro dell’attenzione come alla fine degli anni ’70: “Già, per qualche tempo sono stato persino una pop star: nel ’79 ‘Oliver’s army’ vendette mezzo milione di copie e non andò neppure al numero uno. Oggi con quelle cifre starei in cima alle classifiche per un anno. Non sono giovane e biondo, e quindi all’industria ormai interesso poco. Ma non me ne importa nulla. Per ogni disco venduto, io ricavo il 15 o 20 %, e il mio compito è di scrivere ed eseguire musica; è la casa discografica che si becca l’80 %, e dunque tocca a lei darsi da fare per spingere le vendite”. Poi, una preghiera scherzosa agli astanti: “Finiamola di parlare di music business, per favore. O scrivete tutti per il Financial Times?”
Via con le altre curiosità, allora. Ci sarà un’altra puntata della collaborazione con Bacharach? “Se lui vorrà, io senz’altro sono disponibile. Da lui ho imparato la precisione e la disciplina di scrittura”. Cosa ti ha attratto in Mina (la cui voce, vedi news, è campionata su un brano del disco)? “Le sue prime cose mi ricordano Dusty Springfield, che è una delle mie cantanti preferite”. E, a proposito di vocalist, chi è il miglior interprete di canzoni di Elvis Costello al mondo? “June Tabor ha fatto uno splendido lavoro. Ma anche Chet Baker, Johnny Cash, Paul McCartney: difficile scegliere il migliore”. E cos’è questa partecipazione a una puntata dei Simpsons? “In sintesi, il soggetto è questo: Homer ha bisogno di consigli esistenziali e si iscrive a una scuola di rock and roll. Io sono uno dei professori e, devo dire, sono quasi meglio come cartoon che come individuo in carne e ossa”.
Ci fosse bisogno di conferme della sua inarrestabile mobilità creativa, il signor Declan MacManus (questo il suo nome all’anagrafe) anticipa qualche pillola dei suoi nuovi progetti. “Con la Mingus Orchestra ho cantato in Brasile e in USA ed ora ho scritto il testo per un pezzo degli anni ’40, ‘Invisible lady’, che uscirà sul loro prossimo disco. Ed è stato emozionante starsene in platea ad ascoltare la mia musica eseguita da altri per il balletto di ‘Sogno di una notte di mezza estate’ (interpretato dalla compagnia italiana Aterballetto di Reggio Emilia)". Ma non è tutto: nel frattempo, il funambolico Elvis ha avuto modo di incidere una versione voce e orchestra della “Smile” di Charlie Chaplin per un dramma televisivo giapponese e di scrivere un pezzo per il nuovo album di Solomon Burke in coppia con la moglie Cait O’Riordan (“Si intitola ‘Judgment’: non potevo credere che lui non avesse mai inciso una canzone con quel titolo”) mentre l’8 aprile prossimo sarà agli studi londinesi di Abbey Road per una impegnativa registrazione dello stesso ‘Midsummer night’s dream’ in compagnia del direttore d’orchestra Michael Tilson Thomas e della London Symphony Orchestra. Da dove arriva tutto questo eclettismo? “A impegnarsi su un solo genere ci si fossilizza, nella mia borsa da viaggio c’è una raccolta di pieces pianistiche di Sviatoslav Richter, ma ci sono anche dischi di Lightnin’ Hopkins e del gruppo hip-hop Cannibal Ox. E adoro la musica africana, soprattutto quella etiope. Io sono un musicista, almeno così sta scritto sul mio passaporto. Ma il mio sogno, un giorno, è di diventare un vero compositore”.
Le ultime battute sono per il suo amore per l’Italia, più volte genuinamente testimoniato in passato. “Girando con Steve Nieve con un tour per piano e voce, cinque anni fa, ho avuto modo di visitare città che un normale gruppo rock non ha mai modo di vedere. Aosta, Modena, Udine, Modena: tutte dotate di splendidi, piccoli teatri d’opera dall’acustica fantastica. Ora mi piacerebbe visitare il Sud, Napoli e dintorni. E quando avrò 90 anni, vorrei insegnare musica all’Università di Bologna, la mia città preferita”. Con questo spiritato quarantottenne inglese trapiantato a Dublino chissà, un giorno potrebbe anche succedere.
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