Artisti vs. discografici: davanti al Senato USA, ognuno resta della sua idea

C'erano tutti: artisti, manager, avvocati e dirigenti discografici, all'udienza che martedì pomeriggio, 19 marzo, ha avuto luogo presso la commissione Giustizia del Senato Californiano, incaricata di studiare gli emendamenti alla legge che regola i rapporti tra musicisti e case discografiche proposti dal senatore Kevin Murray (vedi news).

Così riportano le cronache, aggiungendo però che dal confronto non è emerso nulla di sostanzialmente diverso da quanto già non si sapesse. Davanti al comitato ristretto di senatori sono comparsi in veste di testimoni i soliti protagonisti della battaglia che contrappone discografici e artisti riguardo agli obblighi contrattuali previsti dai contratti discografici (che la legge della California estende oltre il termine standard dei sette anni applicato normalmente ai lavoratori dello spettacolo): tra questi Don Henley, promotore della Recording Artists Coalition, e Hilary Rosen, presidentessa della RIAA, l'associazione delle major americane; ma anche discografici come Jeff Ayeroff della Warner Bros. e Steve Bernman della Interscope Geffen e manager come Simon Renshaw. Animi poco esacerbati e clima di estremo fairplay, stando alle stesse cronache, hanno contraddistinto l'informale incontro. Il discografico Ayeroff, riferisce il notiziario on-line dell'Hollywood Reporter, ha difeso la sua categoria dichiarando di fronte ai senatori che le case discografiche “non sono banche, ma formate da gente che investe sugli artisti” e precisando che le stesse, a parte le vendite dei dischi, non ottengono nessun ricavato dai concerti, dalle vendite di magliette o dalle sponsorizzazioni; mentre il suo collega Berman (Universal) ha confessato che solo i Puddle Of Mudd, tra i gruppi emergenti lanciati lo scorso anno dall'etichetta, hanno già prodotto un profitto per l'azienda. Ma, a dispetto dei sorrisi e degli scambi di cortesie, tutti sono rimasti della loro opinione: così Henley, che ha rinnovato la sua richiesta di tornare alle disposizioni di legge in vigore prima del 1987, sostenendo che i contratti discografici, così come sono impostati oggi, non garantiscono condizioni di reciprocità fra le parti. .

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