Campovolo, Italia Loves Emilia: il commento di Rockol

Campovolo, Italia Loves Emilia: il commento di Rockol

Sono almeno un paio le ragioni che rendono quasi del tutto ozioso commentare una serata come quella appena passata. La prima è che il successo ha baciato Italia Loves Emilia prima ancora che si aprissero i cancelli di Campovolo, ieri mattina alle 9, con 150.000 tagliandi bruciati in prevendita che hanno fatto segnare il "tutto esaurito" con quasi un mese di anticipo. La seconda, e più importante, è che il formato e lo spirito di questa manifestazione la rendano di fatto imparagonabile a qualsiasi altra, e quindi difficilmente valutabile. Un cast del genere, infatti, sarebbe stato impossibile da assemblare in vitro: tanto per problemi di budget - troppe esigenze ingombranti in un colpo solo, da gestire senza una (buona) causa comune condivisa da artisti coinvolti e produzione - quanto per ragioni "politiche" (ve la immaginate la riunione dei manager per stabilire l'ordine di esecuzione e i ruoli da headliner?), un evento simile parrebbe proibitivo da replicare (purtroppo per i vertici RAI, per i quali vedere sfilare a Sanremo una pattuglia di ospiti del genere rimane un sogno proibito). Puntare l'indice su certi aspetti - l'"effetto vetrina", certe rigidità nei set (colpa anche della presenza televisiva, indispendabile però alla realizzazione del DVD, anche questo per beneficenza) - sarebbe quindi pretestuoso: se una cosa era certa e dichiarata, prima dell'inizio, era il format, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Poi c'è la retorica, non sempre sopportabile e comunque inevitabile, in casi come questo: al pubblico di Campovolo è piaciuta moltissimo, ci pare, e se fosse mancata sarebbe stato quasi giusto protestare, un po' come se i Nomadi non avessero suonato "Io vagabondo". D'altra parte erano tutti qui per questo, no?

Musicalmente parlando, lo show ha retto: ottima l'idea (non inedita e già vista a diversi festival) di evitare i tempi morti "sdoppiando" la ribalta in due porzioni per risparmiare gli stop sui cambi palco. Il fatto, poi, che non ci fosse un presentatore - nonostante il format televisivo - è un titolo di merito, benché, dato il peso del cast, difficilmente si sarebbe trovata una figura adatta a ricoprire una tale mansione. Tecnicamente, a parte un paio di eccezioni, grosse pecche non ce ne sono state: il problema, con gli spazi aperti, rimane sempre quello di riuscire a restituire fedelmente il suono prodotto sul palco, cosa molto difficile, se oltre ai canonici chitarra basso e batteria subentrano sezioni di voci, archi e strumenti acustici in generale.

Sui duetti si potrebbe dire tanto: in generale, è prevalsa l'idea - giusta - di offrire al pubblico qualcosa di nuovo, cercando comunque di sfruttare al meglio il repertorio già disponibile. Se Jovanotti e Renato Zero e Litfiba e Ligabue sono stati curiosi seppure non impeccabili con "Amico" e "Tex", Zucchero (con Elisa e Fiorella Mannoia alle seconde voci e Jeff Beck a snocciolare un solo dei suoi) e Elisa (con Ligabue su "Ti vorrei sollevare") hanno preferito andare sul sicuro, affidando featuring d'impatto ma non troppo sdrucciolevoli ai propri ospiti. "Il mio nome è mai più" è stata viziata da inconvenienti tecnici - ci stanno, per carità -, il tributo a Lucio Dalla di Fiorella Mannoia e Giuliano Sangiorgi è stato doveroso e onesto, anche se non memorabile. Baglioni è stato bravo a scegliere "A muso duro" di Bertoli per chiudere la serata, evitando di rispolverare - per dire - "Domani": certo, la rilettura - musicalmente - oltre alle voci degli interpreti offriva poco, ma - è stato lo stesso Claudio a dirlo, introducendola - la valenza era più simbolica che artistica.

Su sonorità e atmosfere, rimane l'impressione che ai nostri big - o, meglio, ai loro produttori - prendere strade poco battute piaccia poco. Va benissimo che Renato Zero o Claudio Baglioni si attestino sulla cifra melodica e orchestrale tipica della nostra canzone, o che Giorgia pretenda un sound ben definito - soul, nel suo caso - coerente con il suo stile: tuttavia, c'è chi, sotto questo punto di vista, avrebbe potuto dare di più. Jovanotti, in materia, è stato il più coraggioso, l'abbiamo già detto, e Tiziano Ferro e Elisa - a modo loro - hanno dimostrato di sentire questa necessità di rinnovamento. Ma, a voler guardare cosa suona all'estero e cosa suona qui da noi, di strada da fare ce n'è ancora molta.

Non è peregrino il paragone con il resto d'Europa e del mondo, perché ha avuto ragione Ferdinando Salzano di Friends & Partners a rimarcare - durante la conferenza stampa - come un evento del genere sia un unicum, anche fuori dai nostri confini: se non altro, e casomai ce ne fosse ancora bisogno, una serata come Italia Loves Emilia ha avuto il pregio di dimostrare come di fronte ad una proposta valida il rischio di insuccesso praticamente non esista. E' vero, come ricordavamo all'inizio, che la particolarità di una manifestazione del genere risieda proprio nei suoi presupposti non commerciali, e che quindi sia inutile cercare di spiegare le ragioni dell'esito della serata di ieri. Tuttavia Tiziano Ferro, qualche ora prima di salire sul palco, ha detto una cosa molto importante nel corso dell'incontro con la stampa: "Sono orgoglioso di fare parte di una categoria che per la seconda volta, dopo la tragedia in Abruzzo, ha saputo dare prova di essere capace di mettere da parte il proprio ego per dare il meglio di sé". Ha ragione da vendere: se c'è una cosa che ha reso speciale la serata di ieri - sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista artistico, che poi sono strettamente legati - è stata la capacità delle voci intervenute di sentirsi parte dello spettacolo, e non lo spettacolo. Così come tutti gli artisti che in giro per il mondo prendono parte a festival e rassegne, conoscendosi, sperimentando e collaborando, proprio come è successo qualche ora fa a Reggio Emilia. Non sarebbe bello se, senza azzardare che diventi la normalità, succedesse più spesso, magari anche quando la terra non trema?

(dp/vm)

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