I vertici BMG sputano il rospo: 'Il deficit? Tutta colpa del vecchio management'

Le traversie subite recentemente dal Bertelsmann Music Group hanno due diretti responsabili: Michael Dornemann e Strauss Zelnick, e cioè i due uomini che fino a sedici mesi fa dirigevano la società (vedi news). Così almeno sostengono i nuovi vertici della casa tedesca, che nei giorni scorsi hanno esternato la loro verità al Los Angeles Times, magari con poco fair play ma con estrema franchezza.
“Quando sono arrivato in BMG ho trovato un'azienda in ginocchio, nel più completo caos finanziario”, ha confessato al quotidiano californiano il nuovo numero uno della major, Rolf Schmidt-Holtz, citando il disavanzo di 400 milioni di dollari con cui la società ha chiuso l'anno 2001 e il fatto che nei cinque anni trascorsi dalla sua entrata in funzione la filiale nordamericana di BMG non ha ancora raggiunto il break even (il punto di pareggio tra profitti e perdite). In più, aggiunge Schmidt-Holtz, “avevamo perso ogni credibilità nei confronti degli artisti, delle etichette, persino dei nostri azionisti. Nessuno credeva più nella BMG, e per quale motivo? A causa dell'egocentrismo e dell'arroganza di una parte dei nostri manager. L'arroganza ha quasi ucciso questa società”, sentenzia l'amministratore delegato di BMG senza citare espressamente Dornemann e Zelnick ma evocandoli in modo inequivocabile: ai due ex dirigenti, liquidati senza tanti complimenti dal “boss” Bertelsmann Thomas Middelhoff, non viene ancora oggi perdonata l'epurazione di Clive Davis, il carismatico fondatore della Arista rientrato in famiglia dalla porta principale grazie alla fortunata joint venture J Records (che alla BMG è però costata la bellezza di 100 milioni di dollari in termini di spese iniziali di finanziamento: il tutto in cambio del solo 50 % dei profitti), senza contare le spese dell'ordine di centinaia di milioni di dollari sostenute per finanziare imprese per lo più fallimentari nei settori del direct marketing e di Internet (e ogni riferimento a Napster non è casuale).
Ma ora il vento è cambiato, assicurano Schmidt-Holtz e il chief operating officer Michael Smellie, nonostante il fatturato in calo del 12 % nell'ultimo esercizio, il licenziamento di 1.500 dipendenti nel mondo e la prossima liquidazione dell'etichetta Bad Boy di Sean Combs (alias P. Diddy) per 30 milioni di dollari: il nuovo management BMG assicura di avere raggiunto il break even negli ultimi sei mesi del 2001 e pronostica un profitto da 100 milioni di dollari per il 2002.
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