Sanremo: riflessioni, considerazioni, primi bilanci

Premesso che l'unico bilancio che conta, quello delle vendite, sarà possibile solo fra qualche settimana - e non me la sento di tentare divinazioni, anche alla luce del sostanziale fallimento della “proposta Baudo” sulla riduzione del prezzo dei Cd sanremesi - a manifestazione terminata posso solo provare a riassumere qualche parere personale sul contenuto prettamente musicale del 52° Festival della Canzone Italiana.

Pippo Baudo, direttore artistico e dittatore dichiarato, ha mantenuto la sua promessa: confezionando un cast per tutte le stagioni, attentamente pesato col bilancino per provare ad accontentare un po' tutti i gusti.

Con un'attenzione particolare nei confronti di quel pubblico che - e in questo il pensiero del patròn coincide col mio - è presumibilmente l'unico che ancora può dare qualche piccola soddisfazione commerciale: gli adulti, quando non gli anziani. Agli over 35, il cast del festival ha offerto il ventaglio di nomi più ampio: dal bel canto di Alessandro Safina (una presenza tutto sommato deludente, perché troppo poco caratterizzata sul versante lirico) al romanticismo dichiarato della coppia Leali-Corna (merito della seconda, peraltro, se l'esibizione di sabato ha fatto riguadagnare posizioni di classifica alla canzone) e di Fiordaliso (un brano ultratradizionale, ma ben confezionato e bene interpretato), dalla canzone d'autore d'annata di Gino Paoli (con una composizione di mestiere, non particolarmente ispirata) al neo-romanticismo di Mariella Nava (un pezzo molto baglioniano, ma non del Claudio Baglioni migliore) e di Michele Zarrillo (ormai ingabbiato in uno stile ripetitivo, benché abbastanza personale). Ovviamente senza dimenticare Mino Reitano - che avrei voluto più convinto nel rilancio del nazionalpopolare: così com'è, la sua canzone è fin troppo raffinata per andargli a pennello - e i Matia Bazar, vincitori con un brano innegabilmente meno valido di quello che ha dato loro il terzo posto lo scorso anno.


Per palati un po' più esigenti, ma sempre più inclini alla melodia, il menu ha proposto Filippa Giordano (ancora, a mio avviso, lontana da uno stile davvero originale: ma mi è piaciuto il look più sensuale e meno Audrey Hepburn sfoggiato nell'ultima serata, che la rende decisamente attraente), Francesco Renga (l'ex voce dei Timoria ha scelto definitivamente la via del pop moderno, come conferma il suo album in uscita), Patty Pravo (gran personaggio, non assistito da un pezzo altrettanto convincente).

Un piccolo discorso a parte per Loredana Berté: la sua “Dimmi che mi ami” è una buona canzone, e lei ha cercato, per come ha potuto, di renderla al meglio; ma il pathos della sua presenza sanremese non nasceva dall'intensità dell'interpretazione, bensì dal dramma personale che il palco dell'Ariston ha messo in scena.

Anche Enrico Ruggeri ha provato a tenersi fuori dagli schemi, con una marcetta esplicitamente sparksiana ma arrangiata con suoni balcanico-felliniani, immediatamente orecchiabile e che prelude, per dichiarazione dello stesso cantautore, a una nuova fase di ricerca di una canzone d'autore “meno noiosa”. E Nino D'Angelo, che ormai ottiene (meritate) soddisfazioni più dall'attività teatrale che da quella discografica, seguita a percorrere la via dell'etnico-mediterraneo con risultati gradevoli ma non propriamente innovativi.


Al pubblico cosiddetto “giovane” Baudo ha proposto un Gianluca Grignani ancora in mezzo al guado (e infatti il suo piazzamento è senza infamia e senza lode), un Daniele Silvestri inopinatamente sbarazzino (“Salirò” è più felice nell'arrangiamento che nella struttura), il neo-beat dei Timoria (più spaesati che a proprio agio nella kermesse: il loro ultimo posto vale quasi come una medaglietta al valore) e il plastic-R'n'B di Alexia, il cui - sorprendente, ma del tutto comprensibile - successo di classifica va ascritto alla freschezza ritmica di una canzone decisamente diversa da tutte le altre in gara, oltre che a una voce di ottima presa.
Pippo non ha trascurato nemmeno i teenagers: peccato che i Gazosa non siano né carne né pesce, e che crescendo non facciano più nemmeno tenerezza alle mamme; e che le Lollipop si siano confermate un prodotto studiato a tavolino, dotato di potenziale commerciale ma assolutamente privo di spessore artistico.
Per quanto concerne il gruppone dei Giovani, mi pare preferibile rinviare ogni giudizio alla controprova dell'album: alcune proposte sembrano interessanti o almeno piacevoli (La Sintesi, Giuliodorme, Botero, Valentina Giovagnini), altre irrimediabilmente datate (la vincitrice Anna Tatangelo, Gianni Fiorellino) o altrettanto vistosamente clonate (78 Bit, Dual Gang). Sui due cosiddetti figli d'arte, Morandi e Celentano, meglio non spendere parole.

Come i nostri lettori sanno, il senso della presenza a Sanremo di Rockol era, quest'anno, esclusivamente indirizzato a trattare temi e argomenti musicali; per questo ci siamo astenuti dal dare spazio a quanto attenesse invece all'ambito televisivo o più genericamente della cronaca e del costume. Non accennerò, dunque, nemmeno in questa sede, né a Giuliano Ferrara né a Roberto Benigni, né a Simona Ventura né al Pavarotti di Maurizio Crozza, né tantomeno a Giorgino o a Vittoria Belvedere o a Manuela Arcuri. Tutte distrazioni mediatiche, finalizzate all'audience televisiva, che hanno distolto l'attenzione (prima dei colleghi, poi del pubblico) dalla missione istituzionale del Festival della Canzone Italiana: che sarebbe, appunto, quella di far ascoltare nuove (e possibilmente belle) canzoni, e di far apprezzare autori e interpreti già affermati o emergenti.
E a proposito di distrazioni mediatiche: so di rischiare l'impopolarità, ma davvero a questo Festival servono gli ospiti stranieri, raccattati in giro per il mondo a seconda delle disponibilità e delle esigenze promozionali? Confusi nel calderone televisivo, fra una telepromozione e un collegamento con le giurie, risultano poco più che siparietti musicali: siamo sicuri di non poterne fare a meno?

Pippo Baudo ha annunciato, nell'ultimo incontro con gli (stremati) occupanti della sala stampa - a nome dei quali anche quest'anno posso ringraziare l'efficiente collaborazione dello staff guidato da Tonino Manzi -, che “da domani” si comincia a lavorare per la prossima edizione, quella del 2003. Se posso permettermi un consiglio, o almeno un auspicio, sarebbe il caso che il direttore artistico iniziasse seriamente a guardarsi intorno - non necessariamente da solo - per monitorare la nuova scena italiana, affinché sia possibile invitare, l'anno prossimo, giovani interpreti e musicisti che effettivamente rappresentino i migliori fermenti musicali italiani (ce ne sono, ce ne sono), anziché affidarsi a strutture di preselezione che non risultano del tutto esenti da ipotesi di confltto d'interessi. E' un lavoro duro: ma tocca a lui accollarselo, se non vuole ritrovarsi, come quest'anno, con un cast di Giovani evidentemente inadeguato.
(Franco Zanetti)
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