Alì, sceicchi del vino e Madonne di strada: il nuovo viaggio di Luca Morino

Alì, sceicchi del vino e Madonne di strada: il nuovo viaggio di Luca Morino

Una processione religiosa nel bel mezzo dell'Appennino ligure, al ritmo di una cumbia colombiana ("S. Maria del deserto"). Una rumba ispirata alla Mirafiori anni Sessanta ("Ballata per Mira"). Un Morricone spaghetti western ambientato nelle Langhe ("Lost in Fondovalle"). In "Vox creola",  debutto di Luca Morino con il nuovo progetto Morino Migrante & Combo Luminoso (in uscita il 25 settembre), la classica patchanka dei Mau Mau è diventata un patchwork ancora più intricato e colorato. "Eppure non sono commistioni consapevoli", spiega a Rockol il cantante e chitarrista torinese. "Nel tempo mi sono creato un linguaggio particolare,  un po' come quel personaggio de 'Il nome della rosa'. Ed è un vocabolario che cambia da un pezzo all'altro".



Il nome del nuovo gruppo spiega molto, perché  in "Vox creola" emergono più che mai lo spirito errante di  Morino e i suoi appunti di viaggio (quelli che annota nelle sue rubriche giornalistiche e che tra il 2003 e il 2004 avevano generato un libro e un disco, "Mistic turistic/Moleskin ballads").   "Certo, ho assorbito molte delle mie recenti esperienze di viaggio ma allo stesso tempo ho cercato di essere stanziale. La presenza di un tablista indiano non è dovuta a una ricerca di esotismo  ma semplicemente al fatto che quel musicista si è sposato con una ragazza che sta nelle Langhe, tanto che oggi parla con accento piemontese. E' un po' lo specchio di un'evoluzione sociale che non riguarda più soltanto le realtà urbane ma anche la periferia dell'impero". Nella circostanza, una sorta agriturismo perso in una delle più rinomate regioni vinicole italiane in cui Morino s'è rifugiato, lo scorso anno, per raccogliere le idee e ospitare amici e musicisti.  "Avevo bisogno di un posto alieno, e anche evocativo, in cui concentrarmi e divertirmi a suonare", spiega. "Ho creato un gruppo allargato, oltre la cerchia dei musicisti con cui suono normalmente. Abbiamo confrontato idee e finalmente sono riuscito a completare il  disco". Un parto lungo e difficile? "Difficile forse no, lungo sì perché stavolta mi sono imposto di non avere fretta. Tutti miei dischi precedenti, a parte l'album di debutto dei Mau Mau, sono stati realizzati con il calendario in mano. Una scelta necessaria e giustificata, se hai degli obblighi contrattuali, ma che a volte ti impone automatismi che prescindono dal flusso creativo e  dal tuo stato emotivo. Stavolta ho voluto dare precedenza alle mie esigenze, e non a caso questa è una delle rare volte in cui, a disco finito, non mi verrebbe da cambiare molto. Tutto è stato meditato a lungo".



Perché le Langhe? "Perché  sono un luogo di grande suggestione. Offrono spazi aperti e la possibilità di fare incontri inaspettati. E' facile e bello perdersi, in quelle terre:  per andare da un luogo all'altro puoi scegliere cinque percorsi diversi. E tutto questo a soli sessanta chilometri da Torino". Un paradiso, ma a rischio: preda, come canta Morino in "As dis" (unico pezzo in piemontese della raccolta), dei nuovi "sceicchi del vino". "Se le paragoni a quello che erano vent'anni fa, la differenza salta agli occhi. Il boom del vino ha prodotto situazioni di disagio e arricchimenti molto veloci. Le Langhe sono diventate un luogo molto appetibile dal punto di vista economico e commerciale, e ho immaginato che in un futuro non lontano possano trasformarsi in un'ipotetica Medellin, dominata da un cartello che gestisce il traffico del nettare d'uva". Torino è l'altro punto fermo di un disco composto di suoni cosmopoliti:  "Sì, a cominciare dalla copertina che ho affidato a uno studio di giovani grafici che abitano a due isolati da casa mia. Anche i musicisti che suonano in 'Vox creola' sono quasi tutti piemontesi e torinesi.. non per campanilismo, ma per una volontà di mettere a frutto le grandi risorse che ci sono in città. Stavolta non ho sentito il bisogno di andare a cercare in Africa o in Brasile com'era successo in altre occasioni. E cantare un pezzo in dialetto è stato un modo per ribadire che anche il piemontese fa parte del mio bagaglio culturale  e del mio vocabolario, al di là dei Mau Mau".




Apparentemente fuori contesto geografico (ma con due strofe aggiunte che riflettono l'attualità italiana di questi tempi) "Rumble in the jungle" è la trascinante cover di quella "In Zaire" con cui l'inglese Johnny Wakelin, nel 1976, celebrò il leggendario incontro di boxe di due anni prima a Kinshasa tra Muhammad Alì e George Foreman. Ai tempi veniva considerato un pezzo banale e molto commerciale... "E' vero", ride Luca, "ma c'è un antefatto. Da tempo desideravo cantare "Prisencolinensinainciusol'  di Adriano Celentano. L'ho provata tante volte nella mia cameretta, ma mi sono accorto che non era cosa: può farla solo lui. 'In Zaire' in qualche modo  gli assomiglia, è più o meno dello stesso periodo e ha una struttura ritmica simile. Solo recentemente ho scoperto che celebrava la figura di Muhammad Alì, un personaggio capace di prese di posizione molto forti e che all'epoca pagò care. Quelle scelte e quel messaggio sono ancora attuali; io ci ho voluto   aggiungere un riferimento ai movimenti di piazza che hanno scosso il Nord Africa negli ultimi due anni ma anche al continuo sbarco di disperati sulle nostre coste, un dramma che spesso, anche in questi ultimi giorni, si trasforma in tragedia e a cui abbiamo purtroppo fatto l'abitudine. Queste tematiche avvicinano la mia versione di 'Rumble in the jungle' ad altri pezzi del disco come 'Campi di battaglia'. C'è un filo rosso che li lega".




E' uno dei pezzi più ritmici e trascinanti di un disco che di ritmo vive, e che sembra fatto apposta per dare il meglio di sé dal vivo. "Suonare canzoni energiche e ritmate era uno dei miei punti fermi: solo in 'Vajassa', che ne è totalmente priva, e in 'Lost in Fondovalle' il ritmo non è preminente. Pur avendo attribuito molta importanza ai testi non volevo fare un disco 'cantautorale'.  Ho fatto molti live chitarra e voce, date in piccoli locali, prima di cominciare a registrare. Volevo capire se le nuove canzoni fossero abbastanza robuste da stare in piedi da sole. Ma se ti esibisci a  Ferragosto in Sardegna è necessario lanciare la tua musica più lontano. La data zero sarà il live che faremo a Radio Popolare subito dopo l'uscita del disco. La formazione che mi accompagna sul palco comprende batteria, basso, chitarra elettrica,  violoncello. E ci sarà anche un dj".

 



Qualcosa di molto diverso dai Mau Mau? "Quel gruppo era il risultato di una combinazione chimica tra me e Fabio Barovero, la sua forza era la mescolanza dei miei gusti musicali con i suoi. Non essendoci più lui, stavolta ho composto e lavorato in una maniera abbastanza diversa. L'evoluzione armonica e melodica dei brani ha seguito percorsi differenti, ed è diverso il suono: quello dei Mau Mau, soprattutto nei primi tempi, era molto caratterizzato dalla fisarmonica di Fabio. In questo disco, invece, non c'è neanche una clavietta. Neppure uno strumento ad ancia...". Aspettative?  "Oggi i dischi si fanno in modo molto più disincantato di un tempo. Il messaggio arriva depotenziato, tu ci metti l'amore che metteresti nel far nascere un figlio ma la gente lo sgranocchia come fosse un Pringles.  Ci si sente un po' con le polveri bagnate, ma io ho comunque cercato di fare un lavoro che rappresentasse fedelmente quel che sono e le mie ultime esperienze. Ovviamente sto già pensando al prossimo, a come questa musica potrà evolvere. Il disco, come oggetto, ha perso la sua forza. Ma lo spirito, il contenuto, no: se riesci ad arrivare a qualcuno, si riapre una porta. Per quel che riesco a scorgere, un pubblico per proposte come questa esiste ancora".


 



 

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