Clary (EMI): 'Ecco cosa chiedo a Berlusconi'

EMI chiama in causa Palazzo Chigi: la lettera che il presidente della major italiana ha scritto al capo del governo per richiederne un intervento d'urgenza a sostegno dell'industria musicale è partita nei giorni scorsi dagli uffici milanesi di via San Babila e – poste permettendo – dovrebbe avere già raggiunto la sua destinazione, l'ufficio di Silvio Berlusconi presso la Presidenza del Consiglio.
“Mi sono sentito in dovere di fare qualcosa”, ha detto a Rockol Riccardo Clary spiegando i motivi di un'iniziativa che nei giorni scorsi ha trovato eco sui quotidiani, “in quanto rappresento un marchio che ha in catalogo oltre 7 mila titoli e che custodisce pagine fondamentali della storia della musica registrata, dalla Callas a Muti, dai Rolling Stones ai Beatles, da Guccini a Vasco Rossi. I muri di questa casa discografica trasudano storia e cultura, in quest'azienda lavorano persone e artisti che meritano un futuro: per questo l'industria musicale non può e non deve morire”.
Ma non può neanche sopravvivere e prosperare, secondo Clary, contando sempre e soltanto sulle sue forze. “L'Italia è una repubblica fondata sull'automobile, sulla televisione e sulla moda: ma è giunto il momento che qualcuno si occupi seriamente anche della musica e dell'industria che la alimenta. Il nostro non è un 'prodotto' che serve soltanto a fare audience o che fa comodo evocare quando si tratta di tirare in ballo certi conflitti di interesse: è la colonna sonora della nostra esistenza, un bene essenziale per il benessere dello spirito, ed è un paradosso che nessuno abbia mai voluto occuparsene neanche in sede istituzionale. Ci si ricorda degli artisti e dei cantanti solo quando servono a raccogliere voti: il resto è inerzia, vuoto assoluto”.
Di qui l'idea della missiva al presidente del Consiglio, di cui Clary ha anticipato a Rockol alcuni contenuti: “Nella lettera invoco misure in sostegno dei rivenditori specializzati e delle piccole etichette indipendenti che stanno scomparendo, chiedo finanziamenti destinati alle opere prime musicali. E poi una legge finalmente organica sulla musica, un revisione della riforma Moratti sull'insegnamento musicale nelle scuole, un'applicazione seria e rigorosa delle norme che puniscono la pirateria, un fenomeno che anche in certi ambienti politici è stato trattato fino ad oggi con benevola sufficienza. Infine un intervento deciso e propositivo, anche in sede di Unione Europea, per la riduzione dell'IVA sui dischi. Siamo riusciti a difendere la pizza DOC, il vino e la cioccolata. Siamo riusciti a proteggere le librerie quando, sopraffatte dalla crisi, cominciavano a cedere spazio alle pizzerie e alle jeanserie. Perché non possiamo tutelare un'industria che esporta in tutto il mondo e che genera un indotto enorme? Perché non possiamo assicurare un futuro ai punti vendita e alle etichette indipendenti che sono un serbatoio creativo indispensabile per tutto il settore”?
Clary si infervora, cita Nietzsche e Goethe, plaude alle esternazioni sanremesi di Caterina Caselli (“vuole Ciampi al festival? Ha ragione, le manderò un telegramma di congratulazioni”), ma glissa ogni ulteriore commento sulla kermesse, dove le sue case discografiche, Capitol e Virgin, brillano per assenza. Controbatte, anche, con veemenza a chi accusa la discografia di non avere altre risposte da opporre alla crisi se non una richiesta di assistenzialismo: “La moda, il cinema, l'editoria, l'auto: loro sì che sono stati regolarmente sovvenzionati dallo stato, mentre noi non abbiamo mai intascato una lira dalle casse pubbliche. La discografia continua, da sola, ad investire tempo, uomini e denaro sulla carriera degli artisti, è l'unica dinamo che dà impulso a un intero settore. Ma oggi lo sviluppo dei repertori locali e la sopravvivenza della musica italiana sono a rischio: per questo un intervento istituzionale è improcrastinabile”.
L'ultima battuta è rivolta a chi accusa i discografici di essere la causa prima dei loro mali. “Sono le leggi della domanda e dell'offerta a darci torto? Se anche fosse, ricordiamoci che la musica è un patrimonio culturale e che non si vive di solo mercato. Facciamo brutti dischi? Può darsi: ma è meglio mettere in circolazione CD che qualcuno giudica discutibili che non pubblicarne per niente, chiudendo ogni canale di comunicazione tra il pubblico e gli artisti che hanno qualcosa da esprimere. Questo è il nostro lavoro, e vogliamo continuare a svolgerlo al meglio”.
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