Rockol - sezioni principali

NEWS   |   Industria / 04/03/2002

Le major USA replicano agli artisti e danno i 'numeri'

Le major USA replicano agli artisti e danno i 'numeri'
Nel tentativo di difendersi dagli attacchi concentrici che le piovono addosso dalla comunità artistica come dall’opinione pubblica, l’industria discografica (quella americana, almeno) sceglie la strada della trasparenza: nel senso che, per la prima volta, una casa discografica ha deciso di rendere pubbliche al centesimo le spese sostenute per il lancio di un artista emergente con l’obiettivo di dimostrare che le accuse di speculare sulle tasche dei consumatori e dei musicisti rivolte alle imprese musicali risultanto infondate. Il “caso” portato all’attenzione pubblica riguarda l’etichetta MCA, affiliata alla major Universal Music, e la cantante emergente Carly Hennessy, il cui manager, non a caso, è Miles Copeland, uno dei portavoce dell’industria (vedi news) nel dibattito pubblico che ruota intorno al tema del prezzo dei dischi, dei contratti con gli artisti e della presunta avidità delle major musicali. Per la registrazione e la promozione del disco di debutto della giovane speranza del pop, informa un articolo pubblicato martedì scorso (26 febbraio) sul Wall Street Journal, la casa discografica ha già speso la bellezza di 2,2 milioni di dollari, oltre 2 milioni e mezzo di euro, con il risultato di vendere, fino a questo momento, la miseria di 378 copie (equivalenti ad un fatturato di 4.900 dollari, 5.660 euro). Un dato in più, fanno osservare Copeland e Jay Boberg, boss della MCA, a dimostrazione del fatto che delle migliaia di album pubblicati ogni anno negli USA meno del 5 % va in attivo. I due rivelano anche che per molti dischi il punto di pareggio comporta ormai la vendita di almeno 500 mila copie: risultato che, da statistiche ufficiali, è stato raggiunto lo scorso anno solo da 112 dei 6455 album pubblicati negli USA (e che va comunque confrontato volta per volta con le spese di marketing, di royalty e di registrazione sostenute per ogni singolo progetto). “In molte altre industrie”, annota l’articolista del quotidiano finanziario, Jennifer Ordonez, riferendosi al caso della Hennessy, “un risultato del genere verrebbe considerato uno straordinario fallimento. Ma nel travagliato music business di oggi rappresenta invece la routine”.
Gli artisti però controbattono: secondo Don Henley, Sheryl Crow e gli altri attivisti della Recording Artists Coalition, sono le case discografiche a tirarsi la zappa sui piedi, incaponendosi nella promozione di progetti discografici di scarso o nullo valore artistico e potenziale commerciale.