Band Of Horses: tra treni e rock'n'roll, 'un disco fatto alla vecchia maniera'

Band Of Horses: tra treni e rock'n'roll, 'un disco fatto alla vecchia maniera'

Coccolati da una major, e in costante progressione: con "Mirage rock", in uscita oggi (18 settembre) su etichetta Columbia, i Band Of Horses di Ben Bridwell, vanto di Charleston (Carolina del Sud) anche se hanno preso forma a Seattle, sembrano pronti ad allargare ancora i confini della loro popolarità. Senza compromessi, dal momento che il loro quarto album (il secondo per la Sony) è forse il disco più "roots" e anni Settanta del catalogo. A partire da quel singolo,  "Knock knock", che sfoggia chitarre elettriche fragorose  e un clima spontaneo, da concerto. "E' stato uno dei primi pezzi che abbiamo registrato per il nuovo album", racconta a Rockol il chitarrista Tyler Ramsey, entrato dopo "Cease to begin" in una line up a cinque che sembra avere trovato un suo assetto stabile. "L'avevamo suonata dal vivo un paio di volte e l'intenzione era proprio quella: creare un disco di canzoni non troppo lavorate,  vicine al feeling che trasmettiamo sul palco".



Missione compiuta, anche perché al banco di regia si è seduto Glyn Johns, settantenne leggenda degli studi di registrazione che ama i suoni caldi e in presa diretta.  "Lui", ammette Ramsey, "ci ha aiutato a capire che cosa fare con le  canzoni che avevamo nel cassetto. Prima di entrare in studio avevamo delle idee in testa su come avremmo avuto lavorare, eravamo tremendamente eccitati all'idea di incontrarlo ma non sapevamo bene che cosa aspettarci. Con Glyn  abbiamo finito per fare un disco alla vecchia maniera, cercando di catturare tutti insieme la take giusta e di fissarla su nastro. E' stata un'esperienza interessante ma non necessariamente nuova, perché qualcosa del genere lo avevamo già tentato anche in alcuni episodi del disco precedente. Johns però ci ha indicato la direzione, lavorare con lui è stato  entusiasmante".



Il prestigioso curriculum del produttore inglese include i Rolling Stones di "Let it bleed" ed "Exile on Main Street", e il riff di "Electric music" sembra davvero un omaggio intenzionale alla band di Jagger e Richards..."Non posso negare le assonanze, anche se non è stata concepita come un tributo a Glyn", conferma Tyler. "E' il pezzo che richiedeva quel tipo di  approccio musicale. L'ho suonato con un atteggiamento più sciolto e rock'n'roll di quanto sia abituato a fare con i Band Of Horses. E' nato come un  rock blues, andava eseguito così". In "Mirage rock", tuttavia, c'è  ampio spazio anche per brani acustici, "rootsy" e intimisti... "Non che sia un disco più rilassato del precedente", sostiene Ramsey. "Piuttosto mi sembra un album in cui succedono tante cose, un disco che copre un ampio territorio abbracciando  stili differenti". E in cui le delicate armonie vocali di "Dumpster world" e "Long vows" non possono non ricordare Crosby, Stills & Nash o i primi America... "Sì, capisco cosa vuoi dire...'Dumpster wold' parte in quel modo per prendere poi una direzione completamente differente, mentre gli intrecci vocali di 'Long vows' richiamano decisamente quel mondo, CS&N in particolare. Mi piace quel suo feeling country, e la pedal steel...Sicuramente è una delle mie preferite".  



Nata dalla penna di Bridwell o da un lavoro di gruppo? "Come al solito è stato Ben a scrivere  la maggior parte dei pezzi, anche se il resto della band ha dato il suo contributo. Bill (Reynolds, un altro degli ultimi arrivati in formazione), il nostro bassista, ha finito per scrivere ed elaborare molte delle parti strumentali dei pezzi, io ho scritto e cantato 'Eveything's gonna be undone'. Ognuno ha fatto la sua parte. Abbiamo registrato qualche demo a El Paso, in Texas, e abbiamo fatto delle prove a Joshua Tree, in California. Ma poi abbiamo registrato ai Sunset Sound di Los Angeles, il posto preferito di  Glyn: ci ha lavorato spesso  in passato e ci si trova come a casa sua".


 
Costretti, in occasione del precedente "Infinite arms", a fare tutto da soli, a prodursi e ad autofinanziarsi dopo il divorzio dalla Sub Pop, stavolta i Band Of Horses hanno lavorato in squadra e con un forte appoggio dall'esterno: "Durante le session del disco precedente", ricorda Tyler, "ci trovavamo nella fase di passaggio tra due etichette discografiche. Ma stavolta la Columbia ci ha sostenuto fino in fondo.  Ci troviamo bene, lì, circondati da gente entusiasta di quel che facciamo. Nessuno ci costringe a fare cose di cui non siamo convinti. Per noi è importante mantenere integra la nostra visione e la nostra identità, e la Sony ci permette di farlo". Un tratto di continuità con il passato è invece rappresentato dallo scatto di copertina firmato da Christopher Wilson, fotografo di fiducia del gruppo. "E' un nostro amico, viaggia con noi e in un certo senso è il sesto componente della band. E' lui ad occuparsi dell'aspetto visuale: proiezioni dal vivo, videoclip, fotografie e copertine dei dischi. Chris  è uno che viaggia molto, scatta foto e gira filmati in tutto il paese. E il panorama americano che documenta con le sue immagini è parte integrante della nostra proposta".  



Un "American landscape" che i Band Of Horses attraverseranno di persona partecipando a ottobre (con Willie Nelson, Jamie Johnson, John Reilly & Friends) alla  prossima edizione del Railroad Revival Tour, uno show itinerante su rotaia che ricorda il leggendario Festival Express dell'estate 1970 e che attraverserà in treno gli Usa da Duluth (Georgia) a Oakland (California), con fermate a Memphis e New Orleans ma anche in piccoli centri come Old Town Spring (Texas) e San Pedro (California). "Ne sono molto eccitato", confessa Ramsey. "Ho viaggiato in treno in Europa ma per periodi di tempo più limitati, e mai in lungo e in largo per gli Stati Uniti. Sarà molto interessante fermarsi a suonare in piccoli posti normalmente ignorati dal circuito live,  incontrare  lungo il cammino gente che non sosterrebbe un viaggio verso una grande città per venirci a vedere. Il viaggio in sé è un'occasione entusiasmante, per non parlare della possibilità di approfondire la conoscenza con gli altri musicisti".



Nelle setlist, oltre alle canzoni del nuovo album, potrebbero intrufolarsi cover oscure come "Am I a good man?", pezzo datato 1971 da qualche tempo comparso in scaletta. "L'originale è di un gruppo chiamato Them Two, è Ben che l'ha scovata su una vecchia compilation soul. Abbiamo iniziato a proporla dal vivo facendone una versione piuttosto personale: è un pezzo molto energico, più spensierato del nostro classico repertorio". Magari la sentiremo anche in Italia, dove i Band Of Horses sono attesi il 4 novembre all'Alcatraz di Milano, una venue decisamente più grande di quelle che li hanno accolti nelle due precedenti incursioni. Meglio suonare in posti grandi o  piccoli? "Dipende dalla serata, da come mi sento di volta in volta", dice Tyler. "A seconda delle circostanze, una venue più grande mi carica o mi rende più nervoso.  Ma ci siamo fatti abbastanza le ossa, credo, per affrontare ogni genere di situazioni. Le grandi platee come gli show più intimi in cui vedi gli spettatori in faccia, uno per uno".  
 

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