Jewel: 'La mia musica è senza frontiere
(ma per favore spegnete i cellulari)'

Jewel: 'La mia musica è senza frontiere (ma per favore spegnete i cellulari)'
La ragazza venuta dall'Alaska è bionda. Anzi, biondissima. E come una piccola fata delle nevi con la pelle bianca e le gote arrossate dal freddo, oggi, lunedì 18 febbraio, aspetta i suoi interlocutori seduta dietro un grande tavolo coperto di microfoni, registratori e documenti vari. Ma prima, Jewel si concede una tisana: alle erbe e senza zucchero, naturalmente. Già, perché lei ha sempre vissuto a contatto con la natura, in una casa che, così si vocifera, era più simile ad una baracca o ad un deposito per gli attrezzi da giardinaggio, senza luce né telefono, piuttosto che ad una vera e propria dimora. Di certo quel tetto di legno che troppo spesso lasciava passare la pioggia e il gelo dell'inverno non aveva nulla a che fare con l'enorme ranch che oggi divide, insieme al fidanzato Ty Murray, campione di rodeo, in California. Probabilmente anche se il benessere non le manca, Jewel sente comunque il bisogno di rilassarsi, specialmente in una noiosa giornata promozionale come quella che sta affrontando oggi, fin dalle 9.00 del mattino. Prestissimo per una star della musica. “Ciao, ciao, state bene?”, esordisce Jewel con voce flebile e delicata, tenendo bassi gli occhi. Sembra quasi che si vergogni di essere messa, come una bambolina di pezza, davanti all'ennesimo gruppo di giornalisti, per lo più uomini, pronti a rimirare fin troppo attentamente la sua posata bellezza. Eppure Jewel la vedi che è sicura. Anzi, sicurissima. Lei lo pensa davvero di essere in gamba. E' per questo che accetta di rispondere a tutte le domande, belle o brutte che siano, sulla sua vita privata, il suo amore per la composizione, per il palcoscenico (cinematografico) e per la poesia. E poi c'è il terzo album, “This way”. Un lavoro “onesto”, come lo definisce lei in una sola parola. “Mi piace darmi da fare, lavorare su fronti diversi per cercare sempre nuove forme di espressione”, racconta sorseggiando la sua tisana, “e non credo che questo possa togliermi delle energie, anzi. Penso proprio che continuerò ad impegnarmi sempre, non solo nella musica. Mi considero un po' come un agricoltore, perché mi piace coltivare il mio terreno con amore, cambiando spesso quello che semino. E' come nella realtà. Se in un campo mantiene la stessa coltura, poi la terra è destinata a diventare arida. Per me è lo stesso, e le mie diverse attività mi danno beneficio”. Dall'età di diciassette anni fino ad oggi, ventottenne piena di grazia e di passioni, Jewel ha ottenuto i più svariati complimenti. Lei, pur potendo contare sugli applausi entusiastici di pubblico, critica musicale e letteraria e persino di illustri colleghi come Bob Dylan e Neil Young, potenti personaggi del mondo politico come Al Gore e George Clinton e addirittura Papa Paolo Giovanni II, non si scompone. Al contrario sembra decisa ad andare avanti, perché nella vita, come dice lei “c'è sempre modo di crescere”. E difatti nel suo nuovo album Jewel ha voluto rafforzare, per l'ennesima volta, quelle voci che più di una volta l'avevano ribattezzata come l'ultima salvatrice della poesia moderna, pubblicando un paio di canzoni dai testi impegnati: politica, religione, umanità. In “Jesus loves you” Jewel racconta del fanatismo che ruota attorno all'amore per Gesù, mentre in “The new Wild West” se la prende, sorprendentemente, contro il suo stesso paese, i gloriosi Stati Uniti d'America. “Troppo spesso succede così, in America. E' un comportamento tipico per gli americani pensare che basta colonizzare delle terre che non considerano civili per farle diventare civili. Un tempo c'era il Far West, dove i pionieri si spingevano per cercare fortuna. Ma allora c'era molto ancora da scoprire, mentre oggi non c'è più nulla. Ma gli americani non si chiedono mai quanto loro stessi non siano civilizzati. E' questo ciò che mi domando nella canzone”. Quando rende pubblici i suoi pensieri, Jewel sembra voglia dar l'impressione di saperla lunga. Pensa parecchio alle parole da utilizzare, e le distribuisce con ragionata parsimonia. Ma poi si interrompe. Un cellulare sta squillando, nascosto nelle tasche di qualche miserabile incauto che se lo è dimenticato acceso, come era già successo diversi anni fa (per questo potete controllare l'archivio delle Jewel-notizie su Rockol). E dopo un lungo e nevrotico zufolare, acuto quanto lo squittio di un roditore spaventato, avviene l'inevitabile. La dolce Jewel si fa scura in viso, tranciando una risposta in corso a metà. Poi punta il giornalista reo del tragico accaduto. Infine, senza mezzi termini, pronuncia la fatidica parola, per ben tre volte, come una maledizione che si abbatte senza pietà su un peccatore: “Shame! Shame! Shame! (Vergogna! Vergogna! Vergogna!)”.
Rockol pubblicherà prossimamente l'intervista completa a Jewel.
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