Concerti, Foo Fighters a Villa Manin: la recensione di Rockol

Concerti, Foo Fighters a Villa Manin: la recensione di Rockol

“I Foofighters, al fine di ridurre incidenti ed infortuni, vi pregano di non pogare o fare crowd surf”. Ma va? Questa è nuova. Forse vale per i Foofighters, ma i Foo staccato Fighters cosa ne pensano? Anche per loro vige la regola del niente pogo? Me lo chiedo io, e probabilmente qualche altro migliaio di persone, accolte come me da questo insolito avviso appeso alle transenne che delimitano la zona antistante al palco di Villa Manin. Sia chiaro, la prevenzione prima di tutto: la famosa mamma è sempre incinta. Un cartello che però invita a non pogare a un concerto dei Foo Fighters, firmato dai FF stessi, passatecelo, è quantomeno insolito: se non qui allora, dove? È stato Dave Grohl in persona a emettere l’editto o c’è lo zampino di quel furbacchione di Pat Smear? Chi lo sa. Tanto vale farci sopra due risate: sarà il pubblico friulano a rispondere a tutte queste domande durante il set, uno show vissuto con grandissimo entusiasmo dall’inizio alla fine, ballato, sudato all’inverosimile e tirato quasi senza sosta per la bellezza di due ore e mezzo. Un set introdotto da due act di tutto rispetto, che meritano ben più di una semplice citazione. Il pomeriggio pre Fighters, infatti, si apre con i Gaslight Anthem e Bob Mould, chiamati a riscaldare la platea della splendida Villa Manin, già particolarmente nutrita poco dopo l’apertura dei cancelli.

I primi a salire sul palco sono i Gaslight Anthem. Poco meno di un’oretta a disposizione per Brian Fallon e compagni, sfruttata a dovere con un set energico, per quanto ormai ampiamente collaudato. Dieci pezzi in scaletta, cinque pescati dal nuovo “Handwritten” (molto bene il singolo “45” e la titletrack), più cinque tra i più noti firmati dalla banda americana, alias l’opening “Great expectations”, “Old white Lincoln” (impreziosita da uno snippet di “Dear Chicago” di Ryan Adams), “American slang”, “The ’59 sound” e come sempre a chiudere il tutto nel migliore dei modi possibile, “The backseat”. I Gaslight versione estiva / festival, sono una live band rodata, in grado di fare una buona impressione anche quando il tempo è poco e la gente che ti sta guardando in realtà aspetta altro. Niente di trascendentale dunque: i nuovi pezzi hanno dato la sensazione di sapersi inserire alla perfezione nella scaletta dei Gaslight e tanto basta. Va però detto che rispetto alla performance di Rho di un paio di mesi fa, in apertura ai Soundgarden, l’umore on stage sembra nettamente migliore. Forse sarà che location è tutta un’altra storia rispetto all’Arena Concerti, o forse perché effettivamente la gente sembra comunque più partecipe. La mia opinione è che quando hai qualcuno come Bob Mould con cui dividere il palco, per forza sei spinto a dare qualcosina in più.

Bob Mould che si prende la ribalta intorno alle sette e venti. Formazione a tre per l’ex Hüsker Dü (e ci mancherebbe), un’ora abbondante di set per quindici pezzi in scaletta di cui dieci pescati dal repertorio Sugar, due inediti direttamente dal nuovo lavoro in uscita a ottobre intitolato “Silver age”, e, ovviamente, tre marchiati a fuoco Hüsker Dü. Bob imbraccia la chitarra, non parla per i primi quarantacinque minuti ma spara a raffica un pezzo dopo l’altro, riff su riff, senza tregua, in estrema scioltezza. La voce è sempre quella, i capelli un po’ meno. Vedere uno come Bob Mould on stage, diciamoci la verità, fa sempre un certo effetto. Fa effetto sapere che dopo di lui salirà sul palco una band che gli deve buona parte della propria esistenza. Fa effetto vederlo suonare senza fronzoli, con la semplicità e il piglio di un adolescente, cosciente che “dopo vent’anni siamo ancora qui”: se pensiamo a com’era iniziata (e gli anni passati in tutto sono trentatré…), questa cosa ha del miracoloso. Fa effetto anche vedere buona parte della platea chiedersi chi diavolo è questo Bob Mould, perché molti di questi, vent’anni non li hanno nemmeno compiuti, e chi ne ha qualcuno di più sulle spalle e gira petto gonfio con la maglietta dei Foo Fighters, non è detto che per forza lo debba sapere. Dovrebbe, ma non è detto. A tutta questa gente consigliamo di andare a risentirsi con calma pezzi come “Changes”, “If I can’t change your mind”, ma soprattutto “Chartered trips”, “Celebrated summer” e “Makes no sense at all”. Il perché, lo scopriranno da soli. E se non sarà così, un “grazie” Bob da noi lo riceverà sempre e comunque.

Liberato il palco, passano quaranta minuti prima di vedere le luci abbassarsi e la musica di sottofondo svanire. Cinque minuti dopo le nove è il turno del main act della serata; tocca ai Foo Fighters. La routine d’inizio, in queste occasioni è quasi sempre la stessa: boato, primi pezzi spacca platea (“White limo”, “All my life”, “Rope” e “The pretender”), qualche parola di benvenuto (in un italiano sorprendentemente sciolto per quanto molto limitato), e via finché il fiato regge. “Quanti di voi non hanno mai visto i Foo Fighters? Dove diavolo vi eravate nascosti?”. E ancora: “I Foo Fighters non fanno show corti. Volete uno show corto? Per quanto dobbiamo suonare? Due ore? Solo? Meglio tre? Fosse per noi, suoneremmo tutta la notte”. Archiviata la pratica “introduzione”, arriva il momento di “Generator” e “Learn to fly”, quest’ultima agghindata da un piccolo flash mob organizzato dal fan club ufficiale (tanti aeroplanini di carta lanciati verso il palco). Dave nel frattempo gigioneggia come suo solito, loquace più del solito, e divertito come poche volte; “New way home”, una delle più gustose new entry di questa nuova parte del tour (inaugurata proprio con la data di Codroipo), riporta la mente ai tempi di “The colour and the shape”, seguita dalla ben più recente “Walk”, accolta con un vero boato, da un’ottima “Cold day in the sun” e da una tiratissima “Arlandria”. I Fighters vogliono suonare, si vede dalle code che immancabilmente prolungano e stravolgono il finale di ogni pezzo, mentre Dave, come sempre, catalizza lo spettacolo interamente su di sé, coinvolgendo a turno i vari membri della band, chiamati talvolta a fare da spalla, a guidare un “solo”, o semplicemente aizzare la gente. Si chiama live show, e certe band lo sanno fare meglio di altre. Tocca ovviamente al frontman fare le presentazioni a metà del main set: nomi, cognomi, e l’immancabile dichiarazione d’amore riservata a Taylor Hawkins, la dolce metà (musicalmente parlando), del buon Dave. Un siparietto divertente che dà la misura di quanto ci si diverta su quel palco. E non sono il primo a sapere che quando le cose funzionano bene “sopra”, “sotto” l’effetto è doppio. Arrivano quindi “These days”, “Aurora” (“un pezzo vecchio, che non facciamo da tempo”) e una “Monkey wrench” che riaccende le danze tanto quanto “Hey, Johnny Park!”. Qui l’orologio va nuovamente indietro di qualche anno, giusto per permetterci di entrare in clima “This is a call”, il vero spartiacque del concerto. Da buono si passa a ottimo, da “bello, ma nella media” a “una cosa così non la vedi tutti i giorni”. La coda di “This is a call” si trasforma in una riuscitissima cover di “In the flesh?” dei Pink Floyd, con Hawkins alla voce al posto di Grohl. Immancabilmente, chiamando in causa certi numi tutelari, il tono si alza, è quasi una legge. Poi sta nella bravura di una band non sfigurare nel confronto, e, se dobbiamo dare atto di una cosa a Dave Grohl e compagni, questa è di non tirarsi mai indietro, nemmeno quando la sfida può sembrare persa in partenza. Ecco allora che fondere “This is a call” con “In the flesh?” fa scattare la molla, alza l’asticella di un live fino a qui impeccabile, ma in linea con gli standard della band. Band che proprio in questo finale, è il caso di dire, regala il meglio di sé, una “Best of you” da brividi che mette la parola fine alla prima parte del set con una platea in grado di zittire tutti gli strumenti con quel “uooo-hoo” interminabile. Si sa, ogni grande band ha il suo “coro”: dal “na-na-na” dei Beatles di “Hey Jude”, ai Pearl Jam con il “turututtuturutù” su “Black”; il Boss ha il suo personale “uoooh-oh-oh-ooh-oh” in coda a “Badlands”, e più recentemente gli Arcade Fire hanno esportato il “oo-ho” di “Wake up” in tutto il mondo. Ecco, i FF hanno “Best of you”, in pratica un marchio di garanzia. Arrivati alla fine, la band abbandona per un attimo gli strumenti, ed è Grohl in solitaria a guadagnare nuovamente il palco per l’encore. “Prima, nel backstage ci stavamo bevendo una birra, e Pat (Smear) mi ha chiesto come mai non torniamo più spesso in Italia. E’ qui che facciamo gli show fottutamente migliori”. Dave, se non lo sapete voi, di certo non possiamo saperlo noi. E ancora: “Qui in Italia ho molti amici. Sapete, una volta suonavo in una band punk rock (…), e l’Italia l’abbiamo girata tutta. Milano, Roma… Questa canzone è dedicata a tutti i miei amici italiani che ho conosciuto in questi anni”. E attacca “Times like these” in versione acustica. Bella, viva, semplice come una canzone come questa deve sempre essere. Chiuso l’ultimo giro di accordi, il resto della band torna sul palco che nel frattempo è stato dotato di un altro microfono. Facile fare due più due: è Bob Mould la guest star della serata, chiamato a metterci del suo in “Dear Rosemary” live come già successo su disco. “Uno dei miei idoli”, proclama Dave: “Senza di lui non esisteremmo. È grazie a lui che sono dove sono, che ho iniziato a suonare”. Ecco, che lo sentano tutti forte e chiaro. Grazie Dave. La “Dear Rosemary” sentita a Codroipo dura la bellezza di quattordici minuti, di cui la metà spesi a jammare sul canovaccio di “Breakdown” di Tom Petty. Rock’n’roll, improvvisazione, libertà di osare su un palco anche quando la maggior parte del pubblico che hai di fronte è innegabilmente mainstream. Quattordici minuti non sono pochi, specialmente in un contesto come questo. Vero, non tutti li hanno retti: nelle retrovie qualcuno si è messo a giochicchiare e parlare “garbatamente” ad alta voce. Per tutti gli altri però “Dear Rosemary” ha rappresentato la differenza tra un buon set e uno ottimo. Set che, come da tradizione, si è poi concluso con il migliore dei cavalli marchiati FF, “Everlong”, e, a questo punto, resta poco da dire che non sia già stato detto. Molti dei presenti a Villa Manin non avevano mai visto i Foo Fighters dal vivo e Dave nel finale ha strappato a tutti una promessa: “Se torniamo noi, tornate anche voi”. Non credo sarà difficile da mantenere.

(Marco Jeannin)

GASLIGHT ANTHEM SETLIST

“Great expectations”
“45”
“Old white Lincoln”
“Howl”
“Mulholland Drive”
“American slang”
“The ’59 sound”
“Handwritten”
“Too much blood”
“The backseat”

BOB MOULD SETLIST

“The act we act”
“A good idea”
“Changes”
“Helpless”
“Hoover dam”
“The slim”
“If I can't change your mind”
“Fortune teller”
“Slick”
“Man on the moon”
“The descent”
“Round the city square”
“Chartered trips”
“Celebrated summer”
“Makes no sense at all”

FOO FIGHTERS SETLIST

“White limo”
“All my life”
“Rope”
“The pretender”
“My hero”
“Generator”
“Learn to fly”
“New way home”
“Walk”
“Cold day in the sun”
“Arlandria”
“These days”
“Aurora”
“Monkey wrench”
“Hey, Johnny Park!”
“This is a call”
“In the flesh?” (Pink Floyd cover)
“Best of you”
Bis:
“Times like these” (Dave solo)
“Dear Rosemary” (con Bob Mould)
“Breakdown” (Tom Petty and The Heartbreakers cover)
“Everlong”

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