Artisti contro discografici: Miles Copeland risponde a Don Henley

Fratello dell’ex Police Stuart, produttore discografico e manager artistico con esperienza a 360 gradi nel settore musicale, Miles Copeland interviene pubblicamente nel dibattito che infiamma da parecchie settimane la scena musicale statunitense (vedi news), replicando alle rivendicazioni di Don Henley e delle altre rock star americane che invocano maggiore libertà contrattuale nei confronti delle case discografiche.
“Se gli artisti vogliono davvero essere trattati alla pari dalle loro etichette - ha dichiarato il celebre imprenditore musicale in un’intervista concessa al sito di HITS magazine – perché non riconoscono alle case discografiche una fetta dei loro proventi accessori, come quelli che ricavano dalle edizioni, dai concerti e dal merchandising? E’ l’industria, in fondo, ad aver creato quel valore: perché dunque non può avere la sua parte, soprattutto considerando la continua erosione delle vendite dei CD?” “Credo”, conclude Copeland, “che le etichette siano aperte ad accordi di tipo creativo che prevedano la condivisione dei rischi; sono gli avvocati degli artisti che insistono a volere il contante pagato sull’unghia”. Il nome del manager/discografico compare con quelli di Bob Jamieson (BMG), Alain Levy (EMI), Tommy Mottola (Sony), Doug Morris (Universal), Roger Ames (Warner) e Clive Calder (Zomba) tra i firmatari di una lettera indirizzata a Kevin Murray, il senatore americano che promuove la cancellazione di una norma di legge che consente alle etichette di far valere i loro diritti contrattuali anche oltre il termine standard di sette anni, riconoscendo loro la facoltà di ricorrere in giudizio nei confronti delle controparti inadempienti (vedi news).
Intervistato anch’egli da HITS magazine, Don Henley, fondatore della lobby Recording Artists Coalition, ha ribadito di ritenere “iniquo ogni contratto discografico che impegni un artista alla consegna di più di quattro album”, appoggiando la tesi di Murray secondo cui le clausole vigenti configurano un’ipotesi di “servitù obbligata” degli artisti nei confronti delle case discografiche. “Inadempienze contrattuali? Nessuno ricorda – ha aggiunto Henley – che gli album degli Eagles hanno fruttato al gruppo Warner mezzo miliardo di dollari. Non credo di avere alcun debito nei loro confronti”.
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