Zoe Keating: 'Ecco di cosa vive un artista indipendente'

E' una discussione che tutti gli addetti ai lavori o i semplici appassionati, almeno una volta, si sono trovati a fare: eccezion fatta per i grandi nomi, che tra vendite, live e royalties possono tranquillamente permettersi di vivere negli agi, quali e quante sono (esclusi i compensi per le esibizioni dal vivo) le fonti di reddito di un artista medio-piccolo, magari non legato discograficamente ad una grande multinazionale?

A questa domanda ha cercato di rispondere Zoe Keating, compositrice e violoncellista canadese da anni residente a San Francisco, già collaboratrice di nomi piuttosto in vista sul panorama musicale internazionale, come ad esempio Amanda Palmer, che, a favore del proprio pubblico e di chiunque possa essere interessato, ha deciso di rendere pubbliche le sue fonti di reddito legate alle vendite e ai diritti d'autore.

Lo spunto è stato il buon successo del suo album d'esordio autoprodotto, "One Cello x 16: Natoma", che nel 2005 fu capace di salire in vetta alle classifiche di genere di iTunes: la Keating ha pubblicato un documento di libero accesso (consultabile a questo indirizzo) dove, scorporando i proventi corrisposti dalle diverse piattaforme presso le quali l'album era in vendita, illustra nel dettagli i flussi di volume degli incassi.

I dati - al netto delle commissioni - si riferiscono al quarto quadrimestre del 2011 e al primo di quest'anno: le fonti monitorate sono Spotify, iTunes, Amazon, Bandcamp e SoundExchange, oltre che ai diritti d'autore corrispoti dalla ASCAP, equivalente statunitense della nostra SIAE.

Nello specifico le cose sono andate così: negli otto mesi presi in considerazione, la Keating ha guadagnato poco più di 280 dollari dagli streaming di Spotify, con un guadagno medio per ascolto di circa 4 millesimi di dollaro. Decisamente meglio è andata con iTunes, che per l'artista ha rappresentato, nei due quadrimestri, il 56% del totale degli incassi, per una cifra pari a 46.477 dollari: segue Bandcamp (30% del totale, 25.000 dollari esatti), le vendite "fisiche" (il 3%, 8.300 dollari) e quelle in mp3 (2.820 dollari) di Amazon, per un totale guadagnato dalle vendite del disco di 82.650 dollari.

Venendo agli accordi di retribuzione per la trasmissione via radio, TV e Web raccolti dalla società di collecting SoundExchange, a Zoe i due quadrimestri hanno fruttato un totale di 1278 dollari, a quali vanno aggiunti i 912 corrisposti dalla ASCAP per i diritti d'autore, per un totale complessivo di circa 84840 dollari (poco più di 69.000 euro).

"Sappiamo tutti come i grandi attori del musicbiz fanno i soldi", ha scritto lei nelle note al documento: "Ma alla fine di questa filiera, cosa fa davvero vivere un artista? Quando guadagna un musicista che si autoproduce dai servizi di vendita online e di streaming? Se davvero si vuole ipotizzare una nuova industria discografica, è bene sapere cosa fa campare chi la musica la scrive e la registra".

"Il reddito di un artista indipendente è un mosaico complesso e lo streaming rappresenta solo una piccolissima parte di esso", precisa poi la Keating: "Servizi del genere possono andare bene per l'ascoltatore casuale, ma non è ipotizzabile che - allo stato attuale delle cose - possano sostituire le vendite online. Io non compro tutta la musica che ascolto, quindi perché dovrei aspettarmi che gli altri facciano lo stesso con la mia?".

In particolare, su Spotify: "Alcuni miei album non sono su Spotify perché sono autoprodotta e non ho un distributore digitale: Spotify ha bisogno di un intermediario per inserire le opere nel proprio catalogo, quindi è possibile farlo solo appoggiandosi a aggregatori come CDBaby, TuneCore o Orchad. La mia posizione in merito comunque è semplice: correttezza. Spotify non dovrebbe distinguere, nelle proprie classifiche, gli artisti sotto contratto e quelli indipendenti, diventando più meritocratico. E poi dovrebbe facilitare la comunicazione tra artisti e ascoltatori, magari inserendo degli alert per i concerti che si tengono nella propria zona di residenza e link diretti all'acquisto di brani e album".

Poi la vexata quaestio: è meglio essere totalmente indipendenti o sotto contratto con una piccola etichetta? La Keating di dubbi non ne ha: "La mia situazione finanziaria sarebbe nettamente peggiore se fossi sotto contratto con un'etichetta. C'è chi dice che essere nel roster di una label offra maggiori oppurtunità di diffusione della propria musica, però considerate una cosa: io faccio musica strumentale con il violoncello e le possibilità che quello che faccio diventi mainstream sono più o meno le stesse che diventi Presidente degli Stati Uniti. Quindi forse sì, è probabile che l'etichetta giusta avrebbe potuto fare qualcosa di buono per me, ma sapete una cosa? Nessuna etichetta mi ha mai contattato, e tutte quelle che ho contattato io hanno risposto 'no, grazie'".

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