Parla il senatore Murray: 'La discografia si sta inimicando la politica USA'

E’ soprattutto la Universal, tra le major musicali, a battersi contro l’abolizione della norma di legge che consente alle case discografiche americane di vincolare gli artisti per oltre sette anni, la durata massima che in USA si applica ai contratti dei lavoratori dello spettacolo (vedi news).

Questa almeno è l’opinione del senatore democratico Kevin Murray, un politico poco più che quarantenne e con trascorsi professionali nel mondo musicale (sia come agente che come avvocato), assurto recentemente agli onori delle prime pagine (negli Stati Uniti) per avere proposto la cancellazione di quella che lui ritiene una ingiustificata legittimazione di uno stato di “servitù vincolante”.

“La Universal vede rosso per due ragioni: perché ha una battaglia legale in corso con Courtney Love e un’altra, attraverso la Geffen, con Don Henley”, ha dichiarato il battagliero parlamentare americano in un’intervista pubblicata dal sito musicale Hits Magazine.

Murray taccia le case discografiche di “comportamento aggressivo” nei suoi confronti, sottolineando i rischi insiti, a suo dire, in tale atteggiamento: “In questo modo si stanno mangiando parte del credito che le loro società madri erano state capaci di guadagnarsi presso i legislatori: penso soprattutto alla cinematografia, che in California è uno dei settori industriali più importanti in assoluto ma che non ha mai avuto bisogno di richiedere un trattamento speciale da parte delle istituzioni. La discografia non è più il mondo dei Clive Davies, degli Ahmet Ertegun e dei Chris Blackwell. Il mondo della musica oggi è dominato da cinque multinazionali, una sola delle quali è americana: il che vuol dire che non rientra nei nostri doveri proteggerle. E anche se le major musicali riusciranno a soffocare questo mio progetto di legge – conclude Murray – non si illudano: ne presenterò uno identico l’anno prossimo”. .

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