NEWS   |   Industria / 31/01/2002

Mercato 2001: il grande freddo della discografia

Mercato 2001: il grande freddo della discografia
L’applicazione (parziale) del modulo “alla francese” (spinta sul repertorio autoctono ed enfasi sugli artisti esordienti) non è bastata a rischiarare l’anno nero della discografia italiana. E certo non ha fatto miracoli un Natale che, complice l’offensiva a tutto campo orchestrata dai “pirati” del disco, molti operatori hanno descritto come uno dei più grigi degli ultimi anni, privo di impennate e di dischi-evento capaci di attirare il pubblico nei negozi (con tutta la simpatia e il rispetto per il personaggio e per l’operazione a fin di bene, il fatto che uno dei best seller di stagione sia stato l’“instant record” di Olmo la dice lunga sullo stato delle cose).
Nessuna sorpresa, dunque, nel consuntivo del mercato discografico 2001 elaborato da Price WaterhouseCoopers e che l’associazione di categoria FIMI ha diffuso oggi, giovedì 31 dicembre, agli organi di stampa: ma se i dati negativi (- 9 % in volumi di vendita, 43,849 milioni di pezzi; fatturato globale in calo del 7,92 % a 338,7 milioni di euro, 655 miliardi di lire) erano largamente attesi, suonano nondimeno come un ennesimo campanello di allarme sulla perdita di competitività (e anche sulla confusione “ideologica”) di un’industria che sta perdendo contatto con il suo pubblico, al di là dei molteplici scippi digitali subiti e di fattori contingenti come lo shock da post-11 settembre: tanto da indurre il presidente della stessa FIMI, l’avvocato Alberto Pojaghi, ad invocare un intervento pubblico di sostegno (come d’altronde avviene in altri paesi) e l’estensione alla discografia degli incentivi fiscali (come le riduzioni e gli sconti d’IVA) previsti a vantaggio di altri comparti industriali nella nuova finanziaria approntata dal governo Berlusconi. Anche l’industria dovrà fare la sua parte, però: “Certo”, concorda Pojaghi, “e in questo senso mi sembra che la Francia stia segnando la strada da seguire: non tanto e non solo con le misure protezionistiche, ma con gli investimenti sui giovani talenti locali”.
Intanto, però, dalla recessione del mercato (confermata dai primi dati di gennaio) non si salva niente e nessuno, se non il segmento ancora in fasce dei DVD (che contribuiscono al raddoppio delle vendite di video musicali, spinte anche dalla circolazione massiccia – e spesso gratuita - del supporto come gadget da edicole). Con le musicassette emarginate nel ruolo di residui di un passato ormai remoto (- 35,5 %), a preoccupare gli operatori è la marcia indietro intrapresa dal CD in formato album, il motore da cui dipendono le sorti dell’intero settore: neppure la rinnovata competitività degli artisti di casa (sette tra i dieci best seller dell’album) è bastata ad impedire una flessione che si attesta sul 2,9 % in numero di pezzi e sul 3,13 % in valore (la perdita in termini di valore si collega invece a una vendita più consistente di dischi a medio e basso prezzo). E non vanno meglio le cose nel settore dei CD singoli (- 0,65 % in quantità) nonostante le ottime performance messe a segno nell’anno da “absolute beginners” come Lollipop, Valeria Rossi (incapace però, per il momento, di ripetersi sulla lunga distanza) e Tiziano Ferro (il cui album di debutto, viceversa, è appena stato celebrato dalla EMI con un disco di platino, 100 mila copie).
Va detto però che, singoli a parte e in mancanza di un fenomeno commerciale equivalente ai Lunapop dell’anno precedente, sono stati ancora una volta i soliti noti (Vasco Rossi, Celentano, Zucchero, Pausini, Ramazzotti….) a farsi carico della crescita del repertorio locale, unico dato davvero confortante per le imprese nazionali: l’incremento di market share del 4,8 % strappato dalla produzione locale significa che quest’ultima riesce (quasi) a bilanciare la situazione nei confronti del repertorio internazionale, aggiudicandosi il 43,6 % delle vendite, contro il 52,6 % (il restante, esiguo, 3,8 % spetta al sempre più declinante mercato della musica classica).
C’è poco da stare allegri, insomma: tanto più se si considera che, a fronte dei fatturati in calo, aumentano le spese di marketing e di promozione necessarie a rendere i dischi visibili al pubblico e a farli comprare, e che i commercianti sembrano versare in condizioni ancora peggiori: Arnaldo Albini Colombo, presidente di Vendomusica, parla di punte del – 30 % nel giro d’affari di alcuni negozi specializzati, mentre note un po’ più liete arrivano dai megastore e da coloro che, per non perdere clienti, hanno abbassato i prezzi al pubblico sacrificando parte dei propri margini.
Ma lo si sapeva, e chissà che il colpo di frusta – i cui riflessi poco piacevoli, in termini di riorganizzazioni e riduzioni di organico stiamo già vedendo in questi giorni – serva a rimettere in piedi la situazione prima che sia davvero troppo tardi. (am)