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NEWS   |   Industria / 28/01/2002

Gli artisti al Congresso USA: 'No ai contratti capestro'

Gli artisti al Congresso USA: 'No ai contratti capestro'
Si infoltisce la pattuglia degli artisti americani che invocano una revisione dei contratti con le case discografiche, ritenendoli iniqui e restrittivi della loro libertà: la Recording Artists Coalition (RAC), lobby nata due anni fa per difendere gli interessi della categoria, sta facendo numerosi proseliti, a giudicare dal numero di coloro che mercoledì scorso, 23 gennaio, si sono presentati di persona davanti all’ingresso del Parlamento della California per richiedere la revoca di un emendamento di legge che discrimina cantanti e musicisti rispetto ad altre categorie di artisti, sottoponendoli ad obblighi più vincolanti nei confronti dei “datori di lavoro”, le case discografiche appunto.
Alla chiamata dei fondatori del RAC, Don Henley e Sheryl Crow, hanno risposto in molti, da rispettati “senatori” della scena pop USA come John Fogerty, Carole King e Stevie Nicks a personaggi simbolo del nuovo rock americano come Beck, Deftones, Tom Morello (Rage Against The Machine), Dexter Holland (Offspring) e Paul Doucette (Matchbox Twenty), da hitmaker anni ’80 come Ray Parker Jr. a raffinate cantautrici di nicchia come Jonatha Brooke. Tutti d’accordo nell’appoggiare il progetto legislativo del senatore democratico Kevin Murray, teso a riconoscere anche ai musicisti, come a tutti i loro colleghi che operano in altri settori dell’intrattenimento, il diritto di recedere da ogni impegno una volta trascorsi sette anni dalla firma dei contratti. Alla norma generale contenuta nella legge californiana fa eccezione, dal 1987, proprio il settore musicale, in seguito all’introduzione di un emendamento che consente alle case discografiche di esigere l’adempimento degli obblighi contrattuali anche una volta trascorso il periodo prefissato (nel caso in cui per esempio la controparte non abbia ancora consegnato tutti gli album previsti dal contratto): una forma di garanzia indispensabile, secondo i discografici stessi, a permettere il recupero delle spese e degli investimenti ad alto rischio sostenuti per il lancio e la promozione degli artisti, ma che questi giudicano restrittiva della libertà alla stregua di un rapporto di lavoro subordinato. “Un artista che incide dischi”, ha dichiarato Henley per mezzo di un comunicato diramato nella giornata di mercoledì, “dovrebbe avere come ogni altro lavoratore la possibilità di cercarsi una retribuzione migliore e di misurare il proprio valore sul libero mercato”; mentre Holland degli Offspring ha sottolineato come sia “altamente improbabile che gli artisti possano concretamente adempiere a tutti gli obblighi previsti, considerando le richieste a cui sono soggetti in termini di esibizioni dal vivo, realizzazione di videoclip e altri impegni promozionali”. La pensano allo stesso modo altre associazioni di categoria come la American Federation of Television and Radio Artists e la American Federation of Musicians, i cui rappresentanti sono a loro volta intervenuti in Parlamento: il confronto è più che mai aperto, con conseguenze per il momento imprevedibili.