NEWS   |   Italia / 30/07/2012

40 anni fa, il Banco (e prossimamente un brano nuovo con Franco Battiato)

40 anni fa, il Banco (e prossimamente un brano nuovo con Franco Battiato)

Chi c'era, e aveva orecchie per intendere, non può avere dimenticato quell'LP Ricordi racchiuso in una magnifica copertina a forma di salvadanaio, oggi valutata diverse centinaia di euro su eBay.  Era il 3 maggio del 1972, e su un mercato italiano che si era aperto ai suoni avventurosi del progressive usciva il primo album omonimo del Banco del Mutuo Soccorso (era il secondo, in realtà: ma il 33 giri di debutto, finanziato e accantonato dalla RCA, venne recuperato  solo a fine anni Ottanta dall'etichetta Raro! legata all'omonima rivista di collezionismo discografico): affidato alle mani già esperte del produttore Alessandro Colombini, quel disco diventò subito una pietra angolare della musica "giovane" di quegli anni, il prototipo di un prog rock  che si affrancava dai modelli anglosassoni per cercare una via autonoma, ambiziosa, originale.  In bilico tra realtà e fantasia, il Banco citava l'Ariosto dell'"Orlando furioso" ed evocava l'orrore del Vietnam ("R.I.P".) guardando a Bach e al melodramma piuttosto che al blues e all'acid rock, trascinato dalle virtuose tastiere dei fratelli Nocenzi e dalla voce tenorile di Francesco Di Giacomo, frontman inconfondibile che aveva attirato anche l'attenzione di Federico Fellini.


 
Quarant'anni dopo la Sony Music, che con il gruppo romano aveva lavorato nella prima metà degli '80 (quando ancora si chiamava CBS), ha coinvolto il nucleo storico della band, Di Giacomo e Vittorio Nocenzi, nella realizzazione e promozione di una ristampa celebrativa in doppio vinile e doppio cd: sul primo disco l'album originale rimasterizzato, sul secondo tre strumentali inediti del periodo e tre brani  registrati dal vivo il 28 aprile di quest'anno.  "Non è stato possibile rintracciare il master originale, cosicché la rimasterizzazione è stata effettuata a partire da una copia intatta del disco in vinile", spiega Nocenzi, che ha curato il lavoro insieme al manager del gruppo Giancarlo Amendola. "Il suono era molto spento, la rielaborazione in digitale lo ha ravvivato conservando il calore e la pasta della voce. Ne è uscito un prodotto di grande qualità e filologicamente curato: ne siamo molto soddisfatti e credo lo saranno anche i cultori dell'alta fedeltà. Accade raramente che gli artisti vengano coinvolti in operazioni di questo genere, e ci fa piacere che la Sony abbia pensato il progetto in ottica internazionale dal momento che  il Banco è molto conosciuto anche all'estero. Non solo in Giappone, in Corea e in generale nell'Estremo Oriente, sempre molto attenti a ciò che proviene dall'Europa e in particolare dall'Italia, ma anche in Brasile, in Messico, in Canada o negli Stati Uniti, dove il rock progressive è molto richiesto".



I fan storici della formazione saranno particolarmente incuriositi dai contenuti del secondo disco: e in particolare dai tre estratti dall'opera rock dedicata a San Francesco, il Santo Graal del Banco registrato nel 1973 ma mai pubblicato.  "I pezzi dal vivo,  'R.I.P', 'Metamorfosi' e 'Traccia', rappresentano in un certo senso la chiusra di un cerchio. E i brani recuperati dall'opera rock sono coerenti al progetto, risalendo allo stesso periodo. Anche in questo caso non avevamo a disposizione le registrazioni originali, i pochi nastri che abbiamo rintracciato erano danneggiati e inutilizzabili. Così abbiamo deciso di incidere ex novo, con una formazione inusuale e credo interessante: io al pianoforte, Tom Sinatra alla chitarra acustica, Carlo Micheli al sassofono contralto e il nostro bassista, Tiziano Ricci, al violoncello".  Perché San Francesco, oggi cantato anche da Patti Smith? "Perché il suo misticismo e il suo carisma, la sua trasversalità e la sua carica trasgressiva lo rendevano e lo rendono tuttora un personaggio irresistibile anche per il mondo laico", spiega Vittorio.  "Lui", chiosa Francesco, "era il chitarrista rock di Dio".  



Di Giacomo  non ascoltava da molto tempo l'originale del '72: che impressione gli ha fatto? "Premesso che sia io che Vittorio oggi scriviamo in modo diverso da allora, un brano come 'R.I.P.' resta purtroppo attualissimo: la stupidità dell'uomo, la violenza della guerra sono realtà immutabili nel tempo. E la musica...è talmente composita da essere senza tempo. La sua forza era quella di non rientrare in nessuno schema". "Quando appare sulla scena qualcosa di innovativo, di discontinuo rispetto al passato,  quella proposta assume i caratteri dell'avanguardia", precisa Nocenzi. "E' successo all'epoca del Romanticismo,  prima di allora il musicista era come un pittore o un falegname che lavorava su commissione al servizio del conte o del vescovo. Col tempo quella carica rivoluzionaria si affievolisce, quella musica diventa 'classica' ma non per questo vede svanire la sua bellezza. Quarant'anni fa anche il Banco faceva avanguardia: la nostra proposta si inseriva nel contesto di un movimento giovanile che, con una guerra alle spalle, aveva davanti a sé un futuro da ridisegnare, un'utopia di libertà e di giustizia sociale da trasformare in realtà. Nulla di tutto questo è accaduto, ma la musica non ha perso il suo valore".

      


Le accurate note di copertina della ristampa a cura di Sandro Neri raccontano infatti di un'epoca molto diversa da quella attuale (lo farà prossimamente anche la prima biografia ufficiale del gruppo scritta da Francesco Villari): un'epoca di stenti, di pochi soldi,  di improvvisazione, di dilettantismo, di porte sbattute in faccia ma anche di fermenti, di avvventura, di scelte coraggiose e di grandi  opportunità. Un momento storico favorevole in cui l'industria discografica si trovava a inseguire il gusto giovanile più che a crearlo. "Proprio così", annuisce Di Giacomo. "Arrivammo sulla scena in un momento in cui la discografia non sapeva a che santo votarsi. Il mercato degli album era ancora quasi inesistente, solo Milva era arrivata a vendere qualcosa come cinquemila copie. Il pop viveva di cover e di  singoli  e quello fu un momento di svolta: l'origine di un fiume che nel tempo ha scavato un suo alveo e che ancora continua a scorrere".

 


E che rivendica la sua originalità: intervistato da Neri, Pierluigi Calderoni, allora batterista della band, nega che  il Banco si ispirasse a gruppi come  Emerson, Lake & Palmer e i Gentle Giant, a cui veniva spesso apparentato. "Con un certo orgoglio, abbiamo sempre sbandierato la nostra italianità. Da sempre, nella nostra proposta artistica, ha trovato spazio una forma d'espressione tipicamente nazionale come il mélo", spiega Di Giacomo. "E la voce di Francesco è sempre stata la ciliegina sulla torta", aggiunge Nocenzi. "Il suo timbro tenorile precisa la nostra origine e la nostra identità. Raccontiamo spesso della nostra prima tournée in Inghilterra, nel 1973.  Suonavamo nei pub, nelle università e in locali come la Roundhouse di Londra. Quando arrivava il nostro turno la gente tornava incuriosita dal bar, riservandoci applausi prima timidi e perplessi, poi sempre più convinti fino all'ovazione finale: capivano che la nostra musica era diversa dal modello anglosassone di prog. La melodia della seconda parte di 'R.I.P.' è quasi pucciniana, nulla a che vedere  con quelle dei Genesis o dei Gentle Giant. Ma in Italia il provincialismo della nostra critica dell'epoca induceva giornalisti giovani quanto noi e  forse ancora più inesperti a ricercare la somiglianza con modelli esteri". Eppure testate come  Ciao 2001, allora un punto di riferimento per i giovani appassionati di musica, sostenevano il Banco a  a spada tratta..."C'erano firme intelligenti, certo. Enzo Caffarelli era uno dei pochi a cercare di addentrarsi in un'analisi musicale. Ma la maggior parte dei critici, allora come oggi, si limitava  a valutare i testi e le implicazioni sociali della musica. A puntare l'attenzione sulla biografia, specie se offriva spunti scabrosi o di colore". "Ora", sostiene Nocenzi, "siamo tornati a una sorta di anno zero. La discografia è di nuovo scomparsa, i dischi non vendono più. Si torna a suonare dal vivo, dove la fruizione è  più diretta e meno inquinata. Il problema è che intorno ai noi la musica è ovunque: dal dentista, sull'aereo, al supermercato..e spesso è di pessima qualità. E c'è chi crede che quella sia l'unica musica possibile:  come quei ragazzi convinti che non ci sia niente di meglio della Coca-Cola perché non hanno mai assaggiato un vino di qualità o una birra artigianale. Per fortuna sta rinascendo la voglia di scoprire qualcosa di diverso.  Ai nostri concerti ci stupisce e ci commuove verificare la presenza di tanti giovani, i ragazzi sotto i 25 anni sono probabilmente più del 60 per cento del nostro pubblico attuale. E' accaduto anche nell'ultimo tour invernale accanto a Le Orme di Michi Dei Rossi, e nei concerti che abbiamo tenuto nei club. Siamo capitani di lungo corso, ma ritrovarsi con l'arpione in mano a inseguire la balena bianca, sentire di nuovo il fiato del pubblico sul collo è stato entusiasmante".  "Su Internet c'è un blog a noi dedicato, 'Il giardino del Mago', e lo cura un ragazzo di sedici anni", spiega Francesco. "E' rinfrancante, perché non può esistere solo la musica da intrattenimento: altrimenti si rischia di fare musica in serie. Sì, lo so che da una vita proponiamo lo stesso repertorio: ma quando una cosa non nasce dal calcolo, non ha origine dal desiderio di successo ma dal tuo duodeno, dalle tue viscere, quella è una parte di te che sopravvive nel tempo".  

 


In effetti il Banco non pubblica materiale nuovo da "Il 13", nel lontano 1994. Ma il prossimo tour autunnale sarà l'occasione per presentare dal vivo  un brano nuovo, "Imago mundi", realizzato per Greenpeace con la partecipazione straordinaria di Franco Battiato. "E' un pezzo che avevamo scritto qualche anno fa e che ora abbiamo inciso a tre voci", spiega Nocenzi: "io mi sono riservato l'insolito ruolo del 'rapper'. Il testo si rifà a una bellissima poesia dell'imperatore Adriano sul tema del distacco dell'anima dal corpo, versi di grande tenerezza e   struggimento da cui prese già ispirazione Marguerite Yourcenar. Il nostro è il  racconto di chi non ha più vent'anni, di una generazione che ha molto camminato e che ancora si guarda intorno reagendo a quel che vede". "Ancora una volta, credo si tratti di un pezzo molto inusuale e spiazzante", aggiunge Francesco. "Senza distinzione tra strofe e inciso. Ancora una volta, abbiamo voluto esprimere noi stessi. Ci hanno sempre rimproverati di avere cambiato troppo, da un disco all'altro. Perché, si sa,  il pubblico si innamora di Greta Garbo e la vuole sempre uguale a se stessa". E questo vi ha creato dei problemi, in passato? "Forse, ma ce ne siamo sempre fregati".
 

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