Francia, il governo preoccupato dal futuro di Vivendi Universal

Le altalenanti dichiarazioni del suo amministratore delegato Jean-Marie Messier (che un giorno dichiara fedeltà alla bandiera nazionale e un altro afferma che “l'eccezione francese - al mondo delle multinazionali - è finita”) stanno attirando l'attenzione delle autorità di governo transalpine, timorose che l'ingresso di nuovi azionisti statunitensi nel gruppo possa infrangere le barriere protezionistiche fissate per legge in favore delle industrie culturali e a contenuto creativo.

Stando a quanto riportano autorevoli fonti di stampa internazionali, il governo francese sarebbe in procinto di rivolgersi al Consiglio di Stato nazionale per verificare la regolarità dei nuovi assetti azionari di Vivendi Universal, il secondo gruppo al mondo nel settore dei media tradizionali ed elettronici, titolare di molteplici interessi in campo cinematografico, televisivo e musicale (con la casa discografica Universal Music, vedi news): i consulenti di Gabinetto esperti in materia temono in particolare che la recente acquisizione dei canali televisivi di USA Networks (vedi news) in cambio di quote azionarie sposti le strategie del gruppo verso le posizioni anti-protezionistiche sostenute dalla potente organizzazione cinematografica americana Motion Pictures Association of America e finisca per mettere a repentaglio la politica di sostegno al cinema francese finora finanziata all'80 per cento dal braccio cinematografico-televisivo del gruppo, Canal Plus.

Quest'ultima è oggi direttamente controllata per il 5-6 % da investitori stranieri, ma la quota si alza al 15-16 % se si considera che il maggiore azionista, Vivendi Universal, è a sua volta per il 20 % in mano a capitali stranieri: secondo la legge francese, gli azionisti stranieri non possono detenere più del 20 % di una rete televisiva nazionale. Le spiegazioni fornite da Messier non sembrano avere convinto del tutto i suoi interlocutori politici e istituzionali, che hanno deciso di conseguenza di ricorrere alla Consulta: il parere del Consiglio di Stato è atteso entro un mese dall'inoltro formale della richiesta da parte del governo. .

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