Midem, la discografia francese celebra (in controtendenza) un anno record

2001, dodici mesi all’insegna del “French touch”: mentre nel resto d’Europa i discografici si arrovellano alla ricerca di possibili vie di uscita da una crisi apparentemente senza sbocco, i loro colleghi transalpini tirano un sospiro di sollievo e celebrano un anno record, a dispetto della congiuntura economica, del file sharing gratuito, della masterizzazione domestica dei CD e degli effetti recessivi dell’11 settembre. Non poteva esserci occasione migliore del Midem, in svolgimento in questi giorni a Cannes, per festeggiare la buona notizia: e i dati di consuntivo annuale sciorinati dall’associazione di categoria SNEP (nel corso di una affollatissima conferenza stampa tenutasi oggi, lunedì 21 gennaio, in uno degli hotel di lusso che circondano la Croisette), ribadiscono l’eccezionalità del caso francese, forse destinato a diventare un modello da studiare per l’intera industria europea negli anni a venire.
Le cifre del resto parlano chiaro: negli ultimi dodici mesi il giro d’affari dell’industria francese è cresciuto del 10,8 %, toccando quota 1,2 miliardi di euro, mentre ancora più significativo è il sostanzioso aumento registrato dalle vendite espresse in termini di volumi (+ 7,3 %, a 165,7 milioni di unità: singoli compresi, di nuovo in rialzo dopo la flessione dei consumi riscontrata nei tardi anni ’90). Il segreto? Uno solo, sottolinea lo stato maggiore dell’industria riunito per l’occasione: la crescita sempre più inarrestabile del repertorio locale e la prevalenza degli artisti di nazionalità o di lingua francese nelle classifiche, a dispetto di una riduzione della quota di prodotto nazionale (dal 40 al 35 %) che le emittenti radiofoniche sono obbligate per legge a trasmettere via etere. Due soli artisti stranieri (Dido al 3° posto, e Michael Jackson) figurano nell’elenco dei 20 album più venduti dell’anno, dominato da esordienti come il franco-canadese Garou (il Quasimodo della versione francese del “Notre Dame de Paris” firmata da Riccardo Cocciante e Luc Plamondon), invenzioni di marketing come le L5 lanciate dallo show televisivo Popstars, e vecchie glorie locali come il cantautore Jean-Jacques Goldman. Mercato fortemente autoctono, quello francese (la quota di vendite assorbita dal prodotto nazionale è passata dal 42 al 59 % nell’arco di un decennio), e altrettanto fortemente orientato all’esportazione (grazie anche ad un finanziamento pubblico di circa 4 miliardi di lire all’anno), con il Benelux come principale sbocco commerciale (solo l’1,71 % delle vendite all’estero invece raggiunge in Italia).
Quanto basta, evidentemente, per manifestare fiducia nel futuro, a dispetto delle rivendicazioni avanzate nei confronti delle istituzioni politiche (riduzione dell’IVA sui dischi dal 19,6 al 5,5 %), delle imprese televisive (introduzione di una TV musicale nazionale attiva 24 ore su 24, gratuita e in chiaro) e delle internet company. Nonché delle preoccupazioni che suscita, tra le etichette indipendenti, la schiacciante superiorità commerciale (a rischio di antitrust) della leader di mercato Universal, capace di incrementare la sua market share fino a un 36 % da record.
La discografia francese, dunque, ha buoni motivi per rispolverare la sua “grandeur”, snocciolando in apertura di conferenza stampa una pletora di nuovi “talenti” che attraversa tutti i generi possibili e immaginabili, dal pop melodico al latino, dall’hip-hop all’emergente scena locale R&B, fino agli immancabili epigoni di Air, Daft Punk e Modjo. Non che, ad un primo ascolto, la new wave francese suoni tanto migliore e qualitativamente superiore alla restante produzione internazionale. Ma evidentemente l’industria francese sa annusare i tempi meglio di altri ed ha imparato a dare al pubblico (anche internazionale) ciò che desidera: chi ne seguirà l’esempio?
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