Patti Smith, la recensione del concerto di Villa Arconati (Milano)

Patti Smith, la recensione del concerto di Villa Arconati (Milano)


Carisma, classe, intensità. E mestiere. Patti Smith è molto di più di quei termini abusati, scritti e letti a profusione e con scarsa fantasia in questi suoi giorni italiani.
Patti Smith arriva a Villa Arconati nel bel mezzo del suo lungo tour italiano. Il suo rapporto con l’Italia è speciale (l’ultimo album “Banga” è stato registrato in buona parte nel nostro paese) e questo luogo lo è ancora di più: nel 1996 passò di qui nel suo primo tour europeo dopo 17 anni di assenza; chi c’era si ricorda ancora quella sera magica di luglio in cui - con Michael Stipe a farle da angelo custode - qualcuno le urlò “Dove sei stata?”. “A fare il bucato”, rispose lei, candida: dopo la morte del marito Fred Sonic Smith si era presa cura dei figli.
Patti Smith è disarmante, in ogni occasione. Arriva sul palco di Villa Arconati - che ora si trova in un campo all’esterno dell’edificio ora in ristrutturazione - che sono quasi le dieci e in un attimo spazza via tutto.
Attacca subito con i ritmi sinuosi di “Redondo beach”, seguita da “Dancing barefoot”. E pure lei è sinuosa, come sempre. Giacca nera d’ordinanza, accompagnata dalla solita band (Lenny Kaye, Tony Shanahan, Jack Petruzzelli), prende subito possesso del palco. Si vede che c’è qualche problema: sulla seconda canzone, mentre Kaye fa il suo assolo, si avvicina al banco del mixer e conversa con il tecnico, per il primo di diversi viaggi verso quella zona che avverranno durante il concerto.
Nelle canzoni successive, la band fatica a decollare, soprattutto quando si tratta di alzare un po’ i ritmi - come in “Fuji-san”, che nel nuovo disco è una fucilata, qua è un (forte) colpo a salve. Decisamente meglio nei brani “mid-tempo”, come “Ghost dance” e soprattutto “Beneath the southern cross” - con una bella coda elettrica - dove è l'intensità ad emergere con tutta la sua forza
Patti Smith appare un po’ stanca, a tratti - lei stessa in conferenza stampa aveva ammesso di fare fatica a reggere i ritmi della vita on the road. Ma si dà con la consueta e proverbiale generosità, che sia quando dedica “This is the girl” ad Amy Winehouse (scomparsa esattamente un anno fa), che sia quando si interrompe un discorso con un “Oh, look” per seguire il volo di una farfalla, o quando rimane incantata da un ragnetto sul microfono del chitarrista e cerca di salvarlo dalle grinfie del roadie cattivo che vorrebbe ammazzarlo.
Il finale è un crescendo: la Smith esce dal palco per lasciare spazio a Lenny Kaye, che festeggia i 40 anni della storica compilation “Nuggets” (da lui curata) con un medley di canzoni garage rock degli anni ’60, poi ritorna per per "Nine" - dedicata a Johnny Depp - e "Pissing in a river". 
Solo “Because the night” è un po’ tirata via (e “People have the power” viene solo accennata alla fine di “Peaceable kingdom”); ma “Gloria” è la consueta cavalcata irresistibile, così come i bis di “Banga” e “Rock ‘n’ roll nigger”.
La classe, il mestiere: al di là delle definizioni trite e ritrite, Patti Smith è soprattutto una grande performer. Anche in serate un po’ sottotono come queste, compensa con l’esperienza e il carisma qualche calo di intensità suo e della band. Ma non c’è di che lamentarsi, perché Patti Smith, nei suoi numerosi concerti italiani degli ultimi 16 anni, ci ha abituati fin troppo bene. Essere ammessi al suo cospetto vale sempre il prezzo del biglietto.


(Gianni Sibilla)



PS: i termini abusati sono ovviamente “poetessa” e “sacerdotessa” Propongo una moratoria: la piantiamo di usarli ogni volta che compare il nome di Patti Smith? Mi impegno per primo a farlo, è l’ultima volta che li vedrete in qualcosa scritto da me.


SETLIST

"Redondo beach"

"Dancing barefoot"

"April fool"

"Fuji-san"

"This is the girl"

"Ghost dance"

"Distant fingers"

"Beneath the Southern cross"

"We three"

"Night time/ "(We aint' got) Nothin' yet/Born to lose/Pushin' too hard"

"Nine"

"Pissing in a river"

"Because the night"

"Peaceable kingdom"/"People have the power (spoken)"

"Gloria"



Encore

"Banga"

"Rock'n'roll nigger"
 

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