'The story of Wish you were here': Syd, i traumi, la riconciliazione

'The story of Wish you were here': Syd, i traumi, la riconciliazione

Negli anni è diventato un paradigma, quasi un cliché: i grandi dischi nascono spesso nelle circostanze più avverse e sfavorevoli. "Wish you were here", anno di grazia 1975, non fa eccezione. Non è solo uno degli album più venduti e più celebrati del catalogo dei Pink Floyd ma fu anche il prodotto controverso di forti tensioni artistiche e personali. Di un senso di assoluto spaesamento di fronte al successo planetario e improvviso di "The dark side of the moon", il disco che due anni prima proiettò il quartetto inglese nello stardom.  E del rimorso invincibile provato nei confronti di Syd Barrett, il diamante pazzo la cui assenza aleggia ingombrante sui due brani chiave del disco, la title track e "Shine on you crazy diamond".



Materiale da psicodramma a tinte forti, insomma, perfetto per un'inchiesta giornalistica o un racconto cinematografico come quello che il regista John Edginton ha imbastito negli 85 minuti circa (più 25 minuti di "bonus")  di "Pink Floyd - The story of Wish you were here", dvd da poco uscito per Eagle Vision.  "Tutto è nato una decina di anni fa, quando cominciai a interessarmi alla figura di Syd Barrett e alla sua storia", racconta a Rockol dalla sua casa newyorkese Edginton, documentarista di lungo corso che nell'arco di una produzione utraventicinquennale ha affrontato spesso anche soggetti storico-politici. "La mia intenzione iniziale era di fare un film sull'Lsd, e fu per quel tramite che arrivai a lui. Man mano che apprendevo cose sulla sua storia, cominciai a pensare che Syd stesso sarebbe stato un ottimo soggetto per un documentario: da lì nacque 'The Pink Floyd and Syd Barrett story' ".



La musica, da quel momento, divenne una delle sue priorità professionali: "Lavorando a quel film incontrai Robyn Hitchcock, un grande fan di Syd con cui ho realizzato altri due film: uno si intitola 'Food, sex, death... and insects', l'altro è incentrato su una sua performance dal vivo dell'album 'I often dream of trains' tenuta a New York, qualche anno fa. Ho anche cercato di fare un film su Gram Parsons per cui la Bbc aveva mostrato grande interesse. Ma poi scoprimmo che un suo amico stava lavorando da tempo a un progetto simile che finalmente ha visto la luce tre o quattro anni fa. Insomma: le idee non mancano, ma a volte diventa frustrante non trovare i finanziamenti...I Pink Floyd, per me, sono un interesse di lunga data, ma 'The story of Wish you were here' è un progetto nato su  commissione".


 
E per questo forse anche più difficile, dal momento che lavori di questo genere devono sempre rispettare regole precise, dipanando un racconto cronologico incentrato su interviste a protagonisti e testimoni e sull'analisi dei contenuti del disco brano per brano. Come lasciare un'impronta personale, in un canovaccio predefinito come quello? "Buona domanda. Hai presente la collana 'Classic albums' della  Eagle? Bene, volevo evitare quel format, che è valido ma a mio parere sovrautilizzato. In particolare non volevo includere quei segmenti in cui i giornalisti musicali spiegano la storia dal loro punto di vista ed esprimono le loro opinioni: non che non li rispetti, ma normalmente la loro apparizione coincide con i momenti morti del film, quelli in cui decidi di spegnere il video e di passare oltre! Dissi ai produttori che nel mio racconto mi sarebbe piaciuto avere tutti i protagonisti del disco e non solo i Pink Floyd, perché qualunque processo creativo coinvolge un sacco di gente. Nei 'Classic albums' trovi sempre il tecnico del suono, l'uomo che sta seduto al banco di regia: Brian Humphries, nel nostro caso, che si è rivelato una persona deliziosa. Ma mi chiedevo anche che fine avessero fatto le cantanti gospel che avevano arricchito le canzoni, 'Shine on you crazy diamond' in particolare, con le loro splendide voci: abbiamo scoperto così che Venetta Fields, oggi ultrasettantenne, è stata insignita del titolo di Gospel Queen of Australia nel 2005. L'abbiamo trovata, e ci ha rilasciato una straordinaria intervista. Ovviamente era importante ascoltare anche chi si era occupato dell'aspetto visuale del progetto, anche perché i pochi  filmati del periodo che riprendono il gruppo in azione sul palco sono bootleg di pessima qualità, praticamente inguardabili.  E dunque abbiamo intervistato il designer delle copertine, Storm Thorgerson, ma anche il fotografo, Po (Aubrey Powell). E ho voluto sentire anche lo stuntman che prendeva fuoco sulla copertina: un gran personaggio, che al film ha portato carattere e un po' di humour, utile a controbilanciare la tristezza della storia che ha per protagonista Syd Barrett".  



Contrappunti utili e suggestivi al "plot" raccontato dai quattro attori principali: "Tutte le interviste", spiega Edginton, "sono state realizzate apposta per l'occasione  a parte, ovviamente, quella con Rick Wright. Nick Mason l'ho intervistato nel suo ufficio londinese, dalle parti di King's Cross. Ogni volta che si apriva una porta laterale si vedevano cose inattese, uomini in camice bianco indaffarati intorno ad auto sportive...Nel caso di Roger Waters e di David Gilmour, invece, abbiamo dovuto aspettare il momento giusto. Con Roger è stato relativamente più facile,  anche lui vive a New York e in quel momento stava preparando gli show di 'The wall'.  David, invece, doveva fare i conti con un problema di famiglia, l'arresto del figlio durante le manifestazioni di protesta a Londra:  c'erano le udienze in tribunale e abbiamo continuato a posporre l'appuntamento fino a quando ha trovato il tempo di accogliermi  nel suo scricchiolante studio galleggiante sul Tamigi, in una sala che conserva arredamenti che risalgono probabilmente agli anni '30 del secolo scorso. Si è portato dietro la chitarra, il suo guitar tech e il suo sound editor . Quando ha suonato per noi 'Wish you were here' ha eseguito entrambe le parti di chitarra, una con la sei corde e l'altra con la dodici corde, dandoci modo di mixare le due tracce: il risultato è stato fantastico. Anche Roger ha imbracciato la chitarra acustica mostrandosi in forma straordinaria. La sua versione della canzone è irresistibile, più dimessa e in stile quasi country. Più scura  e interiore e molto diversa da quella di Gilmour, che definirei più ottimista e luminosa. Il loro atteggiamento davanti alla mia videocamera  e rispetto alle domande più imbarazzanti - come le reazioni alla stroncatura che Nick Kent fece dei concerti dei Pink Floyd di fine 1974 - riflette bene il loro carattere: David è il tipico gentleman inglese, gentile ma sempre controllato, cauto e attento a non mostrare troppo le sue emozioni. Roger è una persona molto più passionale".   



Nei loro volti, e nelle loro parole, sembra ancora di cogliere il rimpianto e il rimorso per ciò che accadde tra loro e Barret. "E' vero, anche se credo che ognuno di loro viva quei ricordi con uno stato d'animo diverso. Nick Mason è stato molto onesto nel riconoscere di non essere mai stato così in intimità con Syd. Non lo conosceva bene come David e Roger, che erano cresciuti con lui. Ed è stato altrettanto sincero nel dire che avrebbero potuto fare di più per aiutarlo, se avessero capito meglio quanto la situazione fosse grave. Quando intervistai Wright, una decina di anni fa, Rick mi disse che lui e Syd vivevano insieme, credo a Richmond, nel breve periodo in cui i Floyd furono un quintetto dopo l'ingresso di David. E mi raccontò di quanto si sentisse in colpa per quella volta che lui e gli altri decisero di andare a tenere un concerto senza neanche preoccuparsi di farglielo sapere. Quando canta 'Wish you were here', David pensa sempre a Syd. L'atteggiamento di Roger, invece, mi sembra diverso: dieci anni fa il legame tra questo disco e il ricordo di Barrett lo spingeva spesso alle lacrime, oggi ci tiene a  sottolineare che in questo album c'è qualcosa in più della storia di Syd, e che il tema dell'assenza è un concetto più generale che lega tutte le  canzoni.  Un'altra cosa interessante che emerge dalle interviste è il comportamento assente che i Floyd stessi avevano talvolta in studio: Brian Humphries mi ha raccontato di intere giornate passate a parlare del tempo, di calcio o di quel che avrebbero fatto durante le vacanze...il segno dei conflitti latenti all'interno della band".



Un altro dei temi forti del documentario, che inizia e termina però con la riconciliazione sancita il 2 luglio del 2005 al Live 8. "Il ricongiungimento, dopo tutti quegli anni, mi sembrava il momento culminante della storia. E anche in quella occasione 'Wish you were here', la canzone, fu il perno dell'esibizione: Roger la presentò dedicandola a Syd. Quello è l'istante che fa rimbalzare lo spettatore tra passato e presente, l'attimo che ci ricorda dove siamo oggi e cosa era accaduto prima. Tutto il film, in un certo senso, è il retroscena di quello che accadde quella sera, quando i Floyd eseguirono la canzone al  Live 8".  



Girare il film ha fatto cambiare a Edginton idea, prospettive e preconcetti sui Pink Floyd e su "Wish you were here"? "Non credo di essermi reso conto prima di  quanto fu difficile realizzare quel disco, di quanto fu travagliata la sua gestazione. I Pink Floyd si trovavano a fare i conti con una enorme popolarità che non sapevano come gestire. Soprattutto Roger viveva un forte conflitto interiore tra le sue idee socialiste e la ricchezza improvvisa che aveva conseguito. Tutto ciò che scriveva proveniva dalla rabbia, da sempre il suo catalizzatore. E in quel momento a guidarne l'ispirazione fu il disagio che provava per ciò che era diventato. E' stato questo insieme di difficoltà a permettere ai Pink Floyd di creare un grande album. Fossero stati dei milionari felici a cavalcioni di un'onda sarebbero diventati una brutta copia dei Beach Boys".  
 

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