Robbie Robertson a Milano: Il cuore nel passato, la testa nel futuro

Robbie Robertson a Milano: Il cuore nel passato, la testa nel futuro
"In fondo, non sto facendo nulla di diverso da ciò che ho sempre fatto, fin dai tempi della Band e di "Music from Big Pink". Raccolgo i suoni che mi stanno intorno e cerco di farli esplodere in combinazioni inedite, fresche, eccitanti".
Il cuore nel passato (remoto) e la testa nel futuro, Robbie Robertson ha incontrato ieri, 13 febbraio 1998, a Milano i giornalisti italiani per parlare di "Contact from the underworld of red boy", il nuovo album in circolazione in Italia da un paio di giorni (con largo anticipo sul mercato americano, probabilmente per sfruttare l'effetto-Sanremo).
Casual-elegante e ieratico come sempre, si accende una sigaretta, si scusa per l'intontimento da jet lag e lascia sgorgare i pensieri con quel timbro profondo di voce e quella stessa cadenza lenta e ammaliatrice che caratterizzano anche le sonorità delle sue ultime canzoni. Robertson sembra davvero un artista in pace con se stesso, un uomo che ha trovato un invidiabile equilibrio interiore scavando nel suo passato ancestrale. E che ha molta voglia di parlare, a dispetto delle ore di interviste che ha già sulle spalle, del nuovo progetto musicale dedicato amorevolmente alla cultura dei nativi americani (la madre, di discendenza Mohawk, è cresciuta nella riserva Six Nations in Canada, dove lo stesso Robertson ha trascorso parte della sua infanzia).
"Il fatto è che su un disco come questo c'è molto da dire. Se avessi scritto un album di semplici canzoni pop, forse non sapreste che cosa chiedermi. Ma qui è diverso: questo disco è stato costruito come un film. E' ricco di suoni e di personaggi, ho fatto un vero e proprio casting per scegliere gli attori giusti. E non mi sono limitato a parlare di me stesso, ma dell'eredità culturale di un intero popolo. C'è molto cibo per la mente, credo".
Liquida in poche battute la questione Sanremo (dove sbarcherà con la band di musicisti nativi americani che lo accompagnerà per una serie di concerti in estate): "E' un appuntamento di lavoro, ma cercherò di divertirmi".
E a chi lo accusa di essersi piegato troppo alle mode e alla tecnologia (il suono del disco risente molto del "trattamento" dei maghi dell'elettronica Howie B e Marius de Vries), risponde: "Spero di avere seguito nella mia carriera un sentiero di crescita, sono stimolato dalle avventure e dalle sfide. Soprattutto sono terribilmente curioso, non sono di quelli che disprezzano per partito preso tutto ciò che è nuovo. Non è il caso di fare paragoni con il passato. Dov'è il nuovo Otis Redding? Dove sono i nuovi James Brown, Sam Cooke, Marvin Gaye? Il nuovo Van Morrison? Non lo so, forse non esistono più, ma non è importante. Ci sono tante altre cose che stanno succedendo nella musica. E la tecnologia è uno strumento in più a disposizione. Il ritmo costante delle drum machine mi ha permesso di passare ore in studio a improvvisare cercando sonorità nuove sulla chitarra, e in questo procedimento mi è capitato di scovare qualcosa che stava nascosto nel subconscio, di portare alla luce ciò che desideravo davvero esprimere. Howie B è un musicista che ama prendere dei rischi, con un senso ritmico formidabile, pieno di gusto e di sottigliezza.
C'è il rischio che "Contact from the underworld of red boy" venga accolto come il disco "esotico" di Robbie Robertson...
"Ma questa è la mia musica, la musica che ho nel sangue. Non sono andato a cercare sonorità nuove in Brasile o in Africa" (il riferimento è a Paul Simon, a Peter Gabriel e a David Byrne?, ndr) "o in qualche altra parte lontana del mondo. La musica dei Nativi Americani è la vera roots music dell'America del Nord. Ho guardato a quello che avevo intorno, e in questo percorso ho imparato molte cose su me stesso. Mi sono addentrato nella terra selvaggia, ho volato più alto nel cielo. E ho avuto anche l'occasione di liberare un senso di rabbia, di impotenza latente che si annidava dentro di me e di cui fino a poco tempo fa non ero cosciente. Perché purtroppo non tutte le cose funzionano alla perfezione, intorno a noi non c'è solo bellezza, giustizia e armonia. Parlarne, per me, è stato come prendere una medicina per l'anima".
Si riferisce ai soprusi e all'emarginazione ancora oggi subiti dai popoli pellerossa costretti nelle riserve, e in particolare al caso di Leonard Peltier (l'attivista dell'American Indian Movement in carcere dal 1976 per il presunto assassinio di due agenti dell'FBI) la cui voce, registrata al telefono dal penitenziario, è protagonista di un brano dell'album, "Sacrifice". Robertson ha scritto a Bill Clinton per chiedere giustizia, e il presidente gli ha risposto personalmente promettendogli che il caso di Peltier verrà ripreso in esame: "Ora che il disco sta per uscire in America, gliene manderò una copia e gli scriverò di nuovo. Interpreto il fatto che mi abbia risposto come un segnale incoraggiante. Credo che "Sacrifice" sia una canzone molto commovente, e so che Clinton è un uomo che sa farsi commuovere dalla musica".
Forse l'antica utopia della musica che può cambiare il mondo ha ancora un senso?
"Non voglio essere presuntuoso e farmi delle illusioni. Voglio semplicemente fare tutto il possibile, con la massima umiltà possibile".
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