Mazza (FIMI): 'Ridurre l'IVA si può, senza aspettare la legge sulla musica'

“L'IVA sui dischi al 10 %? Sarebbe un primo passo concreto in vista di una ripresa del mercato musicale, e in attesa che le autorità europee decidano una revisione globale delle aliquote. In realtà non è neppure necessario aspettare la legge sulla musica per applicarla: basterebbe inserire il provvedimento nella prossima finanziaria”.

Enzo Mazza, direttore generale della maggiore associazione di categoria dei discografici, la FIMI, commenta così la proposta di riduzione dell'IVA sui dischi dal 20 al 10 %, inserita nella proposta di legge sulla musica firmata dal senatore di AN Guglielmo Rositani e presentata il 15 dicembre scorso alla Commissione Cultura della Camera (la notizia è stata ripresa ieri, martedì 8 gennaio, dall'Ansa).

“Quello dell'imposta sul valore aggiunto – spiega – è in realtà un problema eminentemente tecnico che non rientra nell'ambito di competenza di una legge quadro sul settore. Da un convegno sul tema che si è tenuto in dicembre a Milano con la partecipazione del sottosegretario alle Finanze e del presidente della Commissione Finanze al Senato è emerso che esiste la possibilità concreta di ottenere uno 'sconto' sull'IVA applicata ai dischi, purché nell'ambito della manovra finanziaria si trovi il modo di coprire i mancati introiti: nell'ipotesi di una riduzione dell'aliquota dal 20 % attuale al 10 %, la perdita per lo stato sarebbe valutabile intorno ai 100 miliardi di lire (51,645 milioni di euro circa), recuperabili in gran parte attraverso il gettito derivante dai maggiori consumi” (sempre che, aggiungiamo noi, una riduzione di circa 3 mila lire o meno nel prezzo al pubblico dei CD sia davvero in grado di imprimere una spinta decisiva agli acquisti). .


Ma perché accontentarsi di un'ipotetica riduzione al 10 %, quando da anni si insiste sulla pari dignità culturale tra dischi e libri, assoggettati all'aliquota del 4 %? “Perché una riduzione di tale entità è attuabile autonomamente in ambito nazionale”, risponde Mazza, “mentre il passaggio al 4 % implica la modificazione dell'elenco dei beni che, in base alla direttiva sull'IVA, possono accedere all'imposizione ridotta: e questa è una decisione che può essere presa solo in sede europea. Dove peraltro – aggiunge il direttore generale FIMI – è in atto un processo positivo di revisione delle aliquote a cui anche la presidenza spagnola di turn ha ribadito di voler tener fede”. L'urgenza del problema è ulteriormente amplificata dalle prospettive di evoluzione del commercio elettronico (dopo che gli USA hanno deciso di abolire le imposte sulle transazioni on-line) nonché dall'introduzione della moneta unica. “Lo abbiamo visto in questi giorni”, dice Mazza, “con la miriade di tabelle, sempre diverse, che mettono a confronto i prezzi italiani con quelli degli altri paesi dell'euro. Con la moneta unica, l'IVA non è più un elemento neutrale ma introduce forti distorsioni nella concorrenza internazionale: chi ha l'IVA al 16 % gode già di uno sconto automatico del 4 % rispetto a noi”.
Ci si può aspettare, a questo punto, un passo concreto sui problemi del settore musicale da parte delle forze politiche italiane? Mazza fa un distinguo: “Sugli iter di approvazione della legge sulla musica, qualunque forma questa finirà per assumere, c'è al momento poco da essere ottimisti, al di là del consenso unanime e trasversale tra gli schieramenti politici: il fatto che all'interno della coalizione di maggioranza ci siano proposte di respiro e contenuto diverso, vedi la proposta di legge Rositani e il progetto Carlucci sul settore dello spettacolo, la dice lunga sullo stato delle cose. Ma rispetto all'IVA la questione è teoricamente più semplice e, se una volontà esiste, si può risolvere più rapidamente. Non con la finanziaria recentemente approvata dal governo, che si limita ad introdurre un impegno di verifica degli spazi di manovra che sussistono in materia, sia in ambito locale che internazionale: ma magari con la prossima".
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