Buon anno,
e buona fortuna
('Lemmings 2002')

Buon anno,e buona fortuna('Lemmings 2002')
Il collega (e collaboratore di Rockol) Luca Bernini scrive, sull'ultimo numero di “Urban”, un editoriale intitolato “Bilanci” nel quale si domanda “Che dire del 2001 in musica?”; poi si risponde da solo analizzando la scena e il mercato italiani con lucidità, disillusione e comprensibile amarezza, e concludendo: “solo le piccole etichette, lavorando su progetti e idee su misura, possono tornare a salvare la musica. Alcuni segnali incoraggianti stanno già arrivando...”.
Condivido buona parte di ciò che scrive Bernini, compreso il riferimento - che a me appare trasparente, e peraltro abbastanza condivisibile - a una piccola etichetta in particolare, che porta un nome breve e palindromo e che quest'anno ha effettivamente dato segni di creatività intelligente (se non è ancora chiaro, diciamolo: la Nun di Stefano Senardi; ma sono certo che Luca faceva riferimento anche ad altre interessanti realtà che conosco meno di lui).
Purtroppo (per me), non condivido invece la conclusione ottimista. E mi spiego, approfittando del fatto che oggi, primo giorno dell'anno 2002, a Natale ormai trascorso non c'è più l'obbligo di essere buoni. Lo faccio anche ricordando i discorsi che con alcuni colleghi si fanno ormai da mesi, a cena o nelle conversazioni che si svolgono nel cuore della notte, in certi alberghi di certe città dove ci si ritrova per partecipare alle manifestazioni più improbabili: conversazioni amare, di gente che prova ancora passione per il proprio lavoro ma si sente circondata da altra gente - più numerosa, o più potente - che considera la musica né più né meno che una merce da vendere.
Cominciamo dai giornalisti, così ci togliamo il pensiero. Chi scrive ha quasi 49 anni: troppi, per continuare a scrivere credibilmente di musica per un pubblico più giovane. Ma sono ugualmente ancora più giovane di quasi tutti quelli che occupano spazi di grande visibilità in giornali di grande diffusione (tutti più anziani di me: e allora, Luca, perché stupirsi se i referendum annuali li vincono De Gregori, Dylan, Cohen, Battiato?), come sono più giovane di quasi tutti quelli che decidono i palinsesti televisivi, o che governano le playlist radiofoniche. Non penso che essere adulti sia un demerito: non lo è, a maggior ragione, quando i giovani giornalisti che scrivono - oddio, “scrivono”... - di musica non solo non possiedono la competenza necessaria (e la conoscenza indispensabile) per inquadrare un disco o un artista nella sua prospettiva storica, ma si propongono con una spocchia, con un'arroganza, con una presunzione di sapienza assolutamente detestabili - e come se non bastasse molti di loro non conoscono non dico la sintassi, ma nemmeno le regole base della grammatica (credetemi: è così).
Di tanti giornalisti che ho letto, in questi anni, ce n'è uno solo - si chiama Angelo Aquaro, scrive su “Il Venerdì” - che stimo e apprezzo pressoché incondizionatamente (è il caso di precisare, per inciso, che non lo conosco personalmente, non ho mai parlato con lui, e non ho interesse a farmi bello ai suoi occhi). Aquaro è preparato, lo fa capire ma non lo esibisce; ha un proprio gusto personale, che non nasconde e al tempo stesso non fa assurgere a canone di riferimento obbligatorio; riesce, in poche righe di recensione, a farmi capire se è probabile che un disco mi piaccia oppure non mi piaccia. E badate che questo è fondamentale: quando ti fidi di un recensore, capisci se un disco ti piacerà proprio da ciò che ne scrive lui; capita anche di intuire che un disco potrà piacere a te proprio perché “non” è piaciuto a lui. E appunto a questo serve una recensione: a informarti e a guidarti nelle tue scelte.
Aquaro è anche uno dei pochi che se la senta di stroncare un disco. Bella forza, direte voi: scrive su un settimanale diffusissimo che appartiene a un importantissimo gruppo editoriale. E avete ragione. Ma badate che la discografia è spesso ottusa e becera, e non ha ancora capito - posso testimoniarlo con documentazioni inoppugnabili - che il lettore, e quindi il potenziale acquirente di dischi, non si lascia incantare da certe recensioni scritte col bilancino, che dicono e non dicono, e nemmeno da certe recensioni compilate con il copia e incolla dai comunicati stampa promozionali. La discografia italiana (generalizzo: ma parlo comunque del 98% dei discografici, e la generalizzazione è lecita) non ha ancora capito che c'è differenza fra pubblicità e informazione: e che il lettore si fida del giornalista al quale può riconoscere onestà e sincerità intellettuale, non del marchettaro pronto a parlar bene di qualsiasi disco pur di conservare un rapporto privilegiato con la casa discografica.
Sui giornali inglesi e americani - scusate la botta di esterofilia, ma è giustificata - è assolutamente normale trovare nello stesso numero la pagina (pagata dalla casa discografica) di pubblicità di un disco e la recensione negativa (scritta da un giornalista di quella testata) dello stesso disco. La pubblicità serve a far sapere ai potenziali acquirenti che un disco è uscito; la recensione riporta il parere del giornalista al quale è stato affidato il compito di ascoltare quel disco e riferirne. E anzi, la compresenza delle due informazioni è la garanzia, per il lettore, che la casa discografica può comperare uno spazio sul giornale, ma non può comprare la coscienza e il gusto personale del giornalista. Da noi, ahinoi, così non è.
E badate che - cito Bernini, sottoscrivendo - “la stampa... non ha carisma e credibilità sufficienti a far vendere sulla fiducia”. Ergo, e conseguentemente, nemmeno a “non” far vendere. Ma i discografici questo non l'hanno ancora capito. E non hanno nemmeno capito che ottenere spazio sui quotidiani per certi artisti o per certi dischi è del tutto ininfluente: certo, è contento il direttore generale, che quando riceve la rassegna stampa vede tanta carta; ma la carta dei quotidiani va in mano, nella stragrande maggioranza dei casi, a gente che i dischi non li ascolta e non li compra. E quindi sono carta, e tempo, e sforzo, e denaro sprecati.
Ma sui discografici potrei scrivere un trattato (avendo fatto anche quel lavoro, conosco bene anche quella categoria). I discografici sono quella simpatica genìa di persone che permettono a un signor Artista Di Fama di fare il bello e il cattivo tempo, di pubblicare dischi dal vivo uno dietro l'altro per nascondere una lunga crisi creativa, di far pubblicare dischi interpretati dalla propria cameriera o dalla propria fruttivendola o dal proprio consulente spirituale senza che quei dischi abbiano la minima possibilità di ripagarsi le spese (ma bisogna tenersi buono l'Artista Di Fama...). I discografici sono quella genìa di persone che, se una Tizia simpatica o un Tizio belloccio azzeccano un singolo estivo, si affrettano a far loro registrare un intero album, senza che ci siano buone canzoni sufficienti a riempire non dico un extended play, ma nemmeno un singolo; e pubblicano l'album in tutta fretta “per sfruttare la popolarità del momento”, e lo promuovono con un nuovo singolo che vale la metà di quello con il quale la Tizia o il Tizio hanno avuto successo (poi si stupiscono perché l'album non vende: evidentemente pensano che la gente sia scema e più scema).
I discografici sono quelli che hanno fatto la guerra a Internet, e l'hanno persa convinti di averla vinta: adesso Napster, il babau, non c'è più, ma ci sono decine di luoghi virtuali da dove scaricare canzoni, e lo scambio di files musicali fra privati è diventata comunque la forma più popolare e diffusa di fruizione della musica. I discografici sono quelli - e qui tocco un tema che mi sta molto a cuore - che non hanno ancora visto una realtà così enorme che davvero ci si stupisce che non sia stata ancora percepita. Oggi, chi compera i dischi - intendo dire: le persone che vanno in un negozio di dischi e sborsano 38.000 lire (scusate, non so quanto faccia in Euro) - sono gli adulti, quelli che hanno più di 35 anni, gli unici che si possono permettere regolarmente quella spesa e non hanno il tempo o la voglia o la capacità di scaricare files e masterizzarsi un Cd per risparmiarsi l'esborso necessario all'acquisto del disco originale. Anche perché gli adulti, quelli che hanno più di 35 anni, sono cresciuti con il piacere e il desiderio di “possedere” l'oggetto-disco: piacere e desiderio che le nuove generazioni nemmeno sanno cosa sia (e non vedo nemmeno come dar loro torto, considerando quanto sono brutti - dico anche esteticamente, come oggetto in sé, non solo come qualità musicale - i Cd che si producono oggigiorno).
Stando così le cose - e le cose stanno così - non c'è da stupirsi se oggi a vendere dischi sono Adriano Celentano, o i Pink Floyd: vendono dischi perché piacciono alle persone che (ancora) comprano i dischi. Ma, direte voi, non si può certo continuare a ripubblicare antologie di vecchi successi di vecchi babbioni. Giustissimo; anzi, sarebbe ora di smetterla di raschiare il fondo del barile compilando greatest hits “truccati” con l'occasionale inedito. Però, guardatevi intorno, soprattutto adesso: fra i nuovi gruppi e i nuovi artisti, ce ne sono parecchi che potrebbero piacere anche - o soprattutto - agli adulti. Il problema è: chi li fa conoscere, agli adulti? Certi amici miei, che fanno di mestiere i medici, o i bancari, o i commercialisti, non comprano i giornali musicali specializzati. E allora chi glielo spiega che esistono i Kings of Convenience? Quegli stessi conoscenti miei non guardano MTV né Viva: e allora chi glielo farà mai vedere un videoclip dei Turin Brakes? Sicché: i Kings of Convenience e i Turin Brakes e i Sigur Ros vendono, dei loro dischi, quelle poche copie che il pubblico giovane è disposto a comperare (i Kings of Convenience e i Turin Brakes e i Sigur Ros piacciono anche al pubblico giovane, lo so: ma i tre quarti dei giovani si masterizzano i loro Cd, mica se li comprano), però potrebbero venderne molte di più, se qualcuno si prendesse la briga di informare i potenziali acquirenti adulti del fatto che questi gruppi fanno musica gradevole, garbata, apprezzabile anche da persone il cui gusto si è formato su Simon & Garfunkel.
Invece, nessuno si sforza di farlo. Non esiste una radio - non dico un network radiofonico: dico una singola radio; e se esiste, fatemelo sapere - che proponga un palinsesto in cui siano intelligentemente miscelati brani vecchi e “classici” e brani nuovi che stiano nel gusto degli adulti. Non esiste un giornale - quotidiano, o periodico a larga diffusione - che dedichi uno spazio preciso e sistematico alla musica “nuova” che può piacere agli adulti. Non esiste un programma televisivo, su nessuna delle sette maggiori reti, che informi il pubblico adulto su quanto di nuovo e interessante per “quel” pubblico avvenga sulla scena musicale.
Tutti puntano - stupidamente, ottusamente, ciecamente - sui “giovani”: e il mercato discografico tracolla. Possibile, dico davvero, che nessuno veda come stanno le cose? Possibile che l'unico che sembra averlo capito - lo dico con rispetto, e anche con preoccupazione - sia Pippo Baudo, che sta preparando un Festival di Sanremo esplicitamente pensato per gli adulti, anzi per gli anziani?
Possibile che non dia da pensare il fatto che il successo del disco più venduto nell'ultimo scorcio dell'anno appena passato, “Olmo & Friends”, sia stato accolto con sorpresa e stupore dagli stessi discografici che quel disco hanno pubblicato? E' segno che la discografia non ha più il polso dei gusti della gente. E badate che ho citato un disco che è stato acquistato, appunto, dai giovani: ma costa un po' meno della media, è il coronamento discografico di un progetto di spettacolo ampiamente collaudato, ed è, in fondo, una sorta di raccolta di canzoni che già hanno avuto successo popolare attraverso un programma televisivo. Ci sarebbe stato da stupirsi se “non” avesse avuto successo... e invece.
Possibile che non faccia riflettere (e non faccia anche un po' vergognare i discografici italiani) un disco come “Swing when you're winning” di Robbie Williams? Belle (e vecchie) canzoni già ampiamente note nella versione originaria, una produzione impeccabile, una realizzazione accurata (avete visto il libretto, con le foto di Robbie che rifanno le celebri copertine di Sinatra? un'idea da niente, ma che gusto, che stile!), una trovata rischiosa ma azzeccata (il duetto con Nicole Kidman: ma avete ascoltato l'eleganza dell'arrangiamento di Steve Sidwell?), ed ecco pronto il disco più bello dell'anno. Magari non il più innovativo. Magari non il più rivoluzionario. Magari non il più trendy. Ma, caspita! che bel disco. E lo dico non (solo) da quasi cinquantenne, ma da giornalista e critico musicale.
Degli “artisti”, che sarebbero poi la componente essenziale della scena e del mercato, non mi metto a scrivere estesamente adesso. Anche qui, faccio mie le parole di Bernini (“sono in buona parte convinti di essere dei padreterni incompresi”). E come si fa a dar loro la colpa? Se i giornalisti ne scrivono - quando ne scrivono - sempre con devota riverenza (sapeste invece cosa dicono i giornalisti, dopo la seconda birra e dopo essersi accertati che non ci siano discografici a portata d'orecchio, di certi personaggi che in pubblico portano in palma di mano, e che durante le conferenze stampa ossequiano e adulano...); se i discografici non sono più capaci di guidarli e orientarli, anche - quand'è il caso - rifiutando di assecondarli in certi progetti sballati (dove sono più i “vecchi” direttori artistici, quelli che erano capaci di dire al loro cantante “questa canzone fa schifo”? dove sono più i “vecchi” direttori delle vendite, quelli che con cinque telefonate ai negozi “giusti” erano in grado di prevedere con ragionevole approssimazione quante copie si sarebbero vendute di un disco?); se i network radiofonici inseriscono senza fiatare i loro dischi nelle playlist, purché ricevano in cambio sostanziose percentuali editoriali e ricche campagne pubblicitarie; se le televisioni si arrabattano per averli ospiti, accettando senza fiatare di fungere da mero spazio pubblicitario per il lancio dell'ultimo disco... insomma, anche i cantanti sono uomini e donne come tutti noi, mica sono eroi pronti a sacrificarsi in nome dell'Arte. Chi glielo farebbe fare? Perché dovrebbero farlo?
E dunque, tornando all'interrogativo epocale di Luca Bernini: “Che dire del 2001 in musica?”, la mia risposta è “tutto il male possibile”. Ma tanto male che, paradossalmente, il 2002 non potrebbe essere peggiore. A meno che il “cupio dissolvi” che pare essere diventato la parola d'ordine dell'industria della musica (tutta l'industria: chi la musica la fa, chi la produce, chi la vende, chi la racconta e chi la diffonde) non sia ormai diventato irreversibile.
Mi ritorna in mente “Lemmings”, il brano che apre un album (“Pawn hearts”) di un gruppo che, se nascesse oggi, non se ne accorgerebbe nessuno (“Non sono radiofonici... Pezzi troppo lunghi... Quel nome, poi, impossibile da annunciare per un deejay... E i testi, troppo tristi, troppo lugubri!”) e che per sua fortuna è nato trent'anni fa. Quel gruppo si chiamava Van Der Graaf Generator, e le parole che aprono “Lemmings” dicono più o meno così:
“Stavo in piedi sulla vetta del monte più alto
guardavo giù, tutt'intorno, e ciò che potevo vedere
erano solo coloro con i quali avrei voluto avere cose in comune
che si gettavano ciecamente nel mare...
Cercai di chiedere loro che gioco fosse, quello
ma sapevo che non avrei potuto giocarlo...”
Spiego. I lemmings sono roditori che vivono in grandi colonie, e periodicamente, quando la popolazione residente in un territorio diventa troppo numerosa per poter trovare sostentamento alimentare, migrano in massa verso altre aree. I lemmings sanno nuotare, e per questo spesso traversano i corsi d'acqua; a volte, però, affrontano tratti troppo lunghi o troppo profondi, e in questi casi muoiono in grandi quantità. Per questo motivo è nata la leggenda che i lemmings pratichino istintivamente una sorta di suicidio di massa come forma di controllo della crescita della popolazione. Non è così: i brulicanti branchi di lemmings che, nella (tragicamente affascinante) composizione di Peter Hammill, si gettano nel mare da un precipizio, in realtà credono di poter sopravvivere, e anzi pensano che al di là dell'acqua troveranno il cibo del quale sono affamati.
Ecco: in questo anno di (dis)grazia 2001, mi è parso di vedere, nelle persone che si occupano - come me - di musica per mestiere e (alcuni, spero, ancora) per passione, un branco di lemmings. Si muovono d'istinto, sono affamati, stanno cercando nuovi territori in cui cibarsi. Hanno davanti a sè un profondo corso d'acqua, largo come l'intero anno 2002. Ma se sopravvaluteranno le proprie capacità natatorie, assisteremo a un (involontario) suicidio di massa. E io, che sono nel branco, farò la fine di tutti gli altri. Amici, cerco di dire loro: riflettiamo, ragioniamo, cambiamo direzione finché siamo in tempo. Ma vedo che corrono come impazziti verso l'orlo del precipizio. E sotto c'è un mare troppo grande e troppo profondo.
Non so... forse questa, benché orribile, potrebbe essere una soluzione. Non me l'auguro, non la auspico, né tantomeno la considero “la” soluzione. Però, temo che stia diventando inevitabile. E non posso fare niente per impedirlo, salvo che squittire forte. Chissà che qualcuno mi ascolti.
Buon anno a tutti, e buona fortuna.

Franco Zanetti
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