Concerti, Heineken Jammin' Festival 2012: il report di venerdì 6 luglio

Seconda giornata dell’Heineken Jammin’ festival 2012 e seconda tornata di gruppi vincitori del contest.

Ad aprire la manifestazione troviamo oggi Ivan Mihaljevic & Side Effects e Good Vibe Styla. I primi inaugurano la giornata con un hard rock di chiara derivazione metal. Set breve e conciso, idoneo ai venti minuti a disposizione. La vetrina è buona e Ivan e compagni puntano a sfruttarla al meglio. Discorso valido anche per i Good Vibe Styla, combo reggae decisamente in tema con la calura odierna, uno dei temi principali di questo festival. Anche qui buona musica, reggae nostrano che ben predispone i temerari giunti di buon’ora per guadagnarsi le prime file. La lunga maratona di avvicinamento al clou della serata, i Prodigy, inizia con il passo giusto. .

Il testimone passa quindi ai Seether, primo vero nome in cartello. Primo nome e prima bella sorpresa della giornata: i Seether sono un trio sudafricano che propone un discreto alt rock, molto grunge, con qualche sprazzo più tipicamente metal. L’impatto sul palco del Jammin’ è molto efficace, tanto che ad intrattenere la piccola folla stipata nelle prime file sembra ci sia una band di tutt’altra caratura: Staind, Bush, Creed osservano a distana da bravi fratelli maggiori. Quarantacinque i minuti a disposizione per un set tirato dall’inizio alla fine; la formula basso, chitarra, batteria funziona e il sound arriva massiccio e corposo per la gioia della piccola, ma vivace platea. I pezzi sono pescati principalmente dall’ultimo lavoro in studio, “Holding onto strings better left”, uscito poco più di un anno fa, vedi l’interessante “Country song”, il singolo “No resolution” e “Tonight”, forse il più pezzo noto del trio di Pretoria. Una prova solida sotto tutti gli aspetti: se pensiamo che il chitarrista Troy McLawhorn nel marzo del 2011 fa voleva lasciare il gruppo, la soddisfazione è doppia.

Tra le tante sfumature rock che l’Heineken di quest’anno propone, i Lostprophets sono una delle più gradite. I sei gallesi snocciolano un post hardcore dalle tinte emo che sembra far presa sul pubblico dall’età media relativamente bassa. Ai Profeti Perduti toccano cinquanta minuti di set, per undici pezzi in totale. Buono l’attacco con “Bring ‘me down”, “To hell we ride” e “Can’t catch tomorrow”, un inizio nei limiti dell’ordinario che beneficia del repentino cambiamento climatico in atto sulla zona di Rho. Meno caldo, più aria e gente decisamente meglio predisposta all’ascolto, nonostante qualche nuvola sembri minacciare il proseguo dello show. Di fila vengono sparate “Town called hypocrisy”, “Where we belong”, una delle hit del gruppo (lanciata dall’intro di “Sweet child o’ mine” dei Guns, curiosamente sfruttata anche da Pitbull giusto ieri), “Last summer” e la nuova “We bring an arsenal” pescata dal recente “Weapons”, nuovo album uscito ad aprile di quest’anno. “Rooftops” e l’arcinota Last train home”, leggermente penalizzata dal vento che incide sulla diffusione audio, sono il preludio ad un finale in linea con il resto dell’esibizione. “Shinobi vs Dragon ninja” e “Burn burn” chiudono quindi in scioltezza la pratica Heineken per quanto riguarda i Lostprophets. Il “campo da gioco” viene rapidamente sgombrato per gli Evanescence, uno degli act più attesi della giornata dal pubblico meneghino.

Attesa che non si dilunga per molto. Amy Lee sale raggiante sul palco, in discreta forma, in compagnia dei "suoi" Evanescence. L’accoglienza è molto calda, tanto che la calca si fa pressante non solo nelle prime file: un ottimo risultato vista l’affluenza fin qui moderata. A quanto pare l’appeal della band Little Rock non ha perso un centesimo dello smalto degli inizi. Buon per loro. Il set prende il via con l’ultimo singolo, “What you want”, estratto dall’omonimo album, recentemente pubblicato. Amy Lee ha carisma e sa come gestire “emotivamente” un live degli Evanescence, cosa che la rende particolarmente amata dalle fan più accanite: è incredibile vedere come nelle prime file le ragazze sciolte in lacrime siano un bel numero. Il set fila sostanzialemente liscio, cavalcando l’onda di una malinconia metal che ben s’intona con i fulmini che nel frattempo adornano il cielo di Rho. Tra i molti pezzi proposti la figura migliore la fanno “Going under”, “Lithium” e “My heart is broken” accompagnare da una enfatica intro di piano, talmente sentita da portare alle lacrime Amy Lee Stessa. E di nuovo vien da  dire “buon per lei”. Bene anche “The other side”, “Weight of the world”, “Made of stone”, “Lost in paradise” e “Sick”, chiamate a costituire l’ossatura principale del set. Set della durata totale di un’ora circa, che si avvia alla conclusione mettendo sul piatto i pezzi più adatti a chiudere la performance in crescendo. Ecco che “Call me when you’re sober”, “Imaginary” e il pezzo che più di tutti rappresenta gli Evanescence agli occhi del grande pubblico, “Bring me to life”, mandano tutti nel backstage con moderata soddisfazione: quella degli Evanescence stessi, accolti nuovamente con (fin troppo) calore nel Bel Paese, e quella del pubblico, particolarmente entusiasta del live appena concluso. Con gli Evanescence s’interrompe il filotto rock metal che ha caratterizzato il palinsesto pomeridiano del Jammin’ Festival. Da qui in poi è tempo di aprire le danze.

Con i Chase & Status infatti, l’Heineken Jammin’ Festival si trasforma definitivamente in un maxi rave. Poco da dire per quanto riguarda la parte sonora: dubstep ben suonata, vocalisti di prim’ordine, grande impatto grazie anche all’inserimento della batteria live, una vera arma in più. Le casse pompano a pieno regime e l’onda d’urto si propaga massiccia fino agli angoli più remoti dell’Arena Concerti. Molto interessanti invece i visual, perfettamente integrati nel mood del set e particolarmente curati; dettaglio assolutamente non trascurabile per live act di questo genere. I Chase & Status sul palco sono due entità perfettamente distinguibili benché in perfetta sinergia. Le consolle diventano così i due ponti di comando effettivi da cui gestire l’intero dance floor. Il duo inglese poi, sembra trovarsi particolarmente bene in situazioni logistiche di questo tipo: tanta gente sottopalco, cielo coperto e un accenno di pioggia. Inaspettate le cover versione dubstep di “Killing in the name of” dei Rage Against The Machine, l’intro di “Welcome to the jungle” (a quanto pare i Guns sono la band preferita in quanto a cover in questo festival) e l’omaggio ai Red Hot Chili Peppers, headliner della prima giornata, con lo snippet di “Give it away”. Per il resto coinvolgenti “Let you go” e l’opening track “No problem”, impreziosita dall’incredibile visual tratto dal video ufficiale, uno stregone africano con viso e capelli tinti di bianco in netto contrasto con la cupezza del palco.  Questi i Chase & Status, un corposo antipasto di quella che si prospetta una serata movimentata.

Serata bruscamente interrotta dall’arrivo di un acquazzone in piena regola durante il cambio palco che precede l’arrivo degli headliner. Evidentemente il brutto tempo sembra non voler abbandonare l’Heineken nonostante il cambio di location. Ecco che quindi l’inizio dei Prodigy è battezzato da una pioggia costante che rende l’atmosfera ancora più caratteristica di quanto la situazione già non sia. Fumo, pioggia, luci sparate rosso fuoco: il colpo d’occhio è notevole e il palco arriva ad assomigliare veramente alla bocca dell’inferno. Condizioni al limite che rendono il set dei Prodigy un’esperienza estrema in tutti i sensi, sia da un punto di vista musicale che ambientale. Un’ora e mezza per la band di Braintree, ormai abituata a calcare palchi di questo genere dal lontano 1990. Una “maturità” che si traduce in un set adrenalinico, tecnicamente impeccabile e dal forte impatto visivo e sonoro. Nessuna sbavatura: i Prodigy versione live sono una macchina da guerra perfettamente rodata, con due veterani della scena big beat come Maxime e Flinth fissi saldamente in cabina di pilotaggio. Molto ben bilanciata poi la setlist scelta, studiata per tirare il motore al massimo per l’intera durata dello show senza rischiare cali di sorta: travolgente l’attacco con “Worlds on fire” e “Breathe”, un gancio destro spacca platea sferrato con estrema violenza su un pubblico ormai bagnato fino all’osso. “Jetfighter”, “Omen”, “Poison” e “Thunda dub” rincarano la dose mettendo in risalto il gran lavoro fatto da Liam Howlett in consolle: la gente balla nonostante tutto, nonostante il freddo pungente (fa strano dirlo dopo una giornata come ieri e le premesse della mattinata) e la ressa che non accenna a mollare il colpo. “Dogbite”, “Voodoo” e uno dei pezzi più attesi in assoluto, “Firestarter” aprono alla seconda parte del main set, mantenendo sempre costante il livello dei beat. Arrivano poi a raffica “Run”, “Spitfire / Spitfast”, “Omen reprise” e, senza il minimo accenno ad una pausa, la titletrack dell’ultimo lavoro in studio, “Invaders must die”, in assoluto tra i pezzi più acclamati. Poker questo che anticipa la doppietta conclusiva: “Diesel power” e la vera punta di diamante del live, una “Smack my bitch up” infuocata, mettono la parola fine alle operazioni. La trafila dell’encore porta via solo pochi minuti, il discorso interrotto pochi minuti prima viene immediatamente ripreso con “Take me to the hospital”, più che un titolo un vero e proprio tormentone, riportato persino sul dorso della consolle di Howlett e inquadrato ripetutamente dalle telecamere collegate ai maxischermi. Quando si dice “prevenire è meglio che curare". “Awol” e “Their law” infine, sono il congedo catartico che “lentamente” fa scivolare la serata verso il dj set dei Gorillaz, per l’occasione ribattezzati Gorillaz Sound System. In sintesi: far ballare ottomila persone sotto la pioggia non è da tutti. Se c’era una band in grado di riuscirci, questi sono i Prodigy. Non una data memorabile per chissà quale motivo scenico. La pioggia però ha contribuito a creare un’atmosfera speciale che difficilmente verrà dimenticata.

La seconda giornata del festival termina quindi con i Gorillaz sul palco, chiamati ad intrattenere i temerari pronti a ballare fino a tarda notte. Come per i Chase & Status, anche qui a farla da padrone sono i visual, studiati nel dettaglio appositamente per occasioni come queste. I Gorillaz si presentano in formazione a quattro con dj, percussioni, batteria e visual director: uno spettacolo accattivante, che chiude decisamente in bellezza un venerdì ricco di sonorità davvero differenti.

(Rossella Romano / Marco Jeannin)

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.