Concerti, Heineken Jammin' Festival 2012: il report di sabato 7 luglio

Concerti, Heineken Jammin' Festival 2012: il report di sabato 7 luglio

Terzo e ultimo giorno dell’Heineken Jammin’ Festival 2012, e relativa ultima tornata di band vincitrici del contest. A questo giro tocca agli All About Kane e ai Birds Vs. Planes aprire le danze di quella che ha tutta l’aria di essere la giornata più intrigante della kermesse. Gli All About Kane sono, per così dire, una “vecchia conoscenza” di Rockol. Li stiamo seguendo da vicino, in modo particolare in queste settimane vista la loro partecipazione come guest star al Sisley Independent Tour. La band biellese conferma anche sul palco del Jammin’ quando di buono fatto sentire fino ad oggi, e parliamo di un indie rock abbondantemente pop, cantabile e dal piglio fortemente radiofonico; un mix che ricorda da vicino Coldplay e U2. Per dirne una: “Independent lights”, il nuovo singolo, è il pezzo giusto nel posto giusto, e la platea sembra apprezzare. Il nostro invito è di continuare a seguirli nelle prossime tappe del tour, ma soprattutto su Rockol. Invito valido anche per la seconda delle band vincitrici del contest, i Birds vs Planes. Qui però il discorso da fare è leggermente diverso, vista la provenienza del quintetto, la Scozia. Band indie rock e post punk in puro stile anglosassone (completi neri e Ray-Ban da sole), i Birds vs Planes sfruttano in toto i venti minuti a loro disposizione con un set convincente, guidato dall’affascinante vocalist, Jenny, particolarmente apprezzata dai fotografi. Il più classico dei trampolini di lancio: bene hanno fatto a iscriversi al contest, e non ci sarà da stupirsi se ne sentiremo ancora parlare. Ottime aperture dunque, probabilmente le migliori viste al Festival.

La palla passa poi al primo act della giornata, Lorenzo Cilebrini in arte Il Cile, aretino trentenne noto ai più per il singolo “Cemento armato”. Venti minuti per lui da giocarsi nei limiti di un pop rock molto ordinario, cantautorato italiano senza troppe pretese, anche qui dal forte piglio radiofonico. Lorenzo sale sul palco poco dopo le quattro accompagnato dalla backing band, proponendo cinque pezzi tra cui ovviamente il già citato “Cemento armato”, il nuovo singolo “Il mio incantesimo”, l’opening “Tu che avrai di più”, l’impegnata “Siamo morti a vent’anni” e la conclusiva “La lametta”. Un set senza infamia e senza lode, utile più che altro a farsi conoscere anche ad un pubblico non troppo avvezzo con il genere e che, aggiungiamo noi, probabilmente non lo sarà mai. Tentare comunque, non nuoce di certo.

Il cambio palco porta on stage i Parlotones, band sudafricana (la seconda del festival dopo lo show di ieri dei Seether) di lungo corso, celebre oltre che per la musica, per il make up in stile Arancia Meccanica (però da entrambi i lati) del frontman Kahn Morbee. I Parlotones propugnano delle indie rock venato di new wave e dal retrogusto tendenzialmente pop - la somiglianza con i Killers e Kaiser Chiefs, dal vivo è fin troppo evidente - che il quartetto, in attività dal 1998, ormai sa gestire alla perfezione. Il set dunque viene portato avanti con l’abilità e l’esperienza dei mestieranti (nel senso nobile del termine), tecnicamente senza sbavature, ma inevitabilmente privo di qualsiasi picco emotivo. E’ comunque una finestra pomeridiana di quaranta minuti all’interno di un festival, ergo a band di questo tipo di più non si può certo chiedere. I Parlotones sembrano comunque essere particolarmente felici di potersi esibire per il pubblico italiano e tanto basta a chiudere la pratica con discreto successo.

Messi in archivio i Parlotones, l’Heineken si prepara ad accogliere la tripletta più succosa in cartellone. In quanto ad affluenza l’Arena va lentamente riempiendosi in modo particolare di reduci dell’età d’oro della cosiddetta “musica dark”. Alle classiche pettinature cotonate, alle calze a rete strappate e agli anfibi slacciati, si sommano i “soliti” personaggi da festival, gente che non vede l’ora di potersi sfoggiare anche solo per il gusto di guadagnarsi un pomeriggio di celebrità. Spuntano quindi giovani donne in abito da sposa, mamme travestite da bamboline emo, e qualche temerario ricoperto di pelle da cima a fondo, il tutto nonostante la temperatura sia tutt’altro che piacevole. Che dire, il mondo è bello perché è vario.

Ore diciotto, tocca ai Crystal Castles: Ethan Kath (producer) e Alice Glass (voce) salgono su un palco volutamente disadorno senza proferire parola alcuna. Nessuna scenografia, monitor spenti, e solamente batteria e postazione synth a fare da cornice. Il set proposto è molto tirato, screamo elettronica ai limiti della techno, pompata a tutto volume dalle potenti casse del Jammin’. Uno spettacolo hardcore in senso stretto, che conferma i Castles come uno degli act più validi del Festival. Fa molto caldo, il sole batte e lo sporadico vento che soffia su Rho non basta a lenire le fatiche di una giornata come questa. C’è però di che essere soddisfatti. La setlist scelta va a pescare dai due album fino ad oggi pubblicati, gli omonimi “Crystal Castles” del 2008 e del 2010: “Plauge”, “Baptism”, “Courtship dating”, “Crimewave”, “Air war”, “Alice practice”, “Black panther”, “Celestica”, “Suffocation”, “I am made of chaik” e infine la celebre “Not in love” su cui qualcuno dei fan più fedeli avrà fatto sicuramente più di un pensiero vista la presenza di Robert Smith nel pezzo originale. Purtroppo Robert non si è fatto vedere, ma questo non toglie ai Crystal Castles il merito di aver messo in piedi uno spettacolo viscerale, cupo e meravigliosamente algido. Talmente algido da rischiare addirittura di sembrare fuori luogo in un contesto solare come questo. Non importa che Alice Glass si butti in platea al secondo pezzo, non conta quanto dimostri di sentire viva l’emozione del palco. Conta la rabbia con cui questa esce, contano i beat. Questa è la vera forza del duo canadese, e a modo loro la vera bellezza. Con due mostri sacri come New Order e Cure alle calcagna poi, dare tutto fino in fondo era il minimo, quantomeno per non sfigurare.

Capitolo New Order. Per molti un passaggio esistenziale. Enorme la voglia di poter finalmente assistere allo spettacolo di una band di questo livello, di questa portata e dal retaggio incalcolabile: i New Order, prima Joy Division. Tante aspettative dunque, per quello che può tranquillamente essere considerato uno degli eventi principali di questo festival. New Order che si presentano in formazione a cinque con Bernard Sumner, Stephen Morris, Gillian Gilbert, Phil Cunningham, e il bassista Tom Chapman (ex Bad Lieutenant) chiamato a prendere il posto di Peter Hook. Un’ora e dieci il tempo al loro disposizione, un’ora e dieci piena di emozioni, ricordi e all’insegna di un sound seminale che, sinceramente, ci è davvero mancato per troppo tempo. “Elegia”, “Crystal”, “Regret”, “Isolation” seguita a ruota da “Ceremony” (pezzo tutt’oggi incredibile), “Bizarre love triangle”, “True faith”, “586”, “The perfect kiss”, “Blue monday” (vedi sopra), “Temptation” e l’imprescindibile “Love will tear us apart” sono il bagaglio a mano dei New Order all’HJF. Pezzi di un’altra categoria per una band di un’altra categoria: senza offesa, ma la differenza rispetto a quanto sentito fino a qui è più che evidente. Differenza che però Sumner (voce meravigliosa la sua) non vuole sottolineare, mantenendosi piuttosto di basso profilo, ringraziando quasi come un novellino e incitando la folla a battere le mani a più riprese. E se a questo punto vi state chiedendo cosa fa la differenza tra un buon gruppo e un grande gruppo, beh, sono proprio questo genere di dettagli; la sensazione di avere davanti qualcuno conscio di essere un pezzo di storia vivente, che però non te lo fa pesare. Sentire poi risuonare inni come “Ceremony” e “Blue monday” cantati e vissuti in totale pienezza da una platea distante generazioni, sinceramente non ha prezzo. Non ce ne voglia Hooky, ma se c’è qualcuno degno di portare avanti il nome dei compianti Joy Division, questo qualcuno sono i New Order. Una band da cui nemmeno tutto l’amore del mondo sarà in grado si separarci.

Sentimenti, sensazioni simili a quelle che anticipano l’esibizione dei Cure. Per loro sono tre le ore di concerto, trentaquattro i pezzi per una scaletta pressoché perfetta. Robert Smith e compagni guadagnano il palco dell’Heineken intorno alle nove e mezzo, poche le parole spese, e quasi sempre incomprensibili: a prima vista comunque Robert sembra in ottima forma e soprattutto di buono, buonissimo umore. Sulla sua chitarra campeggia un adesivo con scritto “citizens not subjects”, il rossetto è rosso vivo, i capelli come sempre sparpagliati. Il logo The Cure impresso sulla grancassa richiama contemporaneamente i periodi “Faith” e “Wish”, giusto per celebrare i vent’anni dall’uscita di quest’ultimo. Finezza che da la misura di quello che sarà lo spettacolo vero e proprio, o meglio, permette all’immaginazione di correre, cercando di aiutarci a prevedere la scaletta. L’attacco è micidiale: “Plainsong”, “Picture of you”, “Lullaby”, “High” e “The end of the world”. Impossibile chiedere di più, impossibile chiedere di meglio. Robert gigioneggia, oscilla sul palco in balia di chissà quali onde mentre la sua voce arriva pulita, cristallina e sofferta come raramente c’era capitato di sentire; per lui gli anni evidentemente vanno al contrario. “Lovesong”, “Sleep when I’m dead”, “Push”, “In between days” e l’acclamatissima “Just like heaven” portano avanti lo spettacolo mantenendo il livello qualitativo costantemente altissimo. Nessun visual, niente scenografia se non il tradizionale gioco di luci volto a creare suggestivi effetti cromatici in combutta con la massiccia quantità di fumo sparata dai lati del palco. Superata la prima tranche di pezzi, arrivano in sequenza “The edge of the deep green sea”, “The hunghry ghost”, “Play for today” e “A forest”: i Cure sono in formissima, vogliono suonare e spremere ogni pezzo fino in fondo prima di tirare giustamente il fiato. “Primary”, “The walk”, “Friday I’m in love” (cantata veramente da tutti, grandi e piccini), la stupenda e sottovalutata “Doing the unstuck”, “Trust”, “Want”, e una tiratissima “Wrong number” (con Robert in grande spolvero) vanno a costituire la spina dorsale del set. La fine arriva però con “One hundred years” e “Disintegration” che chiudono la prima parte dopo due ore e dieci condotta senza la minima interruzione. C’è di che essere contenti, soprattutto del modo in cui i Cure hanno dimostrato di esserci sul palco. E non mi riferisco all’abilità nel riproporre grandissimi pezzi suonandoli alla perfezione, ma soprattutto al modo, all’interpretazione, al coinvolgimento. Nessuno si sarebbe aspettato di vedere Robert Smith ballare con il sorriso stampato in faccia, eppure è successo, credeteci. Tornando invece alla cronaca del concerto, il breve encore restituisce la band quasi immediatamente: “Shake dog shake”, “Bananafishbones” e un’inattesa “The top” fungono da vera e propria camera di decompressione, intermezzo tra la prima corposa parte, e l’altrettanto nutrito finale. “Dressing up”, “The lovecats”, “The caterpillar”, “Close to me”, “Just one kiss”, “Let’s go to bed”, “Why can’t I be you” e l’immancabile “Boys don’t cry” mettono quindi la parola fine al set. Una conclusione in crescendo per un finale emozionante. Poche chiacchiere: i Cure visti a Milano hanno dimostrato di essere una band superiore sotto tutti i punti di vista. Punto. Nient’altro da aggiungere, se non che è stato davvero un gran piacere, dell’incredibile durata di tre ore.

I Cure, seguiti dall’adrenalinico ma trascurabile dj set di Audrey Napoleon, chiudono ufficialmente l’Heineken Jammin’ Festival. Finale migliore non potevamo davvero augurarci.

(Marco Jeannin)

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