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NEWS   |   Italia / 29/06/2012

The Observer 2012: l'intervista ai Foxhound

The Observer 2012: l'intervista ai Foxhound

La settima scorsa abbiamo recensito il loro disco d’esordio, “Concordia”. Oggi, per chiudere lo spazio a loro dedicato nella nostra rubrica The Observer, abbiamo contattato i torinesi Foxhound per fare quattro chiacchiere e conoscerli un po’ più da vicino: “Avete presente quando raccontano ai bambini che nascono da sotto i cavoli o che li ha portati in dono la cicogna? Ecco noi siamo nati più o meno così. Fratelli e cugini innamorati un giorno decidono di fare musica, spinti forse da una condizione di vita un po’ alienata: smontare chitarre, feedback, rumore, cose così. Poi capiscono che fare musica significa anche praticare un mestiere, ed è un’operazione ordinata nel suo caos creativo. Quindi prendono la chitarra dalla parte opposta, e giungono fino ai giorni nostri”.
Il passo successivo diventa poi mettersi ad un tavolo e iniziare a scrivere pezzi, magari prendendo spunto da qualche grande del passato: “All'inizio non parlavamo di influenze. Copiavamo qualche cosa, ma suonare era molto più istintivo, una fuoriuscita di generosa fertilità rimasta troppo a lungo a giacere nel sottoscala. Semplicemente suonavamo quello che riuscivamo a suonare e ci mettevamo dentro tutta l'energia possibile. Eravamo molto più arroganti e irrispettosi. Poi abbiamo coniugato conoscenze e intenzioni in un’unica formula, che è il disco. In ogni caso le influenze e gli ascolti che ognuno di noi ha incidono sul suono del gruppo. La bravura sta proprio nel coglierne gli aspetti funzionali alle proprie esigenze, saper tradurre gli elementi che più ti colpiscono nel linguaggio personale della propria creazione”.
Esigenze che si sono tradotte in un forte bisogno di indipendenza, vista anche la giovane età dei quattro ragazzi di Torino: “L'indipendenza e la musica per noi sono due aspetti che vanno di pari passo, nel senso che fare musica come attività è propriamente un atto di indipendenza: uno spazio senza vincoli in cui dire e fare ciò che si crede più opportuno. In musica non c’è niente di giusto o sbagliato, ma si può sempre imparare. Se invece si parla d’indipendenza come fenomeno di scena in senso prettamente musicale, possiamo dire che a noi non interessa essere indipendenti nel senso di 'indie' e derivati. Il fatto è che noi suoniamo quello che ci piace, e in massima parte la nostra musica al momento rientra sotto la macro categoria di 'indie', ma questo non vuol dire nulla, tranne che non sei Madonna. Se anzi si vuole dare un nome alla nostra musica preferiamo di gran lunga che si dica che è pop piuttosto che indie. A noi non interessa essere un gruppo di nicchia per poi poter dire 'siamo indie'. Ci interessa fare buona musica, e renderla accessibile a più persone possibili al momento giusto, per trasmettere un messaggio di vita che non conosciamo ancora, ma che quando diventerà tangibile potrà essere chiamato ‘arte’”. “Concordia” è il loro primo album, nove tracce cantate completamente in inglese, racchiuse però sotto un titolo italiano; un interessante contrasto esotico di idiomi: “A giudizio di Brian Eno l’esotico è l’ingrediente fondamentale nel suono di strumenti e parole, e quindi all’interno dell’immaginario complessivo. Noi ovviamente seguiamo le sue ‘strategie oblique’, che insegnano molto (la biografia scritta da David Sheppard, ‘On Some Faraway Beach’, edizioni Arcana, è una vera e propria bibbia). A livello sonoro vogliamo crescere molto sotto questo aspetto. Inoltre la parola ‘concordia’ è rassicurante, leggera ma elegante e decisamente bella da vedere. Però imitando John Lennon abbiamo riportato fatti di cronaca e attualità all’interno del nostro lavoro. E non solo perché è una bella parola, ma anche perché siamo un po’ stufi di tutto quanto intorno a noi. Quindi suoniamo, come hanno sempre fatto tutti.
“Concordia” è un disco indie rock, eppure è ascoltabile a vari livelli. Basta ascoltare poi un pezzo come “I beat that bitch with her bats” per capire quanto effettivamente le etichette stiano molto strette ai Foxhound: “Come detto prima non ci interessa rientrare all'interno di un genere. Però la critica musicale esiste proprio per dare direzioni agli ascoltatori e ai musicisti, per rendere più ordinato il sovrappeso musicale di cui siamo tutti vittime. In fase di scrittura e di arrangiamento abbiamo lavorato con impegno per dare una forma coerente ai pezzi singoli e un’idea di continuità all’elaborato del suo insieme. Ma non ci siamo prefissi l'obiettivo del 'deve suonare come questo' o 'deve suonare come l'altro'. Le influenze e gli spunti sono stati diversissimi. Detto questo è un disco riassuntivo della scena inglese degli ultimi dieci anni, difatti ci hanno rimandato a Franz Ferdinand, Arctic Monkeys, Kaiser Chiefs, Kasabian.. da questo porto salpiamo alla volta di nuovi lidi. Perché Albione ci sta un po’ stretta”.




Tante influenze dunque, eppure il disco gode di una certa solidità e coerenza in quanto a songwriting: “Non abbiamo un metodo unico per scrivere, e forse dobbiamo ancora trovarne uno che funzioni al meglio. Sono processi che si capiscono col tempo. Esistono comunque delle parti: chi butta le prime idee, chi le riordina, chi snellisce, chi destabilizza. E non sempre sono le stesse persone a ricoprire lo stesso ruolo. Crediamo molto nella forza degli opposti. Dunque se tu scrivi, io cancello, e via dicendo”.
Fin dalla loro bio i Foxhound si presentano come quattro musicisti stranieri con cittadinanza italiana. Sono loro stessi a spiegarci il perché: “La tensione verso l'estero non è una questione di amore o d’invidia, ma una mera constatazione dei fatti. Il vero problema è il pubblico: c’è una mancanza riguardo l’educazione alla musica e allo spettacolo. All’estero si trovano soldi per fare decine di festival, di cui alcuni da centinaia di migliaia di persone, per un motivo molto banale: la gente effettivamente va ai festival, compra i biglietti, pianta le tende, beve le birre, e ascolta la musica dal vivo. In Italia questo non accadrebbe, anche se venissero i migliori gruppi di sempre, perché non c’è interesse e le passioni sono altre. La ragione però è anche un’altra: noi italiani siamo fedelissimi al GRANDE. Esiste il GRANDE gruppo o il GRANDE cantautore, e le persone seguono quello, perché solo quello può esprimere qualcosa, per lui. Le motivazioni sono infinite e potremmo parlarne per ore. Detto questo non dimentichiamoci che il nostro paese ha affrontato un passato molto burrascoso, il quale si attua in problematiche del presente che molti paesi non hanno. E ciò determina una situazione generale molto diversa rispetta ad altre. Ma non è detto che ciò sia necessariamente un male: si può andare e tornare. Noi, ventenni, che dobbiamo farci le ossa per quanto pulcini agguerriti, desideriamo scoprire cosa c’è fuori. Per cantare in italiano dovremmo chiamarci ‘Volpesegugio’. Al momento non ci pensiamo come gruppo”.
Tendenze esterofile che però non possono rimpiazzare l’amore per la città natale, Torino: “Torino è un porto fantastico, avesse il mare sarebbe perfetta. E’ a misura d’uomo, non troppo grande ma spaziosa. Musicalmente è attiva, e lo sta facendo sentire. Noi facciamo parte di un collettivo di gruppi (oltre noi Dropp, Garden Of Alibis, Grey Moquettes, Joybeat, Maniaxxx) che si chiama WOODU. Insieme ad AncheNo, la struttura che ci ha scoperti e con cui collaboriamo, stiamo progettando lavori futuri e presenti, al fine di portare fuori da Torino ciò che sta nascendo. Esistono molte realtà, ma essendo uno spazio delimitato, in cui le persone interessate alla musica sono più o meno sempre le stesse si finisce per darsi contro. E questo non conviene a nessuno. C’è tanto fermento, ma bisogna ancora capire dove indirizzarlo, e quale sia il modo migliore. Però bisogna passarci da Torino, o starci per un po’. E’ tutta da scoprire, essendo molto timida”.
E se Torino è una città da scoprire, i Foxhoud sono la “Torino” della musica. Un buon modo per conoscerli sarà vederli in azione dal vivo: “Un ragazzo che conosciamo ormai da diversi anni, musicista e dj, che ha portato a Torino alcuni tra i nomi più interessanti fra quelli passati nella nostra città, ci diceva sempre che un concerto non deve durare più di 17 minuti, e che quei 17 minuti devono essere una bomba, la cui eco deve rimbalzare per un mese intero nella testa di chi ti ha ascoltato. Non sappiamo se la nostra musica abbia mai tormentato per un mese chi viene a sentirci, però meglio suonare poco e bene che annoiare”.

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