Peter Cincotti: 'Il mio nuovo disco comincia nel futuro e finisce nel passato'

Peter Cincotti: 'Il mio nuovo disco comincia nel futuro e finisce nel passato'

Evoluzione, non rivoluzione. Peter Cincotti, cantante, pianista e songwriter di chiare origini italiane ma newyorkese fino al midollo ("amo viaggiare, vengo spesso a suonare in  Italia ma credo che a New York ci resterò per sempre") descrive così il balzo compiuto con "Metropolis", disco pop con venature elettroniche e apparentemente molto distante dallo stile da crooner jazz grazie al quale il ventottenne musicista  nordamericano cresciuto nel mito di Frank Sinatra si è fatto conoscere dal grande pubblico. Il diretto interessato non concorda: "Io ci scorgo delle analogie", racconta a Rockol. "In fondo tutto risale ancora alle mie radici, alle mie basi jazz. Anche se, lo ammetto, stavolta quelle tracce sono quasi impossibili da identificare. 'Metropolis', per me, è semplicemente un altro disco.  Il tempo passa, e ogni volta che vado in  studio di registrazione voglio scrivere ed esprimere qualcosa di diverso. Fare musica, per me, è come camminare, e questo è solo un altro passo avanti. Non c'è niente di preconcetto, anche se le scelte produttive sono state dettate da ciò che le canzoni sembravano  richiedere. I suoni sono diversi, ma  dal punto di vista della scrittura questo disco mi sembra molto vicino al precedente, 'East of angel town'. Come un secondo capitolo con cui riprendere il filo del racconto dal punto in cui si era concluso. Ho solo cercato di inserire quello stile in un contesto nuovo e più moderno, e di qui nasce la scelta condivisa dell'elettronica. Volevo che i testi,  gli argomenti affrontati nelle canzoni, si riflettessero nelle atmosfere sonore del disco. E questo è uno dei motivi per cui ho voluto John Fields come produttore: lui è il tipo che all'occorrenza imbraccia la chitarra per un brano acustico, ma che sa anche trovare il tappeto sonoro più adatto a qualunque melodia. Mi ha messo di fronte un sacco di opzioni differenti,  non mi ero mai trovato davanti a tante porte aperte. John ha un istinto particolare, quasi impalpabile,  che rende molto divertente lavorare con lui. Spero di poterlo rifare in futuro.... Allo stesso tempo mi piacerebbe  tornare a collaborare anche con David Foster, il produttore dell'album precedente, perché anche con lui si era sviluppato un feeling.  Vedremo, in questo momento le mie riserve sono esaurite!".  



Sembrano molto diversi, Foster e Fields. Il primo più mainstream, il secondo più avventuroso... "Tra loro ci sono molte differenze ma anche molte similitudini. Entrambi sono grandi musicisti, capaci di suonare qualsiasi cosa. John è un polistrumentista, e in molte canzoni di questo disco ha suonato chitarre e tastiere.  Abbiamo registrato molto velocemente, pensando da subito a come sarebbe stato il prodotto finito e facendo  immediatamente scelte che normalmente si rimandano a una fase successiva: le decisioni prese in sede di missaggio, per esempio, si sono collegate alla scelta degli strumenti da usare, e questa a sua volta è stata influenzata dal modo di cantare. Fin dall'inizio è emerso un concetto di fondo cui volevamo attenerci. Siamo anche ricorsi  a una specie di outsourcing creativo: oggi, con Skype e un computer, un chitarrista  può portare contributi e e idee essenziali all'evoluzione del pezzo standosene a casa sua a Minneapolis. Tutto è successo in simultanea, in maniera completamente diversa rispetto al metodo tradizionale che prevede di registrare un giorno le parti vocali, il seguente le sezioni d'archi e così via. E' stato bello ed eccitante lavorare in questo modo, ottenere l'immagine precisa di una canzone senza quasi il tempo di accorgersene".



Una delle parziali "vittime" di questo nuovo approccio è stato  lo strumento distintivo di Cincotti, il pianoforte: "Che è, appunto, uno strumento, un mezzo di espressione. L'ho suonato in tutti i pezzi, mi sono cimentato anche al Rhodes e al Wurlitzer. Ma è vero, volevo che al centro restassero le canzoni: anche se dal vivo sarà poi possibile esplorare nuovi spazi, guardarle da angoli diversi e magari abbandonarsi a qualche assolo in più. In studio, però, il mio obiettivo era la concisione e la sintesi: in fondo non ho fatto altro che incapsulare tutte le influenze che mi hanno formato fino ad oggi".  


     
I suoni moderni di "Metropolis", ha spiegato Cincotti in precedenti interviste, sono il riflesso dell'ambientazione delle nuove canzoni: panorami urbani, non necessariamente newyorkesi. "E' così. Per me 'Metropolis' non è un disco che parla di una città specifica, piuttosto di un luogo senza nome e senza volto. Dal mio punto di vista è uno sguardo sui  tempi che stiamo vivendo, sulle rivoluzioni tecnologiche, politiche e sociali di cui siamo parte. Ma allo stesso tempo riflette  problemi senza tempo, vecchi come il mondo: la realtà messa sottosopra, il giusto che diventa sbagliato, la verità che diventa menzogna. Il disco, per me, inizia nel futuro e finisce nel passato. Anche dal punto di vista sonoro, ho cercato di rappresentare una sorta di viaggio nel tempo a ritroso".  



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Bella sfida, coi tempi che corrono: un disco pop da ascoltarsi dall'inizio alla fine. "Non posso pretendere che il pubblico assecondi i miei desideri, ognuno lo ascolti come meglio crede", sbotta Peter facendosi una risata. "Ma per me queste canzoni sono tutte intimamente collegate tra loro. Volevo realizzare un'opera coesa. Un album vero e proprio, non una raccolta di potenziali singoli. Per chi lo desidera e se la sente, consiglio di ascoltarselo tutto d'un fiato".



Cincotti l'ha scritto in parte da solo, in parte co-firmando con altri autori.  "Non ho regole a riguardo", spiega. "Mi piace scrivere da solo, la libertà di cui godi è impagabile. Ma è stato divertente anche scrivere con altri e uno degli autori,  John Bettis, aveva già lavorato con me nel disco precedente. C'entra anche la necessità di rispettare le scadenze: ci sono canzoni che da solo non sarei riuscito neanche a immaginare o a completare in tempo. E ho voluto comunque assicurarmi che tutti i testi fossero in linea con il tema di fondo del disco".



E quel ringraziamento sardonico, in fondo ai crediti, ai "robot senza visione che non vogliono più ascoltare musica suonata con strumenti o testi scanditi con rime pure"? Una frecciata ai suoi ex discografici? "No, no", se la ride Peter. "Pensavo a una tendenza generale del music business, dove sempre più persone  hanno paura di perdere il posto e non vogliono più dare spazio alla creatività. I valori in cui ho sempre creduto stanno scomparendo velocemente, e ogni volta che mi confronto con un atteggiamento di questo tipo mi viene spontaneo dire quello che penso...così ho voluto ringraziare quelle persone che indirettamente mi ispirano a fare musica. Per me la cosa importante è fare i dischi che voglio fare. E' un altro problema irrisolto,  il conflitto  tra arte e business. Denaro e creatività sono sempre entrati in rotta di collisione: per me si tratta di tracciare una linea tra quello che  è importante e quello che non lo è.  E divertirsi. Sono molto contento di questo disco ma anche del musical che verrà presentato a luglio al New York Musical Theatre Festival.  Il tutto è nato da una commedia che mia sorella Pia aveva scritto ai tempi del liceo. Mi aveva chiesto di comporre le musiche per farne un musical, ci ho lavorato quattro anni e a un certo punto mi sono ritrovato con  venti canzoni. E' stata una sorpresa anche per me, vedere questo progetto concretizzarsi e assumere una vita propria".
 

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