Grainge (Universal) al Senato Usa: 'Investiremo in una EMI autonoma'

"Siamo fermamente decisi a investire nella EMI e a tenerla in vita come impresa autonoma con cui  sviluppare un'offerta musicale  e una varietà di scelta ancora maggiore per consumatori e appassionati di musica di tutto il mondo. Le etichette della EMI ne usciranno rinvigorite e gli artisti avranno più opzioni a disposizione: il risultato sarà una accresciuta concorrenza  in un mercato sempre più dinamico".



Così Lucian Grainge, presidente  di Universal Music, ha difeso ieri il progetto di fondere le due major discografiche davanti alla sottocommissione senatoriale statunitense che ha convocato sostenitori e oppositori del merger per approfondire la questione. "Universal fornirà alla EMI la sua competenza nella distribuzione", ha spiegato Grainge ricordando che solo negli Stati Uniti la major conta 123 contratti di licenza in essere con servizi di musica digitale. "Tale competenza", ha aggiunto, "incrementerà di valore gli asset correnti e di catalogo della EMI, favorendone lo sviluppo, l'espansione e il marketing al massimo del loro potenziale".



Le sue posizioni sono state sostenute da Roger Faxon ("Ricordate, il nostro prodotto non è un semplice disco", ha detto l'amministratore delegato uscente della EMI , "ma il frutto di esseri umani che hanno bisogno di essere motivati e di sentirsi sicuri e protetti mentre perseguono una carriera estremamente rischiosa") ma anche da un operatore non direttamente interessato come Irving Azoff di Live Nation, che ha ricordato come nelle attuali condizioni di mercato "nessun artista, più o meno popolare, è più costretto a firmare un contratto con una major discografica. Le major non possono scritturare tutti gli artisti, e molti altri possono fare una scelta diversa ora che la porta è aperta".



Azoff ha anche lanciato una frecciata a uno dei più strenui oppositori della fusione, Edgar Bronfman Jr., ricordando che per tanti anni, alla guida della Warner, proprio lui aveva tentato la scalata alla EMI. Il manager canadese, dal canto suo, si è limitato a parlare di presente e futuro sostenendo che "in un mercato sempre più concentrato e in cui una società controlla essenzialmente metà delle hits e il 40 % del mercato globale le possibilità per una terza società di influenzare il corso degli eventi si riduce progressivamente". Quanto alle garanzie per gli artisti promesse da Universal, ha replicato ricordando che tutte le fusioni precedenti - Universal - PoyGram nel 1999 e Sony-BMG nel 2004, oltre alla stessa ristruturazione intrapresa da Warner - hanno avuto come effetto una drastica riduzione dei roster artistici, "tra il 30 e il 40 %".



Ricordando le variazioni ai listini introdotte dalla piattaforma digitale eMusic dopo avere firmato, nel 2010,  un contratto di licenza con Universal, Gigi Sohn dell'associazione no profit Public Knowledge ha paventato il rischio di un aumento generalizzato dei prezzi al pubblico, mentre Martin Mills (Beggars Group) ha sostenuto che una supermajor come Universal EMI si troverà per forza di cose orientata ad escludere artisti che non mostrino immediate potenzialità di ritorno dell'investimento: più pop alla Lady Gaga e Katy Perry, insomma, e meno talenti alla Adele, nata in ambito indipendente e diventata l'artista di maggior successo mondiale degli ultimi due anni.



Sull'imparzialità dei senatori della commissione (il cui parere non è comunque vincolante sulla decisione degli organi antitrust) è intanto sceso un grosso punto interrogativo: da una ricerca a cura della Sunshine Foundation risulterebbe che cinque degli otto membri della sottocommissione parlamentare abbiano ricevuto sostanziosi contributi finanziari alle loro campagne da parte tanto di Universal ed EMI quanto di Warner Music.  
 

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