Eric Clapton a Milano per presentare "The pilgrim", il suo nuovo album: pre-ascolto di cinque nuovi brani

Eric Clapton a Milano per presentare "The pilgrim", il suo nuovo album: pre-ascolto di cinque nuovi brani
"Sto molto, molto bene!", ha risposto Eric Clapton alla domanda d’approccio della conferenza stampa di presentazione del suo nuovo album, "Pilgrim", che ha avuto luogo oggi pomeriggio, 5 febbraio, all’hotel Four Seasons di Milano. E si vede: il bluesman mostra una forma smagliante ed intrattiene la stampa come solo i personaggi autentici e carismatici sanno fare (a questo proposito, vi anticipiamo che l’intervista completa con l’artista andrà in linea su Rockol il 4 marzo prossimo, due giorni prima dell’uscita dell’album in tutto il mondo).
L’evento della giornata era, comunque, l’ascolto in anteprima di parte del nuovo album, intitolato "Pilgrim", nuova fatica di Clapton dopo i fasti dell’"Unplugged" prima e di "From the cradle" poi. Il brano di apertura è "My father’s eyes", secondo pezzo di una triade composta da Clapton durante il periodo della tragica morte del figlio Conor e che include la famosissima "Tears in Heaven" e la nuova "Circus". Slowhand vuole proprio meritarsi questo soprannome: da un groove reggae, lentamente muove un’atmosfera piuttosto pop (complici i cori e gli arrangiamenti abbastanza patinati) in cui la slide guitar si alterna all’acustica con calma olimpica; Eric, alla voce, pare molto ispirato. E’ un’impressione, questa - "understatement" strumentale da un lato, grosso lavoro vocale dall’altro - che caratterizza anche "River of tears", una ballata dal suono smorzato preceduta da una lunga "intro": è, probabilmente, il pezzo più intenso dell’album, con un Clapton melanconico e commovente; siamo molto lontani dal blues e l’acustico prevale decisamente sull’elettrico.
La title track decolla su un riff di chitarra ossessivo, una base mid-tempo ed un sussurro vocale; come per il primo brano, si nota un orientamento pop (troppo pop?); se si esclude l’assolo di chitarra finale, decisamente di maniera rispetto al potenziale del vecchio Eric, resta l’eco di un sound "nero" e, a tratti, spagnoleggiante. "Circus", invece, ci consegna il Clapton più confidenziale degli ultimi tempi: lo spunto autobiografico di cui si accennava prima deve avere rappresentato per lui un’enorme ispirazione, e la ballata prende quota con i migliori arpeggi ed assoli del disco, priva degli arrangiamenti e dei coretti ridondanti, toccante nella sua semplicità.
Sotto il profilo sonoro, "Pilgrim" sembra dominato da un dualismo spiccato tra le chitarre intenzionalmente essenziali e la batteria secca e ossessiva: in questo modo Clapton gioca a tenere il ritmo basso ma alza l’intensità, in un continuo contrappunto tra la grancassa e gli arpeggi. Dobbiamo attendere "Sick and tired" per ascoltare un po’ di blues - e di grande blues si tratta: un giro completo a dodici battute prima che entri la voce, la chitarra violenta e martellante tra svisate e distorsioni, pare di essere nel club di Buddy Guy a Chicago, dove il nostro va a "defaticare" spesso e volentieri. Ottimo attacco per un pezzo strepitoso: ne vorremmo di più.
Si può giudicare Clapton in 20 minuti? Meglio di no. Per ora prendiamo atto che qualche sbandata pop è compensata da uno stato di grazia e da una forte ispirazione; Eric, tornato a comporre dopo un disco acustico ed un greatest hits di classici del blues, pare lasciare in seconda linea la magica chitarra e concede la precedenza alla voce - che, peraltro, non è niente male. Se dovessimo sintetizzare, diremmo che Slowhand è un grande crooner del 1998.
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