I 70 anni di Paul McCartney: gli auguri di Rockol

I 70 anni di Paul McCartney: gli auguri di Rockol

Ogni volta che Paul McCartney entra in un nuovo decennio della sua vita siamo tentati di fare un bilancio della sua monumentale carriera, convinti che Sir Paul abbia ormai detto (e fatto) tutto quel che doveva e poteva.
Alla successiva celebrazione (e quest’anno sono settanta primavere) ci accorgiamo che McCartney nel frattempo si è tuffato in ogni sorta di impresa.
Tra il 2002 ed oggi (oltre ad essersi sposato due volte) Paul ha prodotto nove album (due a suo nome, uno come Fireman, due dischi di musica classica, uno di cover, due live, uno di remix), due singoli (“Tropic island hum” – un top 30 in UK - e “I want to come home”) e, mal contati, una decina di tour, con circa trecento concerti. E’ stato Imperatore al Colosseo, Zar in Piazza Rossa ed è apparso come un qualsiasi busker nel negozio di dischi Amoeba a New York.
Nel frattempo, Paul sta ripubblicando la sua discografia solista ri-masterizzata; un nuovo album di inediti stenta invece ad arrivare, a ben cinque anni da “Memory almost full”.
Se la sua memoria sia “quasi piena” o se sia stato necessario liberare spazio non è dato sapere. Quel che è certo è che ormai le canzoni di McCartney sono ben impresse nella nostra, di memoria. Mentre lui, concerto dopo concerto, è lì a ricordarci che dei Beatles era il motore principale, anche la sua carriera solista (la cui eredità Paul accoglie oscillando tra pudore e clamori propagandistici) sta vivendo una specie di seconda giovinezza.
Bob Dylan ha detto di provare soggezione per lui, Bono gli ha ricordato che i giovani impazziscono per gli Wings, Lenny Kravitz ha dichiarato di ispirarsi a “McCartney” (1970) per le sue incisioni, Elvis Costello ha proposto nei suoi concerti “Let me roll it” (1973) e incensato l’oscura “Getting closer” (1979), mentre Bruce Springsteen ha fatto sapere che quella “Silly love songs” (1976) non l’aveva proprio capita quando uscì: poi ne ha compreso il messaggio, così poco sciocco, in realtà.
Già. E’ proprio il caso che lo mettiamo bene a fuoco, McCartney, prima di decretare che lo abbiamo capito. Come gli stereogrammi, quelle immagini dove per vedere ciò che vi è nascosto è necessario andare in profondità con lo sguardo. Di primo acchito, McCartney sembra facile da analizzare, da ascoltare, da cantare…

Ma è maledettamente complicato far le cose semplici come lui. E questo “artigiano del pop” non molla, sempre controcorrente (le mode non gli piacciono: le crea lui); ha inventato il Sergente Pepe e la Band dei Cuori Solitari (una specie di agenzia matrimoniale per signori di una certa età…mentre esplodeva l’Estate dell’Amore!) e ha cercato di rimettere insieme i cocci dei Beatles, mentre gli altri non vedevano l’ora di liberarsene. Quando tutto finì, cadde in depressione: l’alcool stava prendendo il sopravvento, Paul si difese con la sua barba, i suoi montoni, la sua Linda.

Lungo gli anni Settanta,  portò i suoi Wings (“E’ un gruppo concettuale”, disse beffardo John Lennon) ad incidere dischi in studi improbabili, tra avventurose gite in Africa (“Band on the run”, 1973), yacth (“London town”, 1978) e castelli medievali (“Back to the egg”, 1979). Negli anni Ottanta tornò in auge creandosi un nuovo pubblico come autore pop dal duetto facile: Bob Geldof lo volle a incorniciare il suo “Live Aid” (1985) e Paul chiuse con la “Let it be” più emblematica di sempre: il microfono era fuori uso, lui fece spallucce, andò avanti, l’audio tornò e fu un trionfo . Negli anni Novanta si riprese le scene dopo una lunga sosta riappropriandosi del mito dei Beatles. Anno dopo anno, disco dopo disco, ha esplorato tutti i generi musicali: funky, classica, dance, disco, ambient, musica elettronica, vaudeville, jazz, music hall, canzoni per bambini.
E’ vivo e vegeto, ma ci ha già lasciato la sua eredità. In tempi di crisi, Paul ci fa tutti un po’ più ricchi.

(Luca Perasi)

Luca Perasi è autore di “Paul McCartney: recording sessions (1969-2011)” (http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=738561)

 

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