Ed Stasium racconta il disco postumo di Joey Ramone: 'Sincero e toccante'

Produttore, tecnico del suono e musicista a fianco di gente come Talking Heads, Smithereens, Mick Jagger, Soul Asylum, Long Ryders, Julian Cope e Living Colour, Ed Stasium è celebre soprattutto per la sua stretta associazione con i Ramones, con cui cominciò a collaborare ai tempi di "Leave home" (1977), producendo l'anno dopo "Road to ruin" e restando al loro fianco fino ai primi anni '90. A lui il fratello di Joey Ramone, Mickey Leigh, si è rivolto per assemblare  "...Ya know?", disco postumo che a undici anni dalla morte del cantante (vero nome Jeffry Ross Hyman) ha reso pubblici provini inediti incisi tra il 1977 e il 1991, arrangiati e rielaborati con il contributo vocale e strumentale di Richie Stotts, Bun E. Carlos (Cheap Trick), Steve Van Zandt (Little Steven), Joan Jett, Steve Jordan, Richie Ramone, Handsome Dick Manitoba, Andy Shernoff , J.P. "Thunderbolt" Patterson (tutti e tre membri dei Dictators) e molti altri.  


Nelle note di copertina Leigh racconta di un  tiro alla fune durato otto anni con Daniel Rey, ex produttore dei Ramones in possesso di molti di quei nastri, e del tuo ruolo fondamentale nel risolvere la questione...


Mi è capitato spesso, in vita mia, di fare il diplomatico.

  Conosco Daniel dai tempi in cui suonava in una band chiamata Shrapnel. Sarà stato il '76 o il '77, non ricordo bene.  Poi, ovviamente, ho continuato a frequentarlo quando produceva dischi per i Ramones, scrivendo canzoni insieme a Joey e a Dee Dee. In qualche modo era entrato anche lui a far parte della famiglia: se io ero considerato il quinto Ramone, lui era il quinto e mezzo.Non so spiegare i motivi per cui non volesse cedere quelle registrazioni agli eredi di Joey. Siccome siamo amici è toccato a me parlargli e negoziare un contratto con lui. Alla fine ha accettato di cedermi i nastri affinché fossi io ad occuparmi della produzione. E' bastata una conversazione amichevole per risolvere la questione.


Eri a conoscenza di quei demo?


No, non ne sapevo nulla. Almeno fino a quando, nel 2006, Mickey mi propose di lavorare sul progetto. Ci sono voluti altri tre anni prima di riuscire a mettere mano sui nastri.


Come suonavano?


Come dei provini: la voce di Joey, una chitarra, un basso e una drum machine, nesssuna batteria vera. Molto elementari, molto grezzi, anche se su qualche brano c'erano tre diverse tracce vocali incise da Joey. Daniel ci aveva fatto alcune sovraincisioni, le abbiamo eliminate per lavorare sui demo originali.  


Un lavoro complicato?


Ci ho messo tre anni, anche se non a tempo pieno. Ho convertito i nastri in formato digitale e li ho inseriti nel ProTools.  Molte di quelle canzoni erano state incise su un portastudio, un registratore a cassette Fostex a quattro piste: e i  nastri meccanici sono sempre soggetti a oscillazioni anche impercettibili di velocità. Si verifica sempre una sorta di phasing, una variazione, anche se utilizzi un nastro da due pollici su un apparecchio a 24 piste come abbiamo fatto noi.  Ho passato in rassegna tutte le tracce usando una funzione del ProTools che si chiama Identify Bit, marcando i pezzi battuta per battuta. E' un lavoro meticoloso e a volte terribilmente noioso ma ho dovuto farlo: tutto da solo, perché non ho un assistente. A volte ci sono voluti dei giorni, una cosa da perderci la testa. Lo scopo era di creare una griglia che consentisse di estrapolare le parti vocali da differenti sezioni della canzone e spostarle virtualmente da un segmento all'altro. Se per esempio c'erano tre ritornelli in una canzone, tramite questa griglia potevo copiare la voce di Joey ed effettuare un lavoro di taglia e incolla. E' una cosa che faccio da decenni, trent'anni fa era usuale registrare cinque o sei takes di una parte vocale e poi passare un giorno o due a lavorare sull'editing dei nastri.


Cosa volevi ottenere, dal punto di vista musicale?  


Ho cercato di immaginare quello che sarebbe piaciuto a Joey. Nei demo, ad esempio, i ritmi di batteria non erano sempre quelli classici dei Ramones. In alcuni casi ho prodotto dei sample, dei groove che mi sembravano più adatti ai brani. Mi servivano come indicazione di ciò che in studio avrebbero dovuto suonare i batteristi. Ma nel disco abbiamo lasciato anche molte delle parti che avevo suonato io, soprattutto alla chitarra e al basso.


Nella ballata "Waiting for the railroad" suoni anche una fisarmonica..


Già, me l'ha regalata mia moglie per Natale un paio di anni fa.  Mi piace suonarla, perché è uno strumento dal suono molto malinconico. Quello è forse il pezzo più particolare del disco, ma non parlerei di sorpresa: Joey era in costante crescita, un songwriter in piena maturazione. Stava allargando il suo raggio d'azione, e queste canzoni riflettono questa sua evoluzione.


In studio sono accorsi un sacco di suoi amici...


Quando ci siamo ritrovati a registrare a New York, un paio di anni fa, abbiamo chiamato un sacco di gente che frequentava Joey e che lo aveva conosciuto ai tempi del CBGB. Al Maddy era un suo amico, e così Holly Beth Vincent, Genya Ravan, Steve Van Zandt e Andy Shernoff, che con Joey aveva anche scritto delle canzoni.  Abbiamo raggiunto la combinazione ideale di persone, e non c'è stato nessun problema. Tutti quelli che abbiamo chiamato hanno risposto all'appello con entusiasmo. Tutto facile, e naturale.


"New York City" è un peana alla Big Apple.  


Joey adorava viverci, a NYC, e quella canzone è il suo omaggio alla città. Frequentava tutti i club che cita nella canzone e che sono stati chiusi tra la fine degli anni '80 e i primi '90. Era facile incontrarlo,  se andavi al Ritz o al Cat Club a vedere un'altra band stai sicuro che lui era lì. Nei primi anni '80, prima di trasferirmi a Los Angeles,  anch'io vivevo ancora a New York  e lo incontravo spesso.


Cosa rammenti del vostro primo incontro?


Parliamo dei tempi delle registrazioni del secondo album dei Ramones, "Leave home". Li ricordo come quattro personalità forti e distinte... Joey ti colpiva subito per la statura e quella sua aria un po' goffa. Ma quando cominciava a cantare restavi stupefatto dalla quella voce. Mi ha sempre impressionato la sua grande abilità nel sovrainciderla: non doveva neanche starci a pensare, si metteva al microfono e tirava fuori due parti vocali indistinguibili, con lo stesso identico fraseggio. E' un po' come ascoltare i primi album dei Beatles, con le sovraincisioni vocali di Lennon e McCartney. Joey aveva la stessa loro capacità, un talento incredibile.


Che ricordo hai di lui, come persona?  


Era amico di tutti, non credo ci fosse qualcuno che gli stesse  sulle scatole. Per me è stato un grande amico, anche dopo che mi trasferii in California non perdeva occasione di venirmi a trovare a casa mia, a Sherman Oaks. Andavamo per locali o ci mettevamo ad ascoltare qualche bootleg dei Beatles. Oppure ce ne stavamo ad oziare in giardino mangiucchiando qualcosa a bordo piscina. Era una delle persone più dolci che abbia mai incontrato. Mi manca moltissimo, e credo che questo disco serva anche a farne sentire la presenza tra di noi.


Nella sua introduzione al disco, Steve Van Zandt ricorda che i Ramones erano un gruppo con cui era facile identificarsi, un simbolo di rivalsa per i cosiddetti "sfigati"...


Concordo. I Ramones piombarono sulla scena ai tempi del progressive, mentre impazzava il soft rock di Eagles, Fleetwood Mac e Peter Frampton. Il rock'n'roll era scomparso dalla circolazione.  Quando avevo quindici anni, prima ancora che i Beatles arrivarono negli States, suonavo alla chitarra rock'n'roll da tre accordi, pezzi come 'Louie Loiue' e 'Twist and shout'. Ma negli anni '70 tutto questo non esisteva più. I Ramones lo fecero rinascere, irrompendo con l'energia di una locomotiva che ti sbuffava in faccia. Erano una formidabile live band con una incredibile presenza sul palco, e facevano qualcosa che nessun altro faceva in quel momento. Furono gli iniziatori di una rivoluzione, come Elvis e i Beatles prima di loro. Una rivoluzione che dura ancora oggi, se pensi a quante giovani band dichiarano di ispirarsi a loro. Nel film 'End of the century' Legs McNeil li definì i pifferai magici del punk rock: suonavano in una città degli States, nel '76 e nel '77, e il giorno dopo nello stesso posto nascevano quindici nuove band.

 
Avevano più successo all'estero che in patria, però.  


Negli Stati Uniti i concerti venivano accolti con  entusiasmo, ma è vero che qui da noi i Ramones suonavano in club da 300 persone. Poi andavano in Sud America, o in Spagna, e si trovavano a suonare negli stadi davanti a  trentamila spettatori. Una delle cause principali,  probabilmente, è il fatto che le radio americane non li hanno mai sostenuti.  KROQ a Los Angeles è stata una delle poche eccezioni,  la California è probabilmente l'unico stato americano in cui mi è capitato di sentire i Ramones alla radio. WNEW a New York non passava i loro pezzi, men che meno le emittenti della Bible Belt e del cuore dell'America. Ora le cose sono cambiate e  il gruppo è adorato anche negli Stati Uniti. Anche nella piccola città in cui abito ora, Durango in Colorado, quando vado in centro a mangiare o fare acquisti una volta su tre vedo in giro una t-shirt dei Ramones.


Che cosa aggiunge "...Ya know?" al suo lascito artistico?

 
E' un disco sincero e toccante, e  dimostra quel che Joey era capace di fare con la musica. Allarga ulteriormente l'eredità dei Ramones, mi fa piacere sapere che chi l'ha già sentito lo ha apprezzato molto.
(Alfredo Marziano)



 

 





 
 

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