Silverman (Tommy Boy): 'La mobile music può quadruplicare il mercato'

Tom Silverman, fondatore e presidente di quella Tommy Boy che ha fatto la storia dell'hip hop con i dischi di  Afrika Bambaataa, De La Soul e Queen Latifah, è tornato ad occuparsi di music business a tempo pieno rilanciando tre anni fa il New Music Seminar di New York.  E, in periodo di recessione economica e crisi strutturale del sistema, sprona i colleghi a non accontentarsi di navigare a vista: lui è convinto che l'industria musicale abbia la possibilità di quadruplicare i suoi ricavi coinvolgendo in qualche modo una fetta di quell'enorme bacino di pubblico "passivo" che oggi non compra dischi.  

 "I numeri che ho sentito di recente dicono che ci sono circa 200 milioni di acquirenti di musica nel mondo, a fronte di  sette miliardi di persone", ha spiegato in un'intervista concessa al sito MusicianCoaching.com. "Dunque, se riuscissimo a a far crescere quei 200 milioni a 250 faremmo qualche soldo in più. Porteremmo i nostri incassi netti mondiali da 16 a 20 miliardi di dollari, non ai picchi del 1999". Ma non è quella, aggiunge Silverman, la sua ambizione:  "Io ho in mente un mercato da 30 miliardi: come fare ad arrivarci, se ora siamo fermi a 7 miliardi? Come quadruplicare il music business in termini di dollari?". Puntando, è la sua risposta, sulla penetrazione mondiale degli smartphones, sulla mobile music, sugli accordi con gli operatori di telefonia mobile: in sostanza su proposte come quella di Cricket/Muve in America (download illimitato sul telefonino a una tariffa low cost incorporata nella bolletta del telefono) più che sul modello freemium di streaming alla Spotify. "Ci sono sei milardi di cellulari attivati nel mondo. E 1,2 miliardi di smartphones in funzione, e per cui sono stati pagati degli abbonamenti. Ovunque, il trend è di muoversi in direzione degli smartphones, il mondo intero si sta aprendo a quel modo di accedere alla musica".

Silverman non  si nasconde le difficoltà della sfida, legate alla complessità degli accordi di licenza tra etichette e provider e alle peculiarità del music business. "Un business molto difficile, considerando l'alto livello di rischio che comporta. Ogni volta che metti sotto contratto un artista c'è una enorme possibilità che fallisca. Bisogna considerarlo più come un business da venture capital. Con la differenza che in un venture capital hai un alto rischio ma un ritorno sull'investimento altrettanto elevato. Se hai investito 100 mila dollari in Instagram, tutti possono fare i calcoli e scoprire le implicazioni della sua vendita. Questo non succede, quando hai successo con qualcuno come Adele. Hai investito milioni, e quando il suo disco vende 20 milioni di copie - ed è l'unico in oltre dieci anni a fare quei numeri - che cosa ci guadagni?  Senza tenere conto che spesso l'artista torna da te per dirti che vuole rinegoziare, che non vuole più lo stesso tipo di contratto. Quando un venture capitalist sigla un contratto, non succede che il soggetto finanziato ritorni da lui a dire che vuole rifare il contratto. Ma questo è quel che succede nel nostro business, dove i contratti durano solo sei o sette anni, mentre quelli di venture capital durano di più e coprono tutto, non la pura vendita dei dischi. Bisogna osservare come stanno le cose e chiedersi come rendere questo business più interessante per gli investitori, come drenare denaro che poi possa  riversarsi anche sugli artisti. Come convincere più persone a investire nello sviluppo degli artisti, cosicché questi ultimi possano crescere e creare musica. Mi sembra che stiamo cominciando a capire come questo possa succedere. E non si tratta di un modello legato necessariamente alla vendita dei dischi".
 

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