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NEWS   |   Pop/Rock / 23/05/2012

Death Cab For Cutie, in Italia dopo sei anni: 'Ma stavolta sarà meglio'

Death Cab For Cutie, in Italia dopo sei anni: 'Ma stavolta sarà meglio'

Nel 2006, sull'onda dell'album "Plans" uscito l'anno prima per la Atlantic, i Death Cab For Cutie salivano sul palco del Rainbow di Milano. Per molti amanti dell'indie rock fu un evento memorabile. Non per Ben Gibbard, frontman del quartetto di Bellingham (stato di Washington), che al contrario non ne conserva un ricordo particolarmente piacevole. "A essere sinceri non fu un gran concerto, quello", ci racconta al telefono ridacchiando. "Tutt'altro che uno show memorabile. Rammento che suonammo in un club che assomigliava a una segreta, e che le pareti gocciolavano per il sudore. Fu un concerto strano, non molto riuscito anche a causa delle condizioni ambientali. Però il pubblico fu fantastico e anche per questo non vediamo l'ora di tornare". Succederà presto, lunedì 4 giugno, in occasione  dell'unica data italiana del nuovo tour europeo: di nuovo a Milano, ma stavolta nel più capiente (e aerato) Alcatraz. Cambia la location, ed è immaginabile che sia cambiato anche il gruppo, dal vivo. "Oh, certo. Allora eravamo molto più selvaggi...Vi assicuro che ora siamo in una forma fisica decisamente migliore, e che suoniamo meglio".



La sfida consiste nel proporre dal vivo le canzoni dell'album datato 2011, "Codes and keys", un disco sofisticato e stratificato, prodotto come sempre dal chitarrista Chris Walla e mixato con grande cura da Alan Moulder, uno specialista del rock che non disdegna l'elettronica (Depeche Mode, Nine Inch Nails). Qualcosa di molto diverso da un album per solo basso, batteria e due chitarre.... "E' vero, alcune delle nuove canzoni sono molto ricche dal punto di vista sonoro", ammette Ben. "Sul palco, stavolta, ci aiutiamo con qualche campionamento,  ma il segreto consiste nel puntare dritti  all'essenza delle canzoni: è sempre stato il nostro approccio, in questo senso le cose non cambiano. Abbiamo capito come eseguirli dal vivo, questi brani, sviscerandone lo spirito rock".



Nei recenti concerti americani, i Death Cab For Cuties si sono cimentati anche con alcune cover sfiziose: "I'll be your mirror" dei Velvet Underground (la più ricorrente), "She belongs to me" di Bob Dylan, "Near wild heaven" dei R.E.M. Succederà anche in Italia? "Possibile che si faccia qualche cover, sì, anche se quale è ancora da vedere. Dopo un po' ci stanchiamo di fare gli stessi pezzi e ne impariamo degli altri. L'idea di fare quelle canzoni ci è venuta durante il tour che abbiamo fatto con la Magik* Magik Orchestra, una sezione d'archi di San Francisco. Durante i bis imbracciavamo gli strumenti acustici  e la cosa è nata così".



Più improbabile, nei nuovi show, ascoltare pezzi nuovi e inediti della band. "Presentare dal vivo pezzi inediti sei mesi prima che escano sul mercato è una cosa che oggi non faccio volentieri", spiega Ben. "Colpa di Internet, che mette immediatamente in circolazione versioni bootleg disponibili a tutti. Come fan, mi rendo conto che è bello accendere il pc la mattina e scoprire sul Web che una delle tue band preferite ha fatto una cover di una delle canzoni che ti piacciono di più. Da questa prospettiva, è una gran cosa. Ma dal punto di vista del performer può essere frustrante accorgersi che un'esecuzione tenuta davanti a duemila persone finisce in pasto a un pubblico  molto più vasto e che non ha vissuto quella esperienza in prima persona. Magari si è trattato di un'esibizione poco soddisfacente. Oppure sei caduto sul palco e il giorno dopo tutti vedono il filmato su YouTube: può anche diventare leggermente imbarazzante. Cosicché ci si pensa due volte, a testare dal vivo  le nuove canzoni prima di andare in studio di registrazione. Oggi tento di tenermele in serbo finché il disco nuovo non è fatto e finito, pronto per uscire sul mercato".



Eppure i Death Cab For Cuties sono un gruppo attento al Web, ai social media e alla tecnologia. Il primo singolo di "Codes and keys", la pop song "You are a tourist", è stato lanciato con un esperimento inedito: un videoclip sceneggiato e coreografato (con un corpo di ballo ad arricchire l'impatto scenico della performance), accessibile in tempo reale sul Web... "E' stata un'idea di un nostro amico e collaboratore, Aaron Stewart-Ahn", rivela Gibbard. "E' stato lui a insistere. Noi compariamo nel video, ma dietro le quinte ci ha lavorato un sacco di gente di talento, a cominciare dal regista Tim Nackashi. Il merito del risultato va attribuito soprattutto a loro. E' stata una cosa strana ma ben riuscita, molto divertente".

 


Con il mondo delle immagini, d'altra parte, i Death Cab For Cuties hanno sempre avuto familiarità: le loro musiche hanno fatto spesso da colonna sonora a serial televisivi di successo (The O.C., CSI Miami) e a film di cassetta ("Meet me on the equinox", nel fantasy "Twilight: New Moon"). "Il perché non te lo so spiegare", dice Ben. "Forse è un caso che qualche regista, produttore o programmatore televisivo apprezzi le nostre canzoni. Forse le cose procedono di pari passo con l'aumentare della popolarità. Ma a me piace anche pensare che succeda perché la nostra musica ha una certa qualità cinematografica".  

 


Merito anche suo,  il songwriter del gruppo. Che con la scrittura delle canzoni ha confessato tuttavia di avere un rapporto conflittuale, considerandolo un  atto sostanzialmente autodistruttivo. "La penso ancora così, tutto sommato. Il 90 per cento dei tuoi pezzi li scrivi fissando il muro, senza un'anima viva intorno. Può diventare un momento quasi trascendente, di pura espressione artistica, e in quei casi capita di sentirsi al settimo cielo. Ma il più delle volte si tratta di un fallimento: comunque un processo necessario, almeno per me, se vuoi arrivare a un risultato utile. Per scrivere una buona canzone, spesso, bisogna rendersi le cose difficili".



Tra le sue preoccupazioni quotidiane, invece, non rientra l'annosa diatriba indie-major, sollevata da alcuni fan della prima ora quando i Death Cab For Cutie, nel 2004, saltarono lo steccato firmando un contratto a lungo termine con la Atlantic. "Il termine indie, per me, non riguarda tanto la tua appartanenza al mondo delle major o delle etichette indipendenti. Piuttosto ha a che fare con uno stile di musica piuttosto ampio e onnicomprensivo. E' un sinonimo di 'alternative rock', o di quello che negli Stati Uniti si chiama 'college rock'. Non sono il tipo che si spacca la testa sulle distinzioni semantiche, so solo che  passando a una major io e i miei compagni di band non ci siamo chiesti come avremmo potuto rimanere indipendenti. Perché lo spirito indie è connaturato in gruppi come i Death Cab For Cutie, che hanno iniziato a farsi dischi da soli nello scantinato di casa. Le cose non cambiano per il solo fatto di apporre una firma  in calce a un contratto con una grossa etichetta come la Atlantic, se riesci a conservare il controllo su quello che fai. Siamo rimasti le stesse persone di dieci anni fa, e i nostri obiettivi non sono cambiati: ci preme fare tutto il possibile per continuare a migliorarci come band".   
 

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