1997, un altro anno “piatto” per l’industria discografica mondiale

Mentre le prime indicazioni che arrivano dall’industria italiana segnalano per il ‘97 un incremento del 4-5 per cento nel fatturato discografico, le proiezioni relative alle vendite di dischi, Cd e cassette negli altri principali paesi sembrano annunciare per il secondo anno consecutivo una probabile “crescita zero” del mercato mondiale della musica registrata.

Principali responsabili della stagnazione delle vendite, questa volta, sono le “tigri” asiatiche, messe in ginocchio nella seconda metà dell’anno da una serie di crack finanziari a catena che hanno interrotto bruscamente la spettacolare crescita economica degli ultimi anni, influenzando negativamente anche la produzione e i consumi di paesi come l’Australia e il Brasile (un altro dei paesi emergenti dello scenario discografico internazionale).
Ma anche nei cosiddetti mercati “maturi” le cose non vanno meglio, e le vendite di prodotti musicali mostrano l’andamento di un pendolo impazzito che cambia ogni volta direzione. E così se oggi tocca ai discografici americani, canadesi e tedeschi tirare un sospiro di sollievo, non possono fare altrettanto i francesi e gli inglesi, che appena due anni fa celebravano le glorie del Brit Pop anni ‘90 con una ripresa spettacolare del fatturato.
Gli Stati Uniti, il maggiore mercato del mondo, hanno chiuso l’anno festeggiando una ripresa sostenuta delle vendite di Cd (+ 12,5 per cento), un dato che gli esperti del settore attribuiscono alla risoluzione dei problemi (guerre selvagge dei prezzi, numero eccessivo dei punti vendita) che avevano turbato il mercato nell’ultimo anno e mezzo. Non è andata troppo male, nel complesso, neppure all’industria tedesca (+ 3 per cento nel numero di pezzi venduti per quello che rimane il terzo mercato mondiale dopo Usa e Giappone), mentre in Francia, il quinto mercato mondiale, le vendite di album in formato Cd sono calate dell’1 per cento nei primi nove mesi dell’anno, appena controbilanciate dalla crescita continua (+ 35 per cento) dei Cd singoli.

Zoppica anche l’industria inglese (al quarto posto nella graduatoria mondiale del settore), il cui fatturato dovrebbe essere cresciuto in misura minore rispetto all’inflazione: anche perché, a causa della forte rivalutazione della sterlina, molti rivenditori locali hanno trovato più conveniente rivolgersi agli importatori per i loro acquisti.
Indicazioni tutt’altro che entusiasmanti, come si vede: ma bisognerà comunque attendere ancora qualche anno per capire se si tratta di una tendenza irreversibile destinata a decretare il definitivo declino dei consumi musicali, almeno così come li abbiamo intesi fino ad oggi.
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