I 60 anni di David Byrne: gli auguri di Rockol

I 60 anni di David Byrne: gli auguri di Rockol

"Mi piacerebbe non essere conosciuto soltanto come quel tizio che indossava quell'abito enorme". Si è sforzato in tutti i modi,  David Byrne, per togliersi di dosso quel cliché, l'immagine iconica e indimenticabile fissata da Jonathan Demme   in "Stop making sense" (1984), uno dei più straordinari film rock di tutti i tempi: lui, il frontman dei Talking Heads, pallido, magrissimo e spiritato che canta "Girlfriend is better" insaccato in una giacca oversize da commesso viaggiatore o da predicatore televisivo.
C'è l'essenza di Byrne, in quell'immagine. Il suo humour e la sua cultura cosmopolita (un riferimento esplicito al Noh, il classico teatro giapponese in costume). La danza scomposta e nevrotica di un intellettuale newyorkese (nato in Scozia e cittadino britannico) che si lascia inghiottire dalle viscere del ritmo, consegnandosi al richiamo della grande madre Africa. "Più Anthony Perkins (l'inquietante attore protagonista dello "Psycho" hitchcockiano) che Carl Perkins", secondo una azzeccatissima definizione di N. Kelly, giornalista dell'Irish Independent. E tuttavia un miscela inedita ed esplosiva di avant garde urbano e tribalismo che ha spinto i  Talking Heads nell'olimpo del rock grazie ad album epocali come  "Fear of music" e "Remain in light".
Tra il loro esordio al CBGB (il 20 giugno 1975, di spalla ai Ramones)  e la metà degli anni Ottanta i "mezzibusti" Byrne, Tina Weymouth, Chris Frantz e Jerry Harrison  sono stati il progetto più radicale, futurista ed eccitante generato dalla rivoluzione punk e new wave, nei dischi e soprattutto in concerto: trascinanti e indimenticabili soprattutto le esibizioni in formazione allargata quando Byrne, un fascio di nervi con gli occhi fuori dalle orbite, pilotava una spettacolare orchestra multirazziale sulle rotte di un funk supersonico e futuristico, tra i singulti e le sincopi di "Psycho killer", un'ipnotica cover della "Take me to the river" di Al Green, la melodia trasognata di "Heaven" ("Il paradiso è un posto/dove non succede mai niente"), l'afrobeat dadaista di "I Zimbra", il magma pulsante di "Houses in motion", i vertiginosi incastri vocali e sonori di "The great curve". Hanno scaldato i dancefloor e gli schermi dell'allora giovane Mtv, i Talking Heads di allora,  con i ritornelli irresistibili di "Once in a lifetime" e "Burning down the house" e quei videoclip in cui era sempre lui, Byrne, marionetta disarticolata e uomo occidentale sull'orlo di una crisi di nervi, il fuoco dell'attenzione.
  La carriera solista iniziata nell'89, bisogna ammetterlo, non è stata all'altezza di quelle straordinarie premesse. Sempre intelligente, sempre divertente, sempre stuzzicante, Byrne: ma alzi la mano chi, esclusi i fan di stretta osservanza, ricorda un titolo della sua produzione post Heads. Più facile rammentarne le scelte curiose e bizzarre, il costume da scheletro con cui negli anni '90 si presentò in concerto anche a Villa Arconati, la cover di "I wanna dance with somebody" di Whitney Houston che amava proporre durante il tour con il sestetto d'archi dei Tosca Strings.
C'è però un elemento confortante, nella sua parabola artistica e esistenziale. A sessant'anni, capelli candidi e sguardo ancora sfuggente, Byrne coltiva ancora la sua voracità intellettuale, la poliedricità artistica, l'idea spiazzante. La sua versatilità lo ha portato ovunque, per lui non sembrano esserci frontiere. Ha flirtato artisticamente con menti raffinate come Caetano Veloso e Brian Eno (nel rivoluzionario "My life in the bush of ghosts", che nel 1981 sdoganò l'arte del cut up e l'uso dei campionamenti sonori nella musica pop; e ancora nell'assai più conformista "Everything that happens will happen today" di quattro anni fa), ma anche con Fatboy Slim ("Here lies love", bizzarro concept album ispirato alla vita e alla controversa figura di Imelda Marcos, da lui trattata con fin troppa accondiscensenza). E' stato, con Peter Gabriel, uno dei pionieri della world music in Occidente (attraverso la Luaka Bop, etichetta volonterosa e velleitaria). Ha scritto musiche per balletti e opere teatrali, ha fissato immagini con la macchina fotografica e con la macchina da presa (il suo "True stories",  1986, resta un esilarante e surreale ritratto delle deformazioni dell'American way of life), ha frequentato con profitto il mondo delle colonne sonore (da "L'ultimo imperatore" di Bernardo Bertolucci, che gli è valso un Oscar per le musiche nel 1998, al "This must be the place" di Paolo Sorrentino che prende il nome da una canzone dei Talking Heads e che gli ha appena fruttato due David di Donatello). Si è divertito a far "suonare" le colonne, le travi e le strutture portanti della Färgfabriken di Stoccolma, del Battery Maritime Building di New York e della Roundhouse di Londra collegandole ai tasti  di un organo. Ha trasformato la sua passione per le due ruote in una filosofia di vita, un libro ("Diari della bicicletta", edito in Italia da Bompiani nel 2010) e una rubrica settimanale sul New York Times. Si è infatuato di musica brasiliana e ha osato cantare arie d'opera di Verdi e Bizet. Sfidando impavido il senso del ridicolo: come quando, nei concerti dell'ultima tournée, si presentava per i bis in un immacolato tutù da ballerina.
E' ancora e sempre la vecchia tentazione del "big suit", la sua propensione a indossare panni grotteschi, ingombranti e non suoi per vedere l'effetto che fa. Sugli altri ma soprattutto su se stesso, un maestro  nel trasformare i suoi ( i nostri) tic nervosi in performance artistica.

(am)

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