Mario Venuti, 'Ultimo romantico': 'Mi sento un po' fuori luogo, ma ottimista'

Mario Venuti, 'Ultimo romantico': 'Mi sento un po' fuori luogo, ma ottimista'

Lieve ed elegante in maniera quasi démodé. Pop, ma  leggermente fuori dal coro. Forse anche fuori dal tempo: "L'ultimo romantico", insomma. Così si definisce Mario Venuti nel nuovo album che esce oggi, 8 maggio, per  Musica&Suoni-Microclima/Sony Music: citando esplicitamente il Pino Donaggio di quarant'anni fa, che nel 1971 partecipò con una canzone omonima al Festival di Sanremo. "Gli altri citano Rielke e i grandi poeti. Io, per snobismo e per andare controcorrente, ribalto il concetto e mi rifaccio alla canzone sentimentale, ultrapopolare", ridacchia al telefono.


Anche se poi sia nel brano che intitola il disco che nel singolo che l'ha preceduto, "Quello che ci manca", i riferimenti alla più classica e nobile melodia italiana sono più che evidenti.

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"Bindi, Tenco, Endrigo, Lauzi sono un modello", conferma Venuti. "I loro sono i tempi in cui la canzone d'autore non era ancora diventata eccessivamente verbosa. E sapeva mantenere un bell'equilibrio tra melodia e testo, con poche parole stringate e incisive". Che è poi anche la sua cifra stilistica.  Anche in questo nuovo album, un disco molto personale ma frutto di uno sforzo collettivo in cui affiorano nomi consueti - Kaballà, il gruppo Arancia Sonora - e nuovi collaboratori, come il coproduttore Roberto Vernetti.


"Con lui è la prima volta. Ogni tanto sento l'esigenza di confrontarmi con qualcuno che scompagini un po' le mie certezze. Mi è capitato di scontrarmi con chi non era in linea con le mie visioni, ma con Vernetti ha funzionato perché lui nella scelta degli arrangiamenti è stato poco invasivo. Siamo stati io e la band, gli Arancia Sonora, a lavorare sulle canzoni in modo molto naturale e alla vecchia maniera, con gli strumenti in mano e senza pre-produzioni. Dopo venti giorni di session Roberto si è portato il lavoro nel suo studio, lo ha editato e manipolato dandogli una veste sonora un po' più contemporanea. Ma il punto di partenza è stato molto spontaneo, un pezzo come 'Con qualsiasi cosa' è stato suonato in diretta dalla band al completo. C'è uno spirito live e al tempo stesso una postproduzione curata e in linea con i tempi".


Kaballà invece è ormai una sorta di alter ego (dieci canzoni su dodici firmate in coppia, questa volta). Una simbiosi originale, quella tra lui e Venuti, in un mondo dove molti preferiscono fare tutto da sé.  "E' un rapporto che funziona perché mi permette di  allargare gli orizzonti. Mi presento con le mie idee e i miei taccuini, ma è lui a farmi intravedere le possibile estensioni, le vie uscite che non avrei immaginato.  Kaballà mi aiuta ad andare oltre  i miei limiti: ogni artista, dopo tanti anni, finisce per essere sempre ossessionato dagli stessi temi, per scrivere le stesse cose".


Pezzi come "L'ultimo romantico" e "Non sarò io" sembrano raccontare bene l'uomo e l'artista Venuti: uno che non scalpita per arrivare primo, che non vuole perdere il suo tempo "ad ascoltare musica/che vada bene a tutti/e a tutti i costi/allegra ed orecchiabile". "Anche in questi casi è Kaballà a farmi un po' da psicanalista, a tirarmi fuori certe cose...Dopo tanti anni di attività penso che se non ha raggiunto i grandi numeri è perché in fondo non l'ho voluto. Perché sono rimasto fedele a me stesso e ai miei ideali artistici. Sto nel mio, la competizione non mi interessa più e non mi faccio prendere dall'ansia. Anche ai tempi dei  Denovo, per quanto aspirassimo a diventare  popolari oltre i confini del nuovo rock italiano, eravamo in fondo un gruppo intellettuale, raffinato, anche un po' snob.  Sono fatto così, col tempo l'ho capito ancora meglio: il mio gusto mi porta verso una musica per palati raffinati, certi hit radiofonici sono nati quasi involontariamente".


"L'ultimo romantico" ne è l'ennesima dimostrazione: un disco in cui Venuti non si fa mancare nulla, spaziando dal rock elettrico  ("Rasoi") all'inno corale ("Gaudeamus"), dal raga ("Rosa porporina") alla disco anni Settanta ("Fammi il piacere"), passando per il reggae di "Con qualsiasi cosa". "Nulla di premeditato", spiega, "abbiamo assecondato la natura delle canzoni. Il modello sono sempre i Beatles e dischi come 'Revolver', dove il quartetto da camera di 'Eleanor Rigby' conviveva con i pezzi indiani di Harrison e i deliri psichedelici di Lennon. Mi piace costruire dischi che possano sorprendere canzone dopo canzone, alla fine sono la mia voce e il mio modo di scrivere a tenere tutto incollato. E poi,  da diversi anni ormai, il pop è diventato un'arte citazionista per eccellenza". Come il cantautore di Siracusa (e catanese d'adozione) spiega bene in "Con qualsiasi cosa"..."Sì, quella è una canzone sul fare canzoni...Se si hanno gli occhi attenti sulla realtà e si sa manipolare la materia della vita alla fine qualsiasi cosa si può trasformare in canzone".


Il pezzo più curioso è però "Là ci darem la mano", che nel testo evoca tempi antichi evocando arie d'opera, vecchi film con Amedeo Nazzari e immagini di seminaristi in tonaca. Tutto frutto della fantasia? "Alcuni l'hanno trovata un po' brancatiana, una sorta di album in bianco e nero in cui emerge un eros contrastato dalla morale cattolica. Il tutto ricorda un po' la mia Sicilia. Sempre in bilico tra cattolicesimo e dongiovannismo, con chiese che in alcune zone sono davvero più numerose delle case... nel momento in cui da una finestra arriva un'aria d'opera non poteva che essere il 'Don Giovanni' di Mozart che ho citato integralmente: per me quello è l'archetipo dell'erotismo libertino".


Altri titoli, "Rasoi" e "Fammi il piacere" (un attacco al "velinismo" e alle connessioni sesso-potere messe in risalto dalla cronaca politica di questi tempi)  fanno invece i conti con un'attualità dura e sgradevole: "Si parla tanto di tagli alla cultura e all'economia, di tagli al superfluo: ma quante cose ritenute superflue sono realmente tali? E a volte tagliando tagliando si sanguina e ci si fa anche del male: nel pezzo ho voluto un po' ironizzare sui tempi che stiamo vivendo. 'Fammi il piacere', invece, è nata in pieno periodo Bunga Bunga, e dopo le dimissioni di Berlusconi ho avuto il timore che fosse passata d'attualità: è il rischio che corrono sempre le canzoni che cercano di stare al passo con la cronaca.  Allora l'ho fatta ascoltare a una mia amica, chiedendole se le sembrava fuori tempo. Mi ha risposto che purtroppo la riteneva ancora molto attuale. La mercificazione del corpo femminile è vecchia quanto il mondo, non l'ha inventata Berlusconi".


Eppure, a dispetto dello squallore e delle brutture dell'oggi, "L'ultimo romantico" è un disco che sembra credere nel valore catartico e positivo del cambiamento. Nelle trasformazioni rigenerative, più che nella profezia dei Maya...."Forse involontariamente, in questo disco aleggia uno spirito ottimista", conferma Venuti. "Sicuramente più che in 'Recidivo', che era invece un disco un po' autunnale, a tratti anche un po' malinconico, figlio di una sorta di crisi di mezza età. Questo invece, è un disco propositivo, di rinascita, proiettato nel futuro. A dispetto del senso di estraneità e di alienazione che confesso anche nel titolo. Nel sentirmi l'ultimo romantico, mi chiedo e chiedo agli altri se c'è qualcuno in giro che sente le cose come le sento io".  
 

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