The Observer 2012: l'intervista a Granturismo

The Observer 2012: l'intervista a Granturismo

Per chiudere lo spazio di The Observer dedicato ai Granturismo, abbiamo preso contatto con l’istrionico Claudio Cavallaro, mente e corpo del collettivo romagnolo. La scorsa settimana abbiamo recensito l’ottimo Ep “Cacciavite nel cuore”, oggi invece è tempo di fare qualche domanda.
La prima riguarda la genesi del progetto: come sono nati i Granturismo, e cosa s’intende per "gruppo solista"? “Quella di "gruppo solista" è una felice definizione che è saltata fuori in un'intervista di qualche tempo fa e che mi è rimasta poi appiccicata addosso. In realtà è una concezione di collettivo musicale molto simile a quella degli Spiritualized, dei Brian Jonestown Massacre o dei nostrani Diaframma. Vivo in Romagna, qui c'è una scena che non molti conoscono dove la musica gode di ottima salute. E' una scena molto promiscua, tutti suonano con tutti. Capita spesso di incontrarci in giro tra musicisti e bere o fumarci qualcosa tra di noi, e poi capita magari che io in tasca abbia qualche canzone nuova e si finisce per andare a suonarla insieme. I Granturismo sono nati più o meno così. In formazione abbiamo avuto musicisti di Amycanbe, Saluti da Saturno, Sacri Cuori, Jang Senato, Aidoru, e molti altri. Non è una situazione fissa, ma siamo più o meno sempre noi. Comunque in Italia ci sono un sacco di "gruppi solisti" oggi, tipo Colapesce, i Cani o Brunori Sas, per dire i primi che mi vengono in mente. Dev'essere un segno dei tempi. Siamo precari in tutto, anche nelle band”.
Suonare dunque, sempre e prima di tutto: come nasce un pezzo dei Granturismo? Da dove arrivano le cosiddette "ispirazioni" (in modo particolare per i testi)?: “Alterno momenti di vuoto totale ad altri in cui arrivo a scrivere anche 10 pezzi in una settimana. Il mio problema è che li scrivo e li registro e poi me li scordo, e per fortuna c'è sempre qualcuno che suona con me che ogni tanto nota qualche demo e lo tira fuori dal suo limbo. Parto dalla musica che sento in testa, dopo di che cerco di decorarla con le parole, cerco di scovare una storia dalle sensazioni che mi dà la melodia. Vado alla cieca. E' un metodo che ricorda la psicoterapia, penso che ogni tanto mi salti fuori addirittura qualcosa che ho sepolto dentro fin dall'infanzia. Una volta scrivevo più "storie", ora sono più "impressionistico", uso la canzone come una carta moschicida per quello che mi circonda, pensieri, brandelli di dialoghi, flussi di coscienza, combinazioni di parole, echi di notiziari, dislessie, malintesi. Più che un cantautore, oggi mi sento un meteorologo, un fotografo con chitarra e penna”.
Puoi farci quindi una fotografia dell’attuale scena musicale? Cosa stai ascoltando in questo momento e quali sono i tuoi punti di riferimento? “Sul mio giradischi gira molto punk vecchio, un sacco di dub e reggae, afrobeat, hip hop, soul, soul e ancora soul. Nel mio ipod invece adesso ho i Deerhunter, LCD Soundsystem, Grimes, Mos Def, Fleetwood Mac, Tame Impala, Sergio Endrigo, Blakrok, Sebastien Tellier e Sharon Jones & the DapKings. E tutta la discografia di Otis Redding e Al Green, ovviamente. I miei punti di riferimento sono tutti quegli artisti che hanno sempre mischiato le carte in tavola, che non hanno avuto paura di andare ad esplorare le musiche e le storie più disparate, creando una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo e, soprattutto, dalle mode. Gente che si trova in un'assolata terra di nessuno, come i Clash, i Doors, Lucio Battisti, Gainsbourg, Mano Negra, Os Mutantes, the Band o i Velvet Underground, per intenderci. Non amo quegli artisti comodi che non cambiano mai, che offrono sempre lo stesso prodotto ai loro ascoltatori solo per rassicurarli e tenerseli stretti, pubblicando ogni volta un nuovo disco cambiando solo il nome alle canzoni e qualche ricciolo qua e là, perseverando nella stessa formula. Semplicemente non lo accetto. A meno che non si tratti dei Ramones”.
Nel nuovo Ep "Cacciavite nel cuore" si possono toccare con mano tutti gli ingredienti che compongono il sound dei Granturismo, in modo particolare l'amore per un certo tipo di psichedelia, molto asciutta e semplice. Tornando al discorso che hai appena fatto, che cosa significa evolvere da un punto di vista musicale? “Evolvere significa muoversi, prolungarsi, andare verso qualcosa sospesi nell'aria nell'attesa di raggiungerlo. Proprio come le evoluzioni di un ginnasta. L'importante è non stare fermi. Non posso tenermi sempre addosso il cappello o la giacca, per questo hanno inventato gli attaccapanni. Ecco, io ho trovato le canzoni per appendere le mie idee, e questo mi permette di cambiarle ed evitare l'idea fissa. Sono da temere sempre le idee che possono venire fuori da una mente cauta, o peggio, annoiata”.
Che cosa ci dovremo aspettare dunque dal nuovo disco dei Granturismo? “Qualcosa di molto sincero e scarno. Stiamo lavorando come un power-trio, due chitarre e batteria. Con me ci sono Enrico Bocchini e Alfredo Nuti dal Portone, due musicisti meravigliosi. E' un piacere lavorare sui pezzi ultimamente, siamo molto uniti e focalizzati, come un gruppo a tutti gli effetti. Ci siamo dati molti limiti entro cui lavorare. Vogliamo registrare tutto il disco in meno di una settimana, senza troppa produzione. Il fatto è che i demo spesso sono molto meglio delle versioni che trovi su disco. E' come se durante la lavorazione perdessero di autenticità, di verità, quindi cercheremo di mantenere quel sapore anche nel prodotto finale. Ogni tanto capita di ascoltare dei dischi che sono così studiati e tirati a lucido da suonare asettici, sembra quasi di stare seduti in uno studio dentistico. Invece è mio desiderio offrire un'istantanea al photofinish di quello che è il “suono Granturismo” ora. Questi siamo noi, nudi e crudi, niente pose, niente finzioni. E, mentre lo ascolterete, nel frattempo noi saremo già da qualche altra parte”.

Continuate a seguire Rockol The Observer per scoprire su quali altri artisti accenderemo i riflettori nelle prossime settimane.

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