Zucchero, una festa country per presentare il nuovo album

Zucchero, una festa country per presentare il nuovo album
Nel pomeriggio di domenica 9 settembre, mentre guidavo verso Rovigo per raggiungere la piccola località (Canaro) dove era stata organizzata la presentazione del nuovo album di Zucchero (“Shake”), rimuginavo maledizioni verso le case discografiche e il loro perverso malvezzo di organizzare “eventi” in luoghi difficilmente raggiungibili e comunque lontani dalle sedi di lavoro dei giornalisti, subordinando alla nostra presenza fisica la consegna del disco e l'eventuale incontro con l'artista. Sarebbe molto più semplice, più economico e meno faticoso (e anche meno dispendioso per tutti) se il disco venisse inviato nelle redazioni, e se l'incontro con l'artista avvenisse nella sede della casa discografica; possibilmente in quest'ordine (prima il disco, poi l'incontro) per poter almeno ascoltare più volte le nuove canzoni, e conseguentemente riferirne ai lettori in maniera meditata e rivolgere all'artista domande sensate.
Ma così va il mondo, e non posso cambiarlo. E' cambiato invece il mio umore quando siamo arrivati agli Umbi Studios, luogo deputato all'evento. Se non mi avessero costretto ad andarci non avrei visitato una fetta di terra incantevole, verdissima e fertile, rannicchiata immediatamente sotto l'argine del Po; e non avrei (non stavolta, almeno) visitato il casale/cascina che, ristrutturato con grande rispetto dell'architettura originaria, ospita gli studi di registrazione dell'ex bassista dei Nomadi Umberto Maggi, nei quali si è svolta parte della lavorazione di “Shake”. E Umbi non mi avrebbe fatto toccare con mano un oggetto preziosissimo che custodisce in una delle stanze del casale (scusate, ma ho promesso di non svelare cos'è).
Il modo in cui era stato organizzato il pomeriggio ci ha permesso di ascoltare due volte integralmente il disco (una volta nello studio, una volta diffuso nell'aia della cascina allestita per una merenda campestre), di chiacchierare un po' frettolosamente con Zucchero dopo il primo dei due ascolti, e di rientrare in nottata - una volta terminate le incombenze accessorie: cena e breve concerto dal vivo - in tempo per poter pubblicare una recensione sufficientemente meditata dell'album (tre ore di viaggio, altri tre ascolti del disco) che ho affidato a un collega più preparato del sottoscritto, e per poter riferire in queste righe delle mie personali opinioni sulle canzoni: opinioni che non necessariamente coincidono con quelle espresse nella recensione, e che comunque sono frutto di un ascolto meno “tecnico” e più istintivo. Per quanto riguarda l'intervista, la troverete nei prossimi giorni nell'apposita sezione di Rockol.
Probabilmente “Shake” è il miglior lavoro di Zucchero degli ultimi dieci anni: apro con una dichiarazione impegnativa, me ne rendo conto, ma le undici canzoni del disco - che sto riascoltando ancora una volta mentre scrivo - sono quasi tutte ottime se non eccellenti, e buona parte di esse sono potenziali singoli (dopo “Baila”, uscito quest'estate, e “Ahum”, in uscita in questi giorni, sarà probabilmente la volta di “Scintille”; ma anche “Shake” ha buone probabilità di vedere la luce come singolo, e per il quinto estratto sarà difficile scegliere fra “Tobia” e “Dindondio” (e per un eventuale sesto fra “Porca l'oca” e “Sento le campane”).
La sequenza d'avvio è trascinante: dopo la voce di un anziano modenese - Werther Dal Monte - che in dialetto dichiara “Mi piacciono le pere, mi piacciono le mele, mi piacciono quelle robe che hanno le donne” - partono tre brani veloci, senza soluzione di continuità, accomunati da quella sana vocazione alla battuta grassoccia e al doppio senso a sfondo erotico che spesso ha caratterizzato le canzoni di Zucchero. Molto allegra è “Sento le campane”, pagana e carnale è “Music in me”, potentissimo è l'attacco e trascinante è lo svolgimento di “Porca l'oca” sia dal punto di vista letterario (“Golosona, ragazza pagana, anche questa sera ti sei fatta un DJ... Guarda che foca, guarda come gioca...”: secondo l'autore, si tratta della cronaca paradossale dell'incontro con una bella ragazza che si è rivelata in realtà dotata di attributi maschili) sia dal punto di vista musicale (da rilevare un sample vocale di Ray Charles, da “What'd I say”).
Dopo questa mossa d'attacco, ecco un lungo momento di riflessione: la lenta e sospesa “Ali d'oro”, suggestivamente segnata dalla voce di John Lee Hooker, al quale l'album è dedicato (la partecipazione all'album di Zucchero è probabilmente l'ultimo atto della carriera del bluesman recentemente scomparso); “Ahum”, sospinta da un'incalzante sequenza di batteria, con una curiosa evocazione, nel testo delle prime due strofe, della tematica di “Nel cuore nell'anima” dell'Equipe 84 e con un'apertura melodica strepitosa (“After this love, after this rain, ma che bel vento...); e “Scintille”, solenne e delicata, molto atmosferica e sicuramente perfetta per la stagione natalizia (“non parla d'amore, ma di fede”).
La già nota “Baila (Sexy thing)” spezza efficacemente l'incanto (e nel contesto dell'album guadagna in spessore; peccato che non sia andato a buon fine il progetto di avere la chitarra di Carlos Santana come presenza d'onore).
Ma “Dindondio” ricrea la magia. Aperta dalla voce recitante di un anziano (forse un predicatore, forse un affabulatore) con un effetto analogo a quello che ricordiamo in “Uncle Charlie & his dog Teddy” della Nitty Gritty Dirt Band, è costruita su un ipnotico e affascinante pattern di pianoforte che sostiene una struttura molto simile a quella di “On some faraway beach” (dal primo album solo di Brian Eno, “Here come the warm jets”). Il testo - firmato a quattro mani da Zucchero e Pasquale Panella - è ricco di stilemi tipicamente panelliani, sia nella scelta delle parole (il neologismo che intitola la canzone, “cinguettìo”, “cigolìo”) sia nell'articolazione lessicale (la frase d'attacco - “Quindi non io” - potrebbe uscire da un disco dell'ultimo Lucio Battisti; “Che bell'amore l'amore mio” fa pensare a Amedeo Minghi, ai tempi appunto della collaborazione con il paroliere romano; mentre “dove stanno fili sto steso anch'io / qui da oggi ad aspettar le rondini”, così pascoliana, è molto vicina alla vera poesia). “Dindondio” è davvero una splendida canzone, emozionante, ben costruita, ben cantata (a proposito, in tutto il disco Zucchero canta magistralmente): probabilmente il vertice qualitativo dell'intero album.
Al confronto, la successiva “Rossa mela della sera” non può che far minore figura: eppure è un ottimo pezzo, magari un po' meno originale e più tipicamente “da Zucchero”. Anche qui, Panella non lesina tracce della propria vena allitteratoria: “L'amore che disfi e fai”, “Quando vieni e quando vai”, “Se fossi un lago dilagherei / e se potessi pioverei”. Da notare, dal quarto minuto di durata in avanti, la presenza di un campionamento vocale di Yma Sumac che fa assumere alla coda del brano una certa assonanza con la celebre “The great gig in the sky” dei Pink Floyd (da “Dark side of the moon”).
E poi parte l'esilarante brano che intitola il disco: pura energia, con il pianoforte che cita “With a girl like you” dei Troggs (lo fa anche la ripetizione nella strofa del fonema “badabenbenben”), il testo che omaggia Jimi Hendrix (“Adesso... che bacio di nuovo il cielo”) e ritorna all'esplicita colloquialità (“Ora che sei rimasta sola, scusa, ma a me m'importa una sega”). La canzone (“come tutte le canzoni che scrivo”, ha confessato Zucchero con commovente spudoratezza) è dedicata all'ex moglie Angela (“sì, anche l'ultima strofa: 'mi basta una parola e corro da te, mi basta una parola e volo da te, ora!'”).
Commovente è anche “Tobia”: dedicata al pastore bernese di tre anni che Zucchero ha perduto qualche mese fa, è scritta 'in prima persona' dal punto di vista del cane. Il testo è di Francesco De Gregori, che l'ha composto dopo che Sugar gli aveva raccontato il proprio dispiacere per la scomparsa del cane, e - pur consentendo una doppia lettura - non manca di spunti toccanti (“ma ti sto annusando e ti sto cercando”, “dove va la strada dei perduti odori”, “chiama forte che non mi trovo più”); la musica asseconda il mood, con una melodia dagli evidenti echi sixties (riecheggiano memorie di “Massachussetts” dei Bee Gees).
“Tobia” chiude un disco ben scritto, ben cantato e splendidamente suonato (fra i nomi di prestigio: Pino Palladino, David Sancious, Zachary Halford), che ha anche il merito di dare spazio alla bella voce di Chance (trentenne vocalista di Sausalito dalle radici hip hop). Sontuosa la produzione di Corrado Rustici, che si è giovata dell'apporto di Robix (Roberto Zanetti, amico di vecchia data di Zucchero ritrovato al momento opportuno, autore dance di successo - Double U, Alexia) e della collaborazione per i samples e la programmazione di John O'Brien, esperto e grande archivista di vinili d'epoca (Zucchero ha scoperto la passione per il suono vintage, e ne ha fatto buon uso).
Registrato fra i Plant Studios di Sausalito e gli Umbi Studios, mixato nei Real World Studios di Bath (quelli di Peter Gabriel), “Shake” nasconde una piccola curiosità nei ringraziamenti di copertina, che includono “special thanks to Roby Baggio & his family with lot of love”. Mi sarebbe piaciuto chiederne le ragioni a Zucchero, ma sono venuto via da Canaro mentre lui terminava il breve concerto - nove pezzi: “Ahum”, “Baila”, “Music in me”, “Porca l'oca”, “Dindondio”, “Scintille”, “Devil in me”, “Il volo” e “Hai scelto me” - che ha chiuso la serata/evento (250 invitati, fra i quali molti esponenti della discografia europea). Se non avessi scelto la fuga anticipata, adesso non potreste leggere queste parole, scritte nel cuore della notte. Del resto, come dice Zucchero nel testo di “Music in me”: “più badili e meno divi”. Anche scrivere di musica, a volte, costa qualche fatica e qualche rinuncia.

(fz)
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