Sanremo, i produttori indipendenti denunciano «abusi» nelle selezioni dei giovani. Il commento di Rockol.

S’avvicina Sanremo (anche se il primo appuntamento, quello con “Sanremo Famosi”, non è ancora quello del Festivalone di febbraio) e cominciano le polemiche.
L'ANSA informa che i produttori discografici indipendenti di entrambe le associazioni di categoria (AFI e FIMI) hanno scritto a un sacco di gente - presidente del Consiglio, garante della privacy, ministro dei Beni Culturali, presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai, direttore generale e presidente della Rai, direttori di rete di Raiuno e Canale 5 - lamentando le modalità con le quali si sono svolte le scelte dei dodici “giovani” chiamati - insieme ai due usciti dall’Accademia di Sanremo - a partecipare al Festival.

«Già dai primi approcci della fase di presentazione delle domande per l’ammissione a “Sanremo Famosi”» scrivono i produttori «si intuiva che le scelte potevano già essere state fatte, in quanto le multinazionali avevano accesso diretto a colloqui privati e disponevano di “merce pregiata di scambio”, ovvero i super-big italiani e stranieri.

Perché illudere tante aziende che complessivamente hanno dovuto oberarsi di una spesa di 24 miliardi?» (la cifra è il prodotto della moltiplicazione fra il «costo stimato di una domanda di partecipazione» - 80 milioni - e il numero delle domande presentate, 311). La lettera continua: «Si dica allora: le multinazionali hanno diritto a tot posti, le indipendenti a tot posti, e tra le indipendenti si crei un meccanismo di rotazione. Invece di ricevere sostegno, le aziende discografiche indipendenti italiane vengono ghettizzate, con l’effetto che via via stanno fallendo o chiudendo». I produttori indipendenti hanno a che dire anche a proposito dell’Accademia della Canzone di Sanremo: «E’ stata inventata per far spendere soldi a poveri ragazzi che vengono da tutte le parti d'Italia. Circa duemila, costretti a pagare una tassa di iscrizione di 150mila lire e altre 200mila per partecipare all'Accademia, spesandosi alcuni per due settimane, altri per una».


Questa denuncia merita un commento. Siamo abbastanza d’accordo sul contenuto: ma francamente ci chiediamo come sia possibile che di questo stato di cose si stupiscano professionisti del settore, gente che sa bene come funzionano le faccende e che sapeva già in partenza - come sapeva chiunque si occupi professionalmente di musica - che alcuni “candidati” al Festival erano già destinati ad essere scelti. Non tanto, o non solo, perché proposti dalle multinazionali; ma perché “invitati” direttamente dall’organizzazione, secondo un criterio di notorietà già acquisita.
Se poi un’azienda decide di spendere soldi per iscrivere un cantante alle selezioni - anche se forse la cifra di 80 milioni è sovrastimata per eccesso - sa già che possono essere soldi buttati; non si vede, allora, perché lamentarsi a posteriori, anziché - ad esempio - decidere di non presentare nessuna iscrizione (magari motivando la decisione, e magari cercando di creare un caso).
Che poi le aziende discografiche indipendenti italiane stiano fallendo o chiudendo, sarà vero per alcune, o per molte: non per quelle - e sono parecchie - che ragionevolmente hanno deciso di non stare al gioco, di chiamarsi fuori dal papocchione del Festival (e da tanti altri papocchioni del music business), e hanno seguito itinerari e strategie alternative.

Certo è che, finché si continuerà a considerare il Festival di Sanremo come una panacea miracolistica, o come l’unica possibile strada per il successo nel mondo della musica, gli organizzatori del Festival continueranno ad avere il coltello dalla parte del manico. E, vorremo aggiungere, è soltanto logico che essi compiano scelte finalizzate a mettere in piedi uno spettacolo di richiamo.
Diciamo questo non per difendere il Festival (evento sul quale la posizione di Rockol è stata ed è spesso assai critica) ma nella convinzione che non sia condivisibile la posizione di chi rivendica un non meglio precisato “diritto di partecipazione”.
Rivolgersi, fra l’altro, al Ministero per i Beni Culturali ci sembra francamente spropositato: rientra, comunque, in quella logica “assistenzialistica” seguendo la quale la musica italiana non riuscirà mai ad acquistare una sua dignità. Ciò vale, naturalmente, anche per ogni piagnisteo sull’importanza “culturale” del Festival di Sanremo: importanza che, sinceramente, non ci pare significativa, e che non può giustificare certe pretese, da qualsiasi parte provengano (vuoi il Comune di Sanremo, vuoi la Rai, vuoi gli organizzatori del Festival).

A proposito dell’Accademia della Canzone, poi, ci pare chiaro che nessuno è costretto ad iscriversi: semmai, ci pare bizzarro che (in nome di non si capisce bene quale privilegio) fra gli iscritti vengano scelti due partecipanti. Ma, anche qui, perché stracciarsi le vesti? Tanto vale dirlo prima: se poi uno vuole spendere dei soldi nella speranza di arrivare sul palcoscenico dell’Ariston, faccia pure. Noi glielo sconsiglieremmo, comunque: anche perché non è un passaggio a Sanremo che fa il successo di un musicista senza meriti e senza capacità.

Stesso discorso per «i “pass” per il teatro venduti a centomila lire l’uno» (altro tema toccato dalla denuncia dei produttori indipendenti).

Detto che, se esiste un commercio illegale, ovviamente questo va stroncato, non si capisce perché qualcuno debba spendere centomila lire per accedere al teatro. Se ne ha bisogno per motivi professionali, e non ha i titoli per ottenerne uno gratuitamente, si comperi il biglietto. Se invece si allude ai pass per accedere alle zone riservate agli operatori, delle due l’una: o li si concede solo a quanti effettivamente sono al Festival per ragioni di lavoro direttamente connesse alla manifestazione, e a nessun altro (né gratis, né a pagamento: il che servirebbe anche a ridurre l’affollamento), oppure li si metta in vendita ufficialmente, come se il Festival fosse una fiera o una manifestazione commerciale. Così, chi ne ha bisogno se li compera: ma non a borsa nera, alla luce del sole.


Seguiremo comunque l’evolversi della situazione. E non mancheremo di tornare ad esprimere, se sarà il caso, il nostro parere. (fz)
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