Festival, a che punto è l’Italia?

Festival, a che punto è l’Italia?
L’estate sta finendo, diceva una canzone che salta fuori spesso in questo periodo dell’anno. Con la bella stagione se ne va anche il periodo dei festival, che si prepara agli ultimi botti: sabato 1 e domenica 2 settembre a Bologna si svolgerà l’Indipendent Days, headliner Manu Chao, il 19 a Roma la data finale del Tora! Tora!.
Il festival è uno dei paradossi musicali italiani. A differenza di qualche anno fa, le manifestazioni ci sono: qualcuna non c’è più, qualcuna nasce, altre hanno risultati altalenanti, altre ancora hanno ormai consolidato la propria posizione. Ma il risultato “globale” è uno solo: l’idea del festival, così come viene inteso all’estero, continua ad incontrare mille difficoltà. Per capire le ragioni di questo dato e per ipotizzare scenari futuri, Rockol ha intervistato i maggiori promoter e ideatori di Festival in Italia.
“Non conosco i dati degli altri festival, ma mi sembra che questa sia stata un’annata poco positiva: sono venute a mancare delle situazioni come il Rockaforte a Verona, il BeachBum a Jesolo e qualcun altro si è ridotto”, esordisce Corrado Rizzotto. Il responsabile dell’Indipendent Days mette subito il dito nella piaga: la mancanza di sensibilità, da parte di pubblico e organizzatori. “L’importante, alla fine, è che la gente intenda il concetto di festival come festa della musica, e che ci sia un buon headliner. Un festival, però, non può dipendere solo da quello, e forse stiamo sbagliando noi a inseguire solo il grande nome di cartello invece che sviluppare una linea artistica”.
Claudio Trotta, pioniere con la Barley Arts nel campo dei festival prima con Sonoria e poi con il Monza Rock, giustifica così la decisione di non riproporre quest’ultimo evento: “Per quanto ci riguarda abbiamo constatato che non c’erano le condizioni artistiche per organizzare un festival rock degno di questo nome. Penso sinceramente di poter dire che il pubblico italiano è tuttora non interessato al concetto di festival in senso anglosassone. Non ci sono i numeri sufficienti per organizzare dei festival come si dovrebbero. Per ora, funziona solo la formula monotematica, un giorno è il periodo massimo in cui si può avere una concentrazione di pubblico significativa”.
Lo stesso problema, ma con una scelta risolutiva radicalmente opposta, era stato affrontato da Roberto De Luca. Il promoter della Milano Concerti e del Jammin' Festival è attualmente ancora in vacanza, secondo quanto riferisce il suo ufficio stampa. Non è così intervenuto direttamente sulla questione, ma in conferenza stampa ad Imola (vedi news) aveva difeso la propria scelta di non sotiuire i Guns N’Roses per la mancanza di alternative valide. Risultato: nella prima giornata il trionfo di Vasco Rossi con cifre stimate sopra le 100.000 persone, la seconda con presenze ridotte a 25.000 persone circa.
La via da percorrere per proporre festival coerenti e non sbilanciati, secondo alcuni organizzatori, è allora quella di rimanere medio-piccoli. “Un dato straordinario è stato il proliferare incredibile, dalla seconda metà degli anni Novanta, di innumerevoli festival locali, una circostanza importante che nessuno sottolinea”, ricorda Trotta.
“Quello che manca nei grandi festival è la voglia di diffondere la cultura dell’evento, ovvero ‘vado a passare 2-3 giorni al festival indipendentemente dalla musica che c’è, per vivere la situazione’; mancano gli stimoli, e i promoter non puntano molto in questa direzione”, spiega Manuel Agnelli, ideatore del Tora! Tora!, la rassegna itinerante dedicata ai gruppi italiani che ha esordito quest’anno.
“Il nostro festival ha ora un budget di 2 miliardi, ma è partito lavorando con soli 20 milioni, progredendo ogni anno con fatica”, conferma Mauro Valenti, l’organizzatore di Arezzo Wave, uno di quei festival nati in piccolo e affermatosi quest’anno come una delle realtà più consolidate del panorama italiano. “Forse, per molti festival, partire a mille può essere rischioso: se non ottieni subito un consenso e un ritorno economico il rischio d’impresa diventa molto elevato, e si arriva a pensare ‘chi me lo fa fare?’. Noi abbiamo dato ad Arezzo Wave una connotazione innanzitutto culturale, facendo un’operazione di ricerca in ogni angolo del territorio, di valorizzazione della musica nazionale, e prevedendo la presenza di un campeggio e la gratuità dell’evento”.
Quella del prezzo è una delle questioni più delicate: gratis, a basso prezzo o con i costi di un tradizionale concerto? Rizzotto lancia il sasso senza nascondere la mano: organizzare un festival gratis o con biglietto “popolare” tra le 15.000 e le 20.000 lire (come il Tora! Tora!) non ha molto senso. La musica ha un suo valore e un festival ben organizzato va fatto pagare il giusto, ci ha spiegato il promoter.
“Sono totalmente in disaccordo”, ribatte Agnelli. “Non è un deprezzamento della musica: penso ad Arezzo Wave, che è gratis, in cui gli artisti sono tutto tranne che svalutati; non ci si svilisce a suonare gratis davanti a 30.000 persone. Per quanto ci riguarda, non credo che la formula del Tora! Tora! funzioni perché ha un biglietti a basso prezzo, ma perché propone qualcosa di interessante e di fresco”.
“Sono d’accordo sull’idea che i prezzi dei biglietti siano il più possibile contenuti ma non lo sono sulla formula di Arezzo Wave del concerto gratuito”, sostiene Totò Miggiano, promoter del Goa Boa di Genova. “Sono per un un pubblico che sceglie l’artista da vedere anche pagando e tutt’al più è disposto ad assistere all'esibizione di altri gruppi nella stessa serata. L’evento gratuito è ancora troppo rischioso per noi organizzatori”.
“Penso che ci siano possibilità per tutti”, ribatte Claudio Trotta. “Non accuserò mai un altro per i prezzi che stabilisce. L’importante da segnalare è però la trasparenza: se un prezzo è basso significa che gli artisti hanno accettato cachet più bassi, ma evidentemente che hanno anche differente attenzione alla produzione ed un’attenzione alla qualità complessiva dell’evento diversa”.
Il futuro? E’ così luminoso che bisogna mettersi gli occhiali da sole, diceva ironicamente una vecchia canzone. L’analisi dei mali è chiara, meno la direzione da prendere per il futuro. Gli organizzatori pensano già alle prossime edizioni dei rispettivi eventi, in alcuni casi senza che quelli di quest’anno si siano ancora conclusi. E’ il caso del Tora! Tora!, che ha ancora una data in programma a Roma il 19 settembre. Ma già Agnelli pensa alla prossima edizione. “Stiamo riflettendo se sia preferibile invitare degli ospiti stranieri o fare ancora prevedere due serate di cui una di musicisti stranieri emergenti e una di musicisti italiani”, anticipa Agnelli. “La matrice comunque rimarrà italiana”. Anche Arezzo Wave ha in cantiere diverse iniziative: “Già ad ottobre dobbiamo pensare al bando di concorso per l’anno successivo…”, spiega Valenti. “Siamo usciti con la compilation, che per la prima volta è stata pubblicata da un’etichetta indipendente (vedi spazio recensioni, ndr); stiamo lavorando alla seconda edizione dell’accademia A.R.I.A. e stiamo producendo il disco e il video degli Amari”. E anche gli altri festival stanno iniziando a lavorare sul prossimo anno. In generale, però, sembra mancare una visione comune su come risolvere quella che è sempre stata e tuttora rimane un’anomalia della musica italiana. Il dibattito è aperto.
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