Angelo Branduardi, antologia e nuovo tour: 'Contento di non piacere a tutti'

Angelo Branduardi, antologia e nuovo tour: 'Contento di non piacere a tutti'

"Come puoi amarmi, se non ti manco?". Appunto: siccome l'astinenza istiga il desiderio, Angelo Branduardi  spiega così la sua assenza, due anni circa, dai palchi di Milano, interrotta il 2 aprile prossimo da un concerto al Teatro Nuovo.  La data meneghina è inclusa nel nuovo tour italiano ed europeo del trovatore di Cuggiono, che da aprile a dicembre snocciola 15 date in Italia, esibizioni in Grecia e in Lussemburgo e una lunga permanenza in Germania (25 date), mentre nel gennaio 2013 il giro proseguirà in Austria, Belgio, Francia, Spagna e Svizzera. Cosa suonerà? "Se lo sapessi ve lo direi. Abbiamo un alfa e un omega, un inizio e fine concerto. Quel che ci sarà in mezzo, vedremo. Andremo senza scaletta e recupereremo anche cose molto vecchie".


A Branduardi, accompagnato dalla sua band storica (Davide Ragazzoni, Stefano Olivato, Leonardo Pieri, Michele Ascolese) non fa certo difetto il repertorio, ma stavolta ai concerti si aggancia la promozione di un best of, "Camminando camminando 2", che compila brani selezionati dalla produzione 1996-2011 con l'aggiunta di un inedito, "Rataplan" cofirmato, nel testo, dall'amico Giorgio Faletti (già collaboratore ai tempi de "Il dito e la luna", 1998). "Ci conosciamo da tanto tempo e posso dire di essere stato il primo a intuire che sotto la sua vis comica si celava un gran talento letterario. Siccome la vita è l'arte dell'incontro abbiamo fatto un altro giro di valzer  e credo che in futuro faremo altre cose insieme. In quel brano, 'Rataplan', ci sono chitarra e flauti barocchi, un Taiko giapponese e le launeddas sarde, il più antico strumento dell'area mediterranea, che i ritrovamenti di un fossile nuragico fanno risalire al 3000 A.C. Il pezzo ha l'andamento tipico di una danza popolare e l'ho voluto proporre in due versioni: una molto ritmica, l'altra più suggestiva, con la musica che si ferma e resta in sospeso citando otto misure del Coro del Nabucco". Anche se, confessa Branduardi, Verdi non è tra i suoi compositori preferiti. "Io sto piuttosto dalla parte di Wagner, del Romanticismo nordico. Su Verdi la penso come lui: scriveva belle melodie ma le orchestrava come se a suonarle dovesse essere una chitarra. Il melodramma, con l'eccezione di Puccini, non mi esalta. E la musica tonale europea è entrata in crisi con il primo accordo del Tristano e Isotta di Wagner: dopo di che anche Schonberg ha fallito. Siamo rimasti indietro, e questo si riverbera anche nella musica pop. Usiamo giri d'accordi spesso banali, gli americani hanno progressioni armoniche che nemmeno ci sogniamo". Di qui il suo amore per la musica d'oltreoceano. "Gli ultimi due dischi che Robert Plant ha fatto con Alison Krauss e la Band Of Joy, per me, sono dei capolavori. Sto ascoltando il nuovo di Bruce Springsteen. Non uno dei suoi migliori.. Come si dice? Un raglio d'asino non sale in cielo...Ma in genere amo la musica americana per il suo senso dello spazio e quel sottile filo di malinconia. Quella inglese, invece, la detesto. A parte Cat Stevens: noi europei siamo troppo paranoici, come i topi da laboratorio costretti a vivere uno addosso all'altro diventiamo aggressivi".  


Di qui il suo chiamarsi fuori, con progetti avventurosi come "L'infinitamente piccolo" basato sulle Fonti Francescane che nel 2000 ha segnato una svolta in carriera e che nella nuova antologia è rappresentato da tre brani. "Per me", ricorda, "fu una scommessa vincente, negli anni è diventato uno dei dischi più venduti del mio catalogo. Segno che la spiritualità ha un senso, che la musica va oltre le porte chiuse, il qui ed ora. Dopo quel disco è stato difficile tornare alla canzone, e infatti ho sviluppato una carriera parallela:  sono arrivato all'ottavo capitolo della collana 'Futuro antico', realizzata con un gruppo di specialisti di musica antica capitanato dalla professoressa di liuto Francesca Torelli che è tra i migliori in Europa nella riproposizione del repertorio della nostra epoca d'oro, quella che va dal Rinascimento al Primo barocco: è musica acustica che eseguiamo senza monitor, ma è tutt'altro che seriosa, ricca di ritmo e di melodia. Arriva da un periodo in cui musica colta e popolare procedevano di pari passo, prima di separarsi per sempre. Da un'epoca in cui la musica accompagnava ogni momento della vita umana e sociale. Con la alfabetizzazione tutto questo è venuto meno: un africano non assisterebbe alla Messa da Requiem di Mozart alla Scala se non per commemorare un vero defunto. Noi siamo andati oltre, è grazie a questo che abbiamo avuto Mozart e Bach, ma il problema della separazione della musica dalla vita reale mi sembra storicamente irrisolvibile".


Nella nuova antologia trovano spazio un paio di selezioni dal primo capitolo di quel progetto, riproposte - come il resto - in ordine rigorosamente cronologico. "Mi pare il modo migliore per dare il senso della mia evoluzione. Sono sempre riconoscibile, e contento che il pubblico si divida tra chi mi ama e chi mi detesta. Gli artisti buoni per tutte le stagioni non hanno un carattere che li renda riconoscibili". Ecco spiegato, allora, anche il segreto del suo grande successo all'estero, e soprattutto in Germania: "Il pubblico tedesco è molto attento e preparato: ricordo che il primo concerto oltre i confini di Chiasso lo tenni lì, il 7 gennaio del 1978.  Non ho dovuto fare gavetta, mi hanno accolto subito. Come Andrea Bocelli, per i tedeschi rappresento l'italianità: lui è il simbolo del belcanto, io - anche per il mio aspetto - vengo visto come un uomo del Rinascimento, un musicista della corte dei Medici. Mi spiace dire che di altri artisti italiani che hanno successo a livello internazionale all'estero hanno già l'originale".


Branduardi riconosce di avere avuto tempo e modo di coltivare la sua diversità: "Non vorrei essere nei panni di un artista che debutta oggi. Ai miei tempi, i presidenti delle case discografiche ti davano cinque anni e tre dischi di tempo: il primo lo producevano in perdita, col secondo cercavano di pareggiare i conti, il terzo doveva fare profitto. Era giusto così, perché nessun artista nasce imparato. Oggi invece ti danno cinque minuti e una pedata nel culo. Ricordate i versi di Enzo Jannacci, 'la casa discografica adiacente/veste il cantante come un deficiente/lo lancia sul mercato sottostante'? Con quarant'anni di anticipo aveva immaginato i talent show". Sta stretta la nicchia, a Branduardi, dopo i grandi successi del passato? "No, io vengo da una formazione classica, sono stato programmato come violinista. La volta che a Parigi, sulla pista dell'aeroporto, vennero in 140.000 a vedermi capii che quella non era la mia tazza di tè".
Meglio coltivare altri progetti e collaborazioni. "Ne ho avute tante, dalla PFM al Banco, da Roberto Vecchioni a Stephen Stills. E il maestro  Ennio Morricone: ho il privilegio di godere della sua considerazione, sono il suo violinista preferito...". I due condividono anche l'amore per il cinema e le musiche da film: "Già, e ne approfitto per lanciare un appello... Per quattro o cinque anni, con grande divertimento e soddisfazione, ho scritto quasi esclusivamente per il cinema. Anche con budget ridotti, come quando  per il 'Secondo Ponzio Pilato' di Luigi Magni, scrissi per violino solo: ebbi la soddisfazione di leggere una recensione in cui Gianluigi Rondi, che non aveva apprezzato il film, disse che la mia musica valeva il prezzo del biglietto. Oggi i budget sono ancora più ridotti, e io  non sono un mestierante. Non mi va di usare i classici trucchi che si usano per provocare emozioni nel pubblico. Ma amo il cinema, è l'arte totale. Il teatro? Tempo fa ho composto un'operina, 'Il viaggio incantato', per uno spettacolo del famoso teatro di marionette dei Podrecca su testo firmato da Fulvio Bordon. Ma quell'ambiente non mi piace: una volta, a Trieste, vidi un regista molto famoso trattare tutti a pesci in faccia. Nel mondo del teatro ci sono maleducazione e paghe da fame. L'ambiente della musica, a confronto, è un paradiso".
 

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