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NEWS   |   Pop/Rock / 16/03/2012

Bruce Springsteen, anteprima tour mondiale: la recensione del concerto di Austin

Bruce Springsteen, anteprima tour mondiale: la recensione del concerto di Austin

Siamo al South by SouthWest. Diciassette musicisti salgono sul palco del Moody Theatre di Austin. Il loro capo si piazza al centro, prende il microfono, dice: "Happy birthday, Woody!" e lancia il gruppo in una versione molto black di "I ain't got no home", scelta per celebrare il centenario della nascita di Woody Guthrie. Bruce Springsteen e la E Street Band, che scaldano i motori in vista del debutto ufficiale del tour previsto ad Atlanta dopo 48 ore e con alle spalle la sola esibizione di pochi giorni fa all'Apollo Theatre di New York, partono con un'introduzione casuale ma che si rivelerà appropriata: un 'traditional' del folk reso in salsa gospel, la commistione tra le due anime della tradizione musicale moderna americana, un simbolo di unità e uguaglianza in tempi di recessione, lacerazione e iniquità. Sì, sarà questo il filo conduttore del nuovo tour del Boss, quello dell'album politico: consumato showman, sa che altro è passare un messaggio attraverso un disco, altro è ripeterlo in concerto ogni sera per molti mesi. E quindi, laddove il nuovo "Wrecking ball" è un condensato di storie in sintonia con "Occupy" che ha scelto il terreno del folk, del country e di eco celtiche per richiamare la cupezza, il cinismo e un'epoca da Far West che vuole assomigliare a quella attuale, dal vivo occorre cambiare il codice di linguaggio per consentire a quei pezzi di essere protagonisti. Allora ecco, per cominciare, la sezione fiati, cinque elementi che ruotano intorno al talentuoso nipote di Clarence Clemons. E' vero che "ci vuole un villaggio per sostituire Big Man" ma, con l'occasione, il progetto si è ampliato. Lo dimostra subito "We take care of our own", che ascoltata stasera sembra dirmi che la sua dimensione, la sua essenza, in realtà è proprio quella live. La 'extended version' della E Street Band suona straordinariamente soul, anche quando imbocca la strada della nuova title track. E francamente è uno sballo. C'è una certa eleganza negli arrangiamenti ripensati per un mega-combo di queste proporzioni: molto freschi per il materiale nuovo e in generale per tutto quanto sta nell'alveo del folk e del country, invece più rispettosi della tradizione per i cavalli di battaglia. Al quinto pezzo in scaletta, con il primo ingresso dell'ospite ricorrente Tom Morello in "Death to my hometown", già tre sono quelli nuovi. Bello il passaggio dal rock di "Badlands", con il primo assolo di sax di Jake Clemons, a questo momento totalmente irlandese. Riesce bene, di nuovo, perchè la matrice folk del nuovo Springsteen sul palco si stempera nel soul. Quando non addiittura nel gospel più puro, come in "My city of ruins", uno dei tre brani tratti da "The rising" che la band spalma su un groove che riprende "People get ready" e che Bruce utilizza per una presentazione del gruppo. In assenza di Clarence, questo momento tradizionale del concerto non poteva che cambiare format. Ma nessuna ipocrisia: "Are we missing anybody? Are we missing anybody?", grida al pubblico dopo avere introdotto tutti i musicisti uno ad uno. La risposta se la dà da sè: "Yeah, we're missing a few.... Ma vi garantisco che sono qui con noi".
Backing vocals da spettacolo, sezione fiati perfettamente coesa, sezione ritmica che tira come una locomotiva, il frontman canta a squarciagola una "Seeds" che monta come una marea, e qui la E Street Band rasenta a tratti Booker T and the MGs. E' la parte 'all fun' del concerto, che va a ripescare "The E Street shuffle" regalandomi la convinzione che il gruppo sia già bene oliato ancora prima di lanciare il tour. Springsteen ha voglia di divertirsi e di 'giocare' con la sua carriera e per qualche minuto trasforma il palco in dance floor, con tutti i musicisti in primo piano in una jam session decisamente Seventies.
Quando torna il Bruce politico - senza chitarra, concentrato e ispiratissimo in "Jack of all trades" - torna anche Morello per il suo assolo, mentre una straordinariamente versatile horn section stavolta fa come nel giorno di San Patrizio e suona straordinariamente solenne. Come nel disco, questo pezzo sarà un momento fondamentale del concerto, per ora sapientemente piazzato dopo un rally a tutta velocità, in una fase in cui anche i meno sensibili ai messaggi potranno essere più ricettivi quando il Boss canta "you take the old and make the new". "Shackled and drown" è da brividi: Max Weinberg parte con un loop che pare riprendere l'incipit di "Magic bus" degli Who, ma è solo un attimo: ricomincia il tiro alla fune tra l'Irlanda e la Motown, ed è un piacere. Ancora l'amalgama tra gospel e folk, di nuovo la certezza che "Wrecking ball" sia stato 'riscritto' per la sua versione live. Il secondo assolo di sax del giovane Jake arriva con "Waiting on a sunny day", il pezzo che Springsteen sceglie per testare la compatibilità tra stage diving e 62 primavere sulle spalle: esperimento perfettamente riuscito. Il terzo assolo, e qui si avverte che non solo di nepotismo si trattò, giunge con "The promised land": il ragazzo è bravo, punto, e Bruce lo chiama al centro del palco. Tom Morello si guadagna la pagnotta con uno strpitoso passaggio alla chitarra in una versione elettrica e acida di "The ghost of Tom Joad" e, dopo "The rising" e "We are alive", il ritmo riprende quota con "Thunder road", e che te lo dico a fare. Molti si sono chiesti e molti si chiederanno che ci fa un pezzo come "Rocky ground" in "Wrecking ball", con quel suo loop sintetico, con quel suo intermezzo hip hop. Dal vivo si trasforma, vive una vita tutta analogica, con il groove fornito da Weinberg, Bittan e dal percussionista su cui Michelle Moore lavora bene. Bella versione, e mi viene il sospetto che questo pezzo dirà la sua in radio.
E' una serata particolare, un po' evento, un po' showcase, un po' warm up, un po' prova generale. Prima che si scateni la gazzarra definitiva sul palco con l'arrivo di ospiti assortiti, "Land of hope and dreams" chiama i fedeli alla messa: il coro gospel iniziale, attraverso il quinto assolo di sax, lascia spazio al soul e si scioglie in "People get ready" (sì: ancora).
"Ed ora ho il piacere di accogliere sul palco un ospite molto speciale, una grande influenza per me". Ecco Jimmy Cliff, e la E Street Band si resetta in un attimo in modalità tappezzeria: reggae, risate e rispetto, mentre scorrono "The harder they come", "Time will tell" di Bob Marley e "Many rivers to cross". Dalla Giamaica al Regno Unito, dai '70 ai '60, è giusto un attimo stasera. Arriva un altro eroe del Boss, evocato per caso proprio nel suo keynote di questa mattina: un incanutito Eric Burdon prende il microfono, non senza qualche stento, davanti a una strepitosa E Street Band nella cover di "We gotta get out of this place" degli Animals. Solo un piccolo break senza intrusioni illustri: "Tenth Avenue freeze out" è un party, un'apoteosi, e un monumento a Big Man: quando il testo lo evoca, la band si ferma di botto, e resterà ferma un minuto abbondante in mezzo agli applausi commossi del pubblico. Il gran finale è ancora per Woody Guthrie, e stavolta è Joe Ely a cominciare con Springsteen "This land is your land". Non resteranno soli: alla spicciolata, guadagneranno la scena i Low Anthem e Alejandro Escovedo con il suo gruppo (entrambi avevano aperto la serata), oltre all'ubiquo Tom Morello.



L'idea di showcase di Bruce Springsteen è un concerto mozzafiato di due ore e quaranta minuti, preferibilmente da tenere a meno di due giorni dalla nuova prova del fuoco. Che è triplice: riguarda infatti "Wrecking ball", la gestione degli assenti e dei nuovi presenti e il confronto con il tour 2009, che fu memorabile e meraviglioso.
Certo, tra il centenario del vate del country e la sarabanda di guest star, si potrebbe obiettare che questo test non è abbastanza significativo. Che si obietti pure, ci sta. Per quanto mi riguarda, è uno dei tre migliori concerti ai quali abbia mai assistito. Credo che un tornado si stia per abbattere su San Siro.
(gdc)

SET LIST:
"Ain't got no home"
"We take care of our own"
"Wrecking ball"
"Badlands"
"Death to my hometown"
"My city of ruins"
"Seeds"
"The E Street shuffle"
"Jack of all trades"
"Shackled and drawn"
"Waiting on a sunny day"
"The promised land"
"The ghost of Tom Joad"
"The rising"
"We are alive"
"Thunder Road"
"Rocky ground"
"Land of hope and dreams"
"The harder they come" "Time will tell"
"Many rivers to cross"
"We gotta get out of this place"
"Tenth Avenue freeze out"
"This land is your land" 

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