NEWS   |   Italia / 08/03/2012

Umberto Palazzo, i concerti e Facebook: 'L'attenzione che in Italia non c'è'

Umberto Palazzo, i concerti e Facebook: 'L'attenzione che in Italia non c'è'

Si stupisce, Umberto Palazzo, già storico leader dei Santo Niente attualmente impegnato nella promozione dal vivo del suo ultimo album - uscito lo scorso ottobre - "Canzoni della notte e della controra", del clamore suscitato dai suoi ultimi interventi su Facebook: "In fondo non ho fatto nulla di che: solo una nota sulla mia pagina personale, mica un proclama o un comunicato stampa...". Già, solo un post - con un breve corollario in allegato - ma che ha sollevato un vero e proprio polverone in Rete. In Italia, sostiene Palazzo, la settima economia mondiale, solo tre/quattrocento artisti di ambito rock alternativo - è giusto specificarlo - riescono a creare un'economia intorno alla propria attività che gli permetta di perseguire con profitto (o, per lo meno, con un adeguato riscontro economico) la propria carriera, lasciando un'enorme quantità di colleghi completamente digiuna di risorse e attenzione.
Attenzione, tra l'altro, che molti Carneade di casa nostra riescono ad attirare, in grande quantità, presso prestigiose testate straniere come Mojo, Pitchfork e Wire. "Faccio il musicista da trent'anni, e per dieci ho organizzato concerti (tanto per il locale di Pescara che gestiva, il Wake Up, quanto in produzioni più grosse, ndr), quindi parlo con cognizione di causa", precisa l'artista abruzzese, commentando la disamina apparsa sul Web: "Il punto non è scoprire quanto guadagnino determinati gruppi, né tantomeno discutere su quanto siano meritati certi cachet, perché la questione è puramente economica: un gruppo che attira pubblico crea economia e quindi è sacrosanto che venga pagato adeguatamente. Il problema è che, in Italia - un Paese del primo mondo con sessanta milioni di abitanti - c'è un impressionante potenziale creativo sprecato. Ci sono piccoli gruppi, molto meritevoli, che suonano davanti a trenta persone, nella migliore delle ipotesi. Io al Wake Up, di situazioni del genere, ne ho viste tante: ho organizzato concerti di band italiane con ottimi riscontri presso la stampa straniera che si sono rivelati dei flop - in termini di affluenza - clamorosi. Questo li costringe a limitare sensibilmente il proprio raggio d'azione dal vivo, perché - se supponiamo - una band di Roma dovesse andare a suonare a Milano, un cachet di 500 euro rappresenterebbe - date le spese di benzina, autostrada, vitto eccetera - solo un minimo rimborso spese. Alla luce di quanto detto, un locale, ovviamente, non li chiamerà mai, dovendo per lo meno garantirsi un margine di utile dalla vendita dei biglietti".
E non è tutto. "Ho provato a organizzare al Wake Up concerti di gruppi americani molto apprezzati senza nemmeno mettere un biglietto di ingresso. Che ci crediate o meno, questo non ha evitato il flop. Perché il problema, alla fine, è culturale. Ad esempio, nel locali di musica dal vivo si vedono pochissimi musicisti. Loro questa assenza la rivendicano anche con orgoglio. A me sembra assurdo, perché se tu per primo, musicista, non capisci che solo andando a vedere i concerti sostieni la realtà live di band come la tua, allora vuol dire che qualcosa non funziona. C'è anche dell'altro, però. E' incredibile come qui da noi l'attenzione di stampa e pubblico sia limitata a soli tre/quattrocento gruppi o artisti e tutto il resto venga ignorato senza problemi. Nessuno sta dicendo che Verdena o Afterhours non meritino l'attenzione che riscuotano, ci mancherebbe: ma fa impressione che per i Verdena si muovano senza fiatare 1200 persone e per band straniere altrettanto valide, che tra l'altro fanno più o meno lo stesso genere e che, venendo dall'estero, sono anche meno inflazionate da un punto di vista di visibilità, se ne muovano solo trenta". Tutti (inconsapevolmente) complici, quindi? "Ne faccio un discorso culturale, non voglio creare alibi a gruppi senza talento e dallo scarso impegno. In Italia ci si muove per andare a vedere la star, non per andare a vedere un concerto di un artista che si conosce poco e che non si conosce del tutto. Il pubblico segue la stessa dinamica della stampa, che tributa sempre grande attenzione ai 'big' e che si lascia sfuggire artisti emergenti: Mojo e Uncut pubblicano ogni mese un paio di recensioni di artisti italiani, sulla mia pagina Facebook posto sempre le scansioni degli articoli. Nomi che qui da noi, praticamente, non si conoscono".
Vano cercare aiuti dall'alto: "Trovo inutili le richieste che da un po' di anni a questa parte diverse associazioni inoltrano ai governi in carica circa tavoli di lavoro sulla musica italiana e iniziative simili. I governi del nostro Paese sono storicamente avversi alla cultura e all'arte, quindi dimentichiamo pure di vederli disposti a venire in soccorso degli artisti. Che, se degni di questo nome, sono assolutamente autonomi e non manipolabili, e quindi per definizione scomodi. E poi gli aiuti di un deus ex machina non servono. Negli Stati Uniti, per i gruppi, suonare è più dura che qui, perché oltreoceano non c'è per la band un cachet pattuito con il locale a prescindere dall'affluenza, che si occupa anche dell'alloggio, ma solo i soldi raccolti dai biglietti alla porta, che devono bastare per tutte le spese. E' un sistema decisamente più duro, ma indubbiamente più meritocratico. Almeno, che diventa meritocratico perché lì, il pubblico, nel vedere una realtà emergente è incuriosito. Ed essendo incuriosito compra dischi e va a concerti e permette alla band di proseguire la propria carriera. Qui, al contrario, seguiamo assiduamente le realtà già affermate, ignorando completamente quelle in via di affermazione. Che, se non sostenute a dovere, ad affermarsi non arriveranno mai". Si riuscirà mai ad uscire da questa spirale negativa? "Sono ottimista, ma di segnali incoraggianti sinceramente ne vedo pochissimi. Siamo nel Paese dove 'con la cultura non si mangia', e dove 'artista' è nel migliore dei casi sinonimo di sfaccendato. Un Paese dove anche chi non la pensa così è tuttavia troppo spesso pigro e poco attento. E questa disattenzione, un domani, potrebbe darci l'ultima spinta per farci finire in fondo all'abisso".

 

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